Tabucchi difende Luttazzi (2001)

Nel 2001, Luttazzi fu denunciato per “vilipendio alla Nazione” perché nel concludere l’intervista a Marco Travaglio aveva detto: “Non è facile trovare uomini liberi in quest’Italia di merda”, ma Il caso fu archiviato pochi mesi dopo: la frase, spiegò il giudice, “tendeva a stigmatizzare i fenomeni di affarismo e contiguità al crimine organizzato che si stavano illustrando: si può essere politicamente d’accordo o in radicale contrasto con le tesi che l’autore ha palesato, ma la sua rimane manifestazione di libera espressione di pensiero costituzionalmente garantita“. Alla notizia della denuncia, lo scrittore Antonio Tabucchi aveva preso le difese di Luttazzi con una lettera al Presidente della Repubblica Ciampi che ripercorre i fatti più bui della storia d’Italia. Fu pubblicata su Micromega. Eccola.

Lettera aperta di Antonio Tabucchi al Presidente della Repubblica sull’Italia dei cittadini e sull’«Italia di merda»

(da MicroMega, 2/2001)

Illustrissimo Signor Presidente,

il nome proprio che designa un Paese può essere usato in compagnia di vari aggettivi e significati. Esempi: un aggettivo geografico obiettivo (la Francia è un paese esagonale), un significato antropologico esaltativo (l’Italia è un paese di santi, di navigatori e di poeti), un aggettivo economico rallegrante (gli Stati Uniti sono un paese ricchissimo), un significato economico sconsolato (l’Abissinia è un paese affamato), in termini militari critici (l’ex Jugoslavia è un paese facinoroso), uno specificativo politico spregiudicato (l’Afghanistan è un paese di merda) eccetera. Anche l’Argentina di Videla era un paese di merda, ora non lo è più: Lei lo sa meglio di me perché l’ha visitata recentemente.

Similmente «Nazione» è un termine di vasto significato. Il Grande Dizionario della Lingua Italiana di Salvatore Battaglia così lo definisce: «Gruppo umano di presunta origine comune ed effettivamente caratterizzato dalla comunanza di lingua, di costumi e di istituzioni sociali ed eventualmente unificato e consacrato in forma politica o pre-politica». Esso è qualcosa di propriamente diverso da un vocabolo che esprime un concetto a lui precedente e in qualche misura superiore: la parola «Popolo». Quando Lei si dirige con un discorso ufficiale all’Italia, Lei parla al Popolo italiano, così come quando un giudice emette la sentenza di un tribunale lo fa «in nome del Popolo italiano», e cioè a nome di tutti quei cittadini che sono raccolti nei confini di uno Stato e che sono soggetti alle leggi e alle istituzioni di quello Stato. Non a caso il termine «Nazione», con sapore più ufficiale e politico (e con la sua variante di Patria), è stato usato in circostanze esaltanti per quel Paese (l’Indipendenza, l’adesione all’Onu eccetera) o in tristi circostanze, allorché un governo (o un singolo individuo) prendeva decisioni che non scaturivano da una diretta volontà del Popolo ma rispondevano a scelte politiche o istituzionali a cui quel Popolo era subordinato. Gli esempi nella nostra Europa sono numerosi: Francisco Franco non si autodefiniva Caudillo per volontà del Popolo spagnolo, ma per la Patria e la Grazia di Dio; la raccolta delle fedi nuziali durante il regime fascista era «l’oro per la Patria»; Milosevic, fino al momento della caduta del suo regime, ha sempre agito in nome della «Nazione Jugoslava».

Ora succede che alcuni giorni or sono un attore italiano, Daniele Luttazzi, in un programma televisivo, rivolgendosi a un giornalista che presentava un libro di documenti, in giro da mesi e mai denunciato da chicchessia, abbia pronunciato questa frase: «Apprezzo il suo coraggio in quest’Italia di merda». Tale frase si è attirata il rimprovero di alcuni politici, dei presidenti della Camera e del Senato (e, stando ai giornali, anche la Sua riprovazione, Signor Presidente), ma soprattutto ha valso al signor Luttazzi una denuncia per vilipendio alla Nazione. Vorrei sottolineare il fatto che tale denuncia non è venuta da un singolo o più cittadini italiani che si sono sentiti lesi nella loro dignità, ma da una Procura della Repubblica, la quale evidentemente ha creduto di farsi interprete della collettività del Popolo italiano. E che Luttazzi non sia stato denunciato da singoli cittadini, ma da una Procura è logico, perché è evidente che con la sua frase egli non si riferiva tanto ai cittadini italiani quanto alle Istituzioni che reggono il nostro Paese.

