Forme del pensiero che ride (2010)

Pubblichiamo il testo di Luttazzi contenuto negli atti del convegno “Forme del pensiero che ride“, organizzato a Genova (maggio 2010) dalla prof. Margherita Rubino, docente di “Teatro e drammaturgia dell’antichità” e di “Tradizioni del teatro greco e latino” presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Genova.

La satira, la censura e la canaglia
di Daniele Luttazzi

Cos’è la satira

La satira è un’arte: in quanto tale, agisce sulla Storia offrendo all’umanità uno sguardo rinnovato sul mondo; ed è per questo che, fin dai tempi di Aristofane, Eupoli e Cratino, la satira è contro il potere, di cui riesce ad annullare la natura mortifera mantenendo viva nel nostro immaginario quella sana oscillazione fra sacro e profano che chiamiamo dubbio.

La satira è un’arte che origina dalla rabbia: ride addossando responsabilità, fa nomi e cognomi, giudica. Il suo metodo è la creazione di un luogo dove la libertà e la verità sono possibili, ed è tanto più rivoluzionaria quanto più ci libera dai pregiudizi del marketing politico, culturale, economico, religioso.

Nelle democrazie compiute, la satira è libera anche in tv, e fa picchi di ascolto. Solo in Italia non la si ammette, in quella forma assoluta, nonostante sbanchi l’Auditel le poche volte che riesce a trovare una breccia. Il problema è politico.

L’editto bulgaro

Con la censura, qualcuno proibisce: a te di esprimere le tue idee, al pubblico di ascoltarle. Decide lui per tutti. Vorrebbe parlare soltanto lui. E questo, semplicemente, non è giusto.

Nel marzo 2001 conducevo con successo (7 milioni e mezzo di spettatori) un talk-show satirico notturno su Rai2 intitolato “Satyricon”. Era un varietà di satira ispirato al David Letterman Show. In una puntata intervistai un giornalista allora sconosciuto, Marco Travaglio, che da un mese aveva pubblicato un libro di cui nessuno parlava, “L’odore dei soldi “, sulle origini misteriose dell’impero economico di Berlusconi. Le elezioni erano prossime e si scatenò il finimondo. Nel giugno 2001, Berlusconi vinse le elezioni politiche diventando capo del governo. Nel 2002, durante una visita di Stato in Bulgaria, Berlusconi pronunciò il famigerato “editto bulgaro”: in conferenza stampa, disse che Biagi, Santoro e io avevamo fatto un “uso criminoso” della tv di Stato, e si augurava che il fatto non si ripetesse. Fummo cancellati dai palinsesti: i dirigenti Rai (nominati dalla maggioranza politica berlusconiana) decisero “autonomamente” di non riconfermare i nostri programmi tv, giustificando la cosa come una “scelta editoriale”.

Berlusconi, inoltre, fece causa per diffamazione a me, a Travaglio, alla Rai e al direttore di Rai2 Carlo Freccero, che con coraggio aveva mandato in onda l’intervista. Berlusconi mi chiese un risarcimento di 20 miliardi di lire. Insieme con Berlusconi, mi fecero causa anche Mediaset (5 miliardi di lire), Fininvest (5 miliardi di lire) e Forza Italia (11 miliardi di lire). Ho vinto tutti i processi. Quell’intervista non diffamava nessuno, informava in modo corretto.

Dopo quella serata, cominciai a ricevere minacce di morte e avvertimenti circostanziati (sapevano dove abitavo e quali erano i miei spostamenti: ero stato pedinato). Fui costretto a girare in tour con una guardia del corpo. Subii due furti misteriosi: nel primo, la casa fu messa sottosopra e sparì solo il mio computer. Nel secondo, presero tutto il resto: fu quasi un trasloco.

L’editto bulgaro riguardava la Rai ed è ancora in corso: io, dopo “Satyricon”, non sono più potuto tornare in Rai con un mio programma; Santoro va in onda su Rai2 solo perchè reintegrato da un giudice, in quanto era dipendente Rai, all’epoca dell’editto.

Continuo a recitare i miei monologhi in teatro, ma sono sempre di meno i teatri che accettano di mettermi in cartellone. Vogliono evitare fastidi: come biasimarli? Berlusconi è un nemico potente e i teatri spesso sono legati alla politica. Quando il legame è diretto, la giunta di un certo colore politico ti esclude dai cartelloni teatrali della città; se indiretto, un politico può far pressione sugli sponsor del teatro segnalando l’artista sgradito. A queste seccature si aggiungono le polemiche locali rinfocolate ad arte dai consiglieri comunali del partito di Berlusconi e dai quotidiani di destra. Del resto, i teatri preferiscono il richiamo di chi in tv ci sta. Insomma: se nel 2001 mi esibivo in 100 teatri sparsi in tutta Italia, oggi appena in 10, concentrati in alcune regioni. La censura funziona.

