Due pezzi d’antan su Luttazzi

di Oliviero Ponte di Pino

1 (il manifesto, 1995)

In queste settimane, c’è da preoccuparsi per il destino dei comici. Sabato al Teatro Ciak di Milano era di scena il bravissimo Daniele Luttazzi. Nel pomeriggio Aldo Busi, perfettamente travestito da Nonna Aldo, ninfomane in menopausa, aveva letto le pagine iniziali del primo romanzo del comico romagnolo, Va’ dove ti porta il clito, feroce parodia hard del best seller della Tamaro. La sera era di scena Sesso con Luttazzi; lo spettacolo inizia con un ringraziamento agli elettori di Forza Italia: “Votando Forza Italia, avete eletto Berlusconi presidente del Consiglio, che a sua volta ha eletto il nuovo consiglio d’amministrazione della Rai, che a sua volta ha cancellato Magazine 3. Dunque grazie a voi sono disoccupato da 8 mesi. A buon rendere”. Logicamente, segue una serie di freddure contro il Cavaliere e la sua corte. Ma, dopo qualche minuto, Luttazzi viene interrotto: “Basta! Vogliamo lo spettacolo! Basta con la politica, vogliamo il sesso!”. Spettatori forzisti (probabilmente irritati dalla sconfitta sulla sfiducia a Dini) non accettavano che si potesse ridere di Fede e compagnia, usando oltretutto come supporto alcuni gustosi ritagli stampa con dichiarazioni dello stesso Berlus-kaiser. Luttazzi fa alzare le luci in sala e organizza un minisondaggio a base di applausi: la mozione “prima la politica e poi il sesso” vince a larga maggioranza e lo spettacolo può proseguire.

Sono questi i giorni in cui Berlusconi-Biancaneve va ogni giorno in tv a riciclare quelle vecchie barzellette che colleziona con una passione da filatelico.

Mi chiedo se alle prossime elezioni non sia meglio sostituire Prodi con Paolo Rossi o Roberto Benigni. Per quanto riguarda la par condicio, basta eliminare tutte le Tribune Politiche e trasformare la campagna elettorale in un gigantesco La sai l’ultima?, con scontri a eliminazione diretta tra i candidati-barzellettieri. Il milione di posti di lavoro come battuta di umorismo surreale non era gran che: ha già fatto di meglio Luttazzi (“pompini gratis per tutti”).

Ma forse il problema è un altro. Forza Italia non ha un programma politico, se non l’occupazione del potere e l’attacco ai giudici. E la destra non sa fare satira politica. Al povero Silvio tocca fare anche il comico, sostituendo i programmi con le barzellette. Che miliardario simpatico.

2. (il manifesto, aprile 2001)

Ancora una volta, in questa campagna elettorale i gesti più “politici”, i rari momenti emozionanti sono arrivati dalla satira. L’intervista di Daniele Luttazzi a Marco Travaglio, andata in onda in seconda serata nella trasmissione di Raidue Satyricon, rappresenta il punto più alto della lunghissima e squallida e reticente campagna elettorale della primavera 2001. Son cose che fanno pensare.

Le informazioni che hanno raccolto Travaglio e Veltri nel loro libro non sono certo una novità. Le domande sulle origini della fortuna del Cavaliere sono già state poste in altre occasioni e in sedi più autorevoli (senza peraltro avere risposte convincenti) e vengono periodicamente riproposte dalle più celebri testate della stampa internazionale.

Il problema è che l’intera questione, per la tv italiana, era e resta tabù: quando uscì qualche anno fa la biografia di Silvio Berlusconi di Giuseppe Fiori, Il venditore, che poneva