Se durante il regime franchista un cittadino spagnolo avesse detto «Questa Spagna di merda» non si sarebbe riferito, evidentemente, al popolo spagnolo nella sua collettività, ma al regime che quel popolo doveva sopportare. Analogamente un cittadino jugoslavo che durante il regime di Milosevic avesse detto «questa Jugoslavia di merda», non si sarebbe riferito a tutti i suoi connazionali, ma al regime di Milosevic, che teneva in suo potere la Jugoslavia. (Vorrei far notare per inciso che quando la Nato ha bombardato Belgrado non ha fatto sottili distinzioni fra coloro che imponevano il regime di Milosevic e coloro che lo subivano, coloro che dicevano «questa Jugoslavia di merda», cioè gli stessi che proprio in questi giorni hanno arrestato il dittatore e ai quali sicuramente qualche bomba è pure toccata. Ma questa è una questione fuori tema rispetto al motivo per cui Le scrivo questa lettera.)

Il motivo per cui Le scrivo, Signor Presidente, è un’analisi di questa nostra Nazione, cioè delle Istituzioni e dei Governi che hanno retto e reggono il Popolo italiano. E credo che ciò sia non solo consentito, ma legittimo per un cittadino di questo Paese. La mia analisi prevederebbe un lungo elenco e cercherò dunque di essere sintetico. Essa comincia dall’infanzia della Repubblica, a dimostrazione che lo Stato in cui era stata concepita non era un padre esemplare. A tal punto che oggi, a 55 anni dalla sua nascita, si potrebbe dire che l’Italia non è una Repubblica fondata sul lavoro, ma una Repubblica fondata sulle stragi. La prima è quella di Portella della Ginestra, del 1947, quando la Repubblica muoveva appena i primi passi. Essa fu attuata fisicamente dal bandito Giuliano, che difendeva gli interessi reazionari degli agrari e dei separatisti siciliani (cito dall’Enciclopedia Universale Garzanti). Ma Giuliano fu ucciso dal suo cugino e luogotenente Gaspare Pisciotta, che avrebbe potuto fare i nomi dei mandanti. Solo che costui morì avvelenato in carcere e i mandanti rimasero sconosciuti. Si trattava ovviamente di un carcere italiano.

Tralascio per brevità alcune preoccupanti «anomalie» successe nel frattempo, come tentati colpi di Stato sventati (o rivelati) non dalle Istituzioni ma da coraggiosi giornalisti, per venire a una strage che segna l’inizio di una serie di nefandezze compiute sulla pelle degli italiani e che resta oscura come quelle che l’hanno seguita. Mi riferisco alla strage della bomba alla Banca dell’Agricoltura di Milano del 12 dicembre 1969. Dopo un tentativo da parte delle forze di polizia e del Ministero dell’Interno di trovare dei capri espiatori negli anarchici Valpreda e Pinelli (quel Giuseppe Pinelli trattenuto illegalmente nella Questura di Milano e morto per «malore attivo», come recita la sentenza conclusiva del caso) dopo un interminabile iter giudiziario che portò il processo ad Avellino, vede tuttora impuniti i veri responsabili, molti dei quali scomparsi o rifugiati all’estero. Oggi, alla riapertura del processo, il generale Maletti, pezzo grosso dei Servizi Segreti di questo Stato, rientrato con un salvacondotto dal Sudafrica dove ha riparato, viene a testimoniare, senza però fare i nomi, rivelando che i nostri (vorrei dire «i loro») Servizi Segreti, in collaborazione con i Servizi Segreti di un paese estero, erano implicati in quella vicenda assassina. Cosa che gli italiani sapevano già da tempo, così come sanno altre cose, a somiglianza di quell’Io so pronunciato da Pasolini poco prima di essere assassinato. Un «Io so» che conosce la provenienza di bombe e di stragi, ma che purtroppo non può fornire prove.