Diventa enorme, così, il potere di intimidazione che l’editto esercita sugli altri comici: chi vuole lavorare in tv, in teatro, o fare cinema, preferisce stare alla larga dalla satira. Se ci prova, sta sul generico: prende in giro Berlusconi per cose superflue (il suo lifting, la sua altezza, la sua satiriasi) ma non per quelle gravi (la depenalizzazione del falso in bilancio, il conflitto di interessi enorme, le proposte di legge grazie alle quali non può essere processato, i reati che ha commesso, non ultimo quello di sfruttamento della prostituzione minorile). Purtroppo, ogni imitazione, canzone parodistica o monologo comico su un politico, se non ne ricorda i reati, o se cerca di minimizzarli, o se non prende posizione, è sfottò complice, e ha solo l’effetto di rendere il bersaglio più simpatico. Se volontaria, è una forma di prostituzione intellettuale. Fa il paio con quella dei giornalisti che, quando scatta la censura, sono prontissimi a darne la colpa al comico, cioè alla vittima.

Gli argomenti pretestuosi dei censori e di chi li giustifica 

La vigliaccheria della stampa è micidiale non solo perché crea un ambiente favorevole alla censura, ma soprattutto perché dà una mano ai censori, i cui avvocati, in tribunale, usano l’argomento che la mia non è satira servendosi di quegli articoli di giornale per suffragare le loro accuse (“Vedete, anche questi giornali lo dicono! Quella di Luttazzi è volgarità, non satira!“).

Quello della volgarità è il pretesto principale. Lo utilizzavano anche con Boccaccio e con Lenny Bruce, direi che sono in buona compagnia. Li abbiamo visti, poi, i difensori della morale, della famiglia e della Chiesa, quali comportamenti tengano in privato. Detto questo, va ricordato che la satira è un genere volgare. Come scriveva Terenzio, nessuno è più ingiusto di un ignorante. Confondono la latrina, che è la merda semplice, con la satira, che è l’arte di mantecare la merda: il suo scandalo non è nei termini indecenti, ma nel fatto che la sua libertà espressiva corrode i nostri pregiudizi. I pregiudizi rassicurano. La satira no.

Altri sostengono che la tua non è satira, ma sono insulti. Con questo pretesto mi chiusero “Decameron”: una battuta della quinta puntata, dissero, aveva offeso Giuliano Ferrara. Ma Ferrara, il giorno dopo, scrisse che lui non era affatto offeso. Infatti, secondo Dario Fo, il vero motivo era il monologo su Ratzinger della sesta puntata: lo registro un venerdì pomeriggio, venerdì sera chiudono il programma. Anche se, da contratto, non potevano. Nuova causa.

Altri arrivano a dire che la tua satira non fa ridere. E’ la scusa più ridicola: basta il dvd di un tuo spettacolo, in cui fai ridere una platea di duemila persone per due ore e mezzo, a smentirla; e alimenta l’equivoco pericoloso che la risata sia il criterio per giudicare la bontà della satira. La satira esprime sì un punto di vista in modo divertente, ma divertente per chi la fa. Devi scrivere e recitare cose che fanno ridere te. Se il pubblico ride, tanto meglio, ma la risata non è un criterio: ogni risata dell’autore contiene una piccola verità umana; a volte la verità fa male e non tutti sono disposti a riderne.

Altri giustificano la censura dicendo che la tua satira è faziosa. Ma la satira nasce faziosa. E sentire gente, che lecca il culo a Berlusconi da vent’anni, darti del fazioso, è davvero esilarante.

Altri correggono il tiro: fai propaganda partitica. Un momento. La satira è, per natura, politica, ma questo non significa che sia propaganda per un partito. A “Decameron”, fra l’altro, facevo satira sul governo Prodi, e sull’inconsistenza di Veltroni e del PD, di cui, con lo sketch “Missione di pace”, denunciavo l’ipocrisia guerrafondaia. Sono stato tra i pochissimi a parlare, a teatro e in tv, senza omissioni, delle violenze della polizia al G8 di Genova del 2001, delle morti misteriose dei vari testimoni del caso Ustica, dello scandalo pedofilia nel clero, del caso Unipol. Nei miei libri ho parlato di come si comporta il reazionario Murdoch in Cina (fa affari con la dittatura comunista) e il liberal De Benedetti in Val d’Orcia (la sua Sorgenia vi brucerà metano). La satira è libera, non può avere limiti, a parte quelli di legge: è vietato calunniare e diffamare. Per il resto, non solo un autore satirico, ma qualunque cittadino, in una democrazia, è libero di dire ciò che vuole. Quando accetti un controllo, anche minimo, accetti un limite alle tue opinioni. Lo si dimentica spesso, a quanto pare. Mantenendo il punto, la satira difende la tua libertà.