Il seguito è una litania che tutti conosciamo e di cui Lei, come primo cittadino, è più al corrente di tutti. La strage di Piazza della Loggia a Brescia. Le bombe sul treno Italicus. La strage alla Stazione di Bologna. La strage di Ustica. E ancora: l’oscura morte di Enrico Mattei. Il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro. Gladio. La loggia segreta P2. Il crac del Banco Ambrosiano e l’assassinio dell’avvocato Ambrosoli. L’avvelenamento di Sindona (anch’esso in un carcere italiano). Le stragi di Capaci e di via D’Amelio: Falcone e Borsellino. La corruzione privata e pubblica: Tangentopoli.

Lei sa, Signor Presidente, che l’Italia ospita nel suo seno un piccolo Stato extracomunitario, il Vaticano. Ma pare che sia esso ad ospitarci, visto che si permette di condizionare ad ogni minuto la nostra vita pubblica e politica. Tanto che i rappresentanti dei nostri partiti (da Lei peraltro richiamati al senso dello Stato) vanno a consultarsi pre-elettoralmente con un cardinale. Lei sa che una Bicamerale (per fortuna fallita) ha lavorato per cambiare la nostra Costituzione, e che un uomo politico dei nostri giorni si è ripromesso di farlo non appena salirà al potere. Le chiedo: non crede che sarebbe più opportuno rivedere quei Patti Lateranensi stipulati da Mussolini e confermati da un ministro poi condannato per corruzione e morto latitante in un paese estero, l’onorevole Craxi? Lo sa che l’Italia è l’unico Paese dell’Unione Europea a mantenere con il Vaticano dei Patti che non si addicono a nessuno Stato laico?

E se ci si scandalizza o si denuncia il signor Luttazzi per aver pronunciato quella frase, perché non si denuncia un rappresentante delle Istituzioni quando dichiara che anche i ragazzi di Salò avevano i loro ideali? Certo che li avevano: erano ideali di sangue e di morte come i nazisti a cui si ispiravano. Non esiste forse un articolo di legge che si chiama «apologia di reato»? E perché una qualche Procura della Repubblica non ha denunciato per offesa al Capo dello Stato certi onorevoli che, come si è letto sui giornali e ascoltato in televisione, hanno pronunciato nei Suoi confronti frasi oltraggiose? E perché la magistratura italiana non ha spiccato un pronto mandato di cattura per quei tre o quattro marines americani che sono venuti a far stragi sul territorio del nostro Paese, recidendo con una bravata una funivia a Cermis? Perché si è lasciato che venissero impunemente riportati nella loro America dove sono stati lasciati andare liberi e contenti?

Lei sa, Signor Presidente, che nel nostro Parlamento siedono degli individui sui quali gravano pesantissimi capi di imputazione. Ma costoro non andranno mai sotto processo perché godono di una bellissima trovata: la cosiddetta «immunità parlamentare». Perché questa immunità, Le chiedo? Sono forse cittadini più cittadini degli altri? Lei è il Capo della Magistratura, Le pare normale che un Deputato della Repubblica dica in televisione «Giudici porci assassini» e non venga arrestato seduta stante?

Perché in Italia, unico Paese in tutta la Comunità Europea, esiste l’istituto giuridico del «pentito»? E perché di tale bizzarro istituto si fa un uso così discrezionale al punto che un solo «pentito», in assenza di prove probanti, può far condannare tre uomini a 22 anni di reclusione mentre dodici «pentiti», nella stessa situazione, non hanno nessun valore di credibilità? Che significa questo? Che ci sono pentiti più pentiti di altri?

Lei sa che l’ex Procuratore Capo di Palermo, il dottor Giancarlo Caselli, «silurato» nella sua operatività e creato «ammiraglio» a Bruxelles affinché non possa più nuocere, ha recentemente pubblicato un libro nel quale denunzia amaramente la collusione fra potere mafioso e potere politico e tutti gli ostacoli che ha incontrato allorché ha cercato di sciogliere questo intreccio. L’Italia che ha fatto questo a un bravo servitore dello Stato, Le pare una bella Italia, Signor Presidente?