Altri, addirittura, inventano che il tuo programma è stato chiuso perché non faceva ascolti. Neppure i dirigenti della tv che ti hanno chiuso il programma hanno usato questo pretesto, perchè è falso: lo attestano sia i tracciati Auditel che partono dallo 0,9% e arrivano a punte del 16% (“Decameron”); sia la soddisfazione degli sponsor, che si godevano uno share doppio, avendolo pagato la metà.

Altri, che la censura è un vantaggio perché ti dà popolarità. E’ l’argomento fallace dei bastardi: Berlusconi ti prende a pugni, la gente prova simpatia per te perché hai subito un sopruso, e secondo loro dovresti ringraziare Berlusconi perché è grazie ai suoi pugni che la gente prova simpatia per te. A parte che la censura è un danno economico notevole, il sillogismo corretto è questo: la gente prova simpatia per il tuo coraggio, a causa del quale hai subito il sopruso.

Altri, infine, e sono i peggiori, ciurlano nel manico. Subisci la violenza della censura, e ti scherniscono dicendo di non fare la vittima. Torni in tv a La7, e si affrettano a dire che l’editto bulgaro è finito (no, l’editto riguardava la Rai ed è tuttora attivo). La censura impedisce alla satira di arrivare in tv, e il fine critico conciona su Berlusconi che toglie spazio alla satira tramite le sue barzellette. Un attore legge in teatro un tuo racconto grottesco sul caso Moro, e subito qualcuno spiffera all’Ansa che Luttazzi in scena vestito da Andreotti ha sodomizzato il cadavere di Moro, l’Ansa pubblica, quindi giornali e tv si inferociscono contro di te e contro la satira, che “deve avere dei paletti”, il tutto senza verificare se la notizia sia vera. A causa della censura lavori sempre meno in teatro? Ne approfittano per scrivere che “neanche i teatri lo vogliono più”. Chiudono “Decameron”, e Michele Serra scrive su “Repubblica” che quando un comico viene censurato, metà della colpa è anche sua (il vecchio argomento della minigonna che causa lo stupro). Porti in scena il maschilismo di Berlusconi? Argomentano che il maschilista sei tu. A “Raiperunanotte” citai Quintiliano: “Odiare i mascalzoni è cosa nobile.” Il giorno dopo, il pezzo di Grasso sul “Corriere” era intitolato: “Luttazzi incita all’odio”.

Danni della censura

Fra i danni della censura tv, la riduzione della popolarità è la maggiore: ti esclude dalla possibilità di fare pubblicità e cinema, di avere le copertine dei giornali; ti aliena i teatri; riduce la risonanza di qualunque attività tu intraprenda. Immaginate quello che avrebbe perso Fiorello, fino a oggi, se nel 2001 avesse subito l’ukase bulgaro. E’ quello che ho perso io.

La censura della satira ha un’ulteriore conseguenza nefasta: il pubblico non viene educato a migliorare il suo gusto comico, così quando incontra la novità non sa apprezzarla. Lo stesso capita ai critici televisivi. “Decameron” evidenziò la loro impreparazione. Ne scrissero in termini di “insulto”. Ora, se tu parli della satira in termini di insulto, o di volgarità, vuol dire che sei incompetente. Se si trattasse di calcio, e tu non conoscessi i fondamentali, non potresti parlarne; ma sulla satira, che è un pochino più difficile, tutti mettono becco. In realtà, certi critici tv sanno benissimo cos’è la satira, ma sono dei tirapiedi. In entrambi i casi, gente del genere assolve alla funzione reazionaria richiesta dal sistema.

La satira come sociatria

Quando la satira funziona, i suoi bersagli non ridono. Con la sua arte, la satira ricrea un’agorà civile in cui si suggeriscono dubbi, lasciando il pubblico libero di decidere. Questa funzione vitale della satira, una vera e propria sociatria, all’estero è tutelata. In Italia no, perché da noi la democrazia è limitata, controllata com’è dai clan di destra, di sinistra, religiosi e massonici che si spartiscono il potere. Se non fai parte di alcun clan, ti fanno fuori in due secondi, il potere non vuole essere messo in discussione. Ma la democrazia è proprio questo: poter criticare il potere pubblicamente. Sennò è oligarchia e fascismo.

La tv non è un hobby

La satira urta, scandalizza, focalizza. Quando la censura imbavaglia la satira, la tv diventa l’anestetico perfetto: ottunde, rassicura, sposta l’attenzione. La libertà della satira dà fastidio perché ricorda al pubblico come sarebbe bello se quella libertà ci fosse sempre. Inoltre, raccontando i fatti come stanno, la satira ha una credibilità che certi tg si sognano: ti allontanano, quindi, anche perché il paragone con la tua libertà diventa imbarazzante.