Ritengo sia una misura di civiltà che il giudice di sorveglianza abbia concesso a Francesca Mambro, condannata a vita e autrice di molti delitti, di trascorrere il periodo di maternità agli arresti domiciliari. Ma perché mai Silvia Baraldini, che non ha mai commesso reati di sangue, che è gravemente malata di cancro e che gli Stati Uniti hanno dovuto alla fine restituire all’Italia come vuole la Convenzione di Strasburgo di cui per anni si sono fatti beffa, non può avere gli arresti domiciliari? È semplice: perché così vogliono gli Stati Uniti. Lei non prova imbarazzo nel sapere che il Ministro della Giustizia del Paese di cui Lei è il Presidente prende ordini dall’Ambasciatore degli Stati Uniti? Posso chiederLe se la mia vergogna è anche la Sua?

Lei ritiene plausibile che non in un Paese sudamericano, ma in una democrazia parlamentare occidentale, un uomo che possiede catene di giornali, case editrici e varie televisioni possa agire per l’interesse pubblico e divenire Primo Ministro? Non pare anche a Lei che se così fosse l’Italia sarebbe definitivamente legata e imbavagliata? Non Le pare che un eccesso di potere di questo genere prefiguri una nuova forma di totalitarismo? A Lei sembra normale che un cantante di crociera diventi dal dire al fare uno degli uomini più ricchi del mondo? Le pare legittimo che gli italiani vogliano sapere come è nata la sua fortuna, oppure no? E quali crede diventerebbero le Sue prerogative e le Sue funzioni (e quelle del Suo successore) se tale personaggio diventasse davvero Primo Ministro?

Lei sa, perché l’avrà ascoltato con le sue orecchie, che un Primo Ministro italiano, l’onorevole Giuliano Amato, l’anno scorso a Bologna, commemorando l’anniversario della strage della stazione, ha chiesto scusa a nome dell’Italia ai familiari delle vittime. Che cosa vuol dire questo?

Lei sa, infine, che il nostro Paese è l’unico in tutta l’Europa comunitaria a possedere una commissione parlamentare denominata «Commissione Stragi». È un nome sinistro, che farebbe rabbrividire un francese, un inglese, un olandese, un belga, uno spagnolo o un portoghese. Noi ci abbiamo fatto quasi il callo, perché con le stragi abbiamo dovuto convivere. Ebbene, Signor Presidente, l’Italia che Le ho descritto, questo tipo di Italia, «non Donna di provincie, ma bordello», secondo l’invettiva dantesca, è l’Italia a cui certamente si riferiva il signor Luttazzi, ed è l’Italia che noi non vogliamo. Di fronte ad essa le parole del signor Luttazzi sembrano leggere e persino eufemistiche. Perché quell’Italia lì ha in sé qualcosa di turpe, di tenebroso e di assassino. Se le macchie di quest’Italia saranno lavate, se la verità trionferà, se gli italiani potranno finalmente conoscere i colpevoli delle nefandezze che hanno dovuto subire, nessuno potrà offendere questo Paese perché il popolo italiano innocente e pulito è un popolo magnifico, l’Italia innocente e pulita è un Paese straordinario e merita di essere amata come l’amiamo.

Lei, Signor Presidente, è un uomo che ha un passato che Le fa onore, un uomo che ha combattuto per la democrazia e la libertà. Io ho fiducia in Lei. E mi auguro che, piuttosto che sentirsi offeso per le parole di un bravo attore (ma prima di tutto di un cittadino) che parla esprimendo il comune sentire che in questi anni è stato espresso in centinaia di manifestazioni, di cortei, di assemblee, di riunioni sindacali, di interviste giornalistiche, di libri, di film, di spettacoli teatrali, possa fare quanto è in Suo potere affinché i punti interrogativi di questa mia lettera siano sciolti, affinché gli italiani possano far luce sui buchi neri che oscurano la nostra giovane Storia. Con rispetto

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