Sette anni fa, Sky Italia chiese di incontrarmi. Volevano inaugurare il nuovo canale Comedy con un programma che segnasse il mio rientro in tv. Proposi un Tg satirico. Mi chiesero come avrei reagito se avessero tagliato al montaggio qualche battuta. Gli risposi che il contratto glielo avrebbe impedito. Sono spariti.

L’ostracismo mi pesa eccome: la tv non è un hobby. E mi fa incazzare la pretesa, quando ti fanno fuori, che tu non debba lamentarti. Se provi a ribadire i tuoi diritti, e a fare capolino, ti si accaniscono contro con pestaggi mediatici. Ogni pretesto è buono. L’ultimo, in ordine di tempo, quest’estate, con la campagna diffamatoria “Luttazzi copia”. Un gioco coi fan (trovare nei miei monologhi battute di comici famosi) trasformato in una gogna: è stato sufficiente un video anonimo sul web che evitava capziosamente di dare l’informazione cruciale, e cioè che la notizia delle battute da trovare l’avevo data io, sul mio blog, nel 2005; perché si scatenasse la canaglia, in prima fila i giornali che mi avevano dato addosso il giorno dopo “Raiperunanotte”: il Giornale, Repubblica, l’Unità. In Italia, se subisci dei soprusi, non te lo perdonano.

Il popolo italiano e la satira

Il pericolo, per chi fa satira, è ritenere che sei sul palco a dire la verità: questo abbaglio ti trasforma in un predicatore, in un leader di masse, in una persona di potere. L’arte ti abbandona. Perciò, quando il pubblico si rivolge a te come a un guru senza macchia, o come a un leader che è lì a indicargli la verità e la via, sbaglia e gli va detto. In questo Paese, i demagoghi attecchiscono troppo facilmente, coi risultati che vediamo e da cui la storia del secolo scorso pare non averci immunizzato. Il mio punto di riferimento è Lenny Bruce. Diceva:”Io faccio parte della corruzione che metto alla berlina.” Un atteggiamento molto più salutare.

Ma alla maggioranza degli italiani non importa più di tanto della libertà di satira, come non gli importa più di tanto dei reati di Berlusconi: sia perché, come ricorda Prezzolini, l’italiano ha un tale culto per la furbizia che arriva persino all’ammirazione di chi lo infinocchia; sia perché quello italiano è un popolo immaturo che preferisce delegare le proprie responsabilità al capo di turno (ieri Mussolini, oggi Berlusconi) per usarlo poi come capro espiatorio quando le cose volgono al peggio. I limiti sono storici (gli italiani sono stati dominati da sempre, non si sentono parte dello Stato, ma sudditi) e culturali (gli italiani vengono educati fin da piccoli col catechismo cattolico, che insegna loro a essere un gregge guidato da pastori). Risultato: non tengono, come dovrebbero, ai propri diritti, e li negano agli altri con facilità. L’Italia ora ha un governo xenofobo, razzista e classista. La maggioranza, ignorante, complice, furbastra, ha ritrovato l’arroganza, tutta fascista, di tappar la bocca al giusto, che è mite. Così, chi mantiene lo sguardo limpido viene sbeffeggiato e messo da parte, nell’indifferenza dei più; o con loro grande contentezza.

Guardate cosa succede dopo le inchieste tv della Gabanelli e di Iacona: nulla. Molto viene insabbiato, e reati enormi vengono condonati. Un popolo che continua a subìre l’andazzo è un popolo corrotto. E quando qualcuno, come in Val di Susa o a Chiaiano, si azzarda a dire: “Noi non siamo d’accordo che usiate il nostro territorio in un certo modo”, arrivano i militari dello Stato. Chi dissente viene trattato come un sovversivo, un nemico, mentre è semplicemente un cittadino che vuol vedere rispettati i propri diritti. D’altra parte, quando gli elettori si sono espressi con referendum (legge elettorale, finanziamento pubblico) i politici hanno legiferato fregandosene bellamente. E’ ancora democrazia, così? Non credo.

L’Italia è l’unica nazione occidentale, oggi, in cui la satira politica in tv rappresenti un problema. La satira è un antidoto alla comicità tranquilla che i network hanno imposto agli italiani come modello, la comicità che ha lo scopo di rassicurare e intontire con i suoi parossismi prevedibilissimi. Tutta merda che mi sono già mangiato da un pezzo.

Resto ottimista. La storia dimostra che alla lunga è la risata a esprimere il giudizio finale. È vero che Karl Kraus non ha fermato Hitler, ma alla fine l’umanità e l’umanesimo emergono in Karl Kraus, non in Hitler: è questa la ragione della speranza ultima. L’intelligenza critica è quella che ci fa umani. Il potere è mortifero, però è l’arte ad avere l’ultima parola. La satira esisterà finchè esisterà l’uomo.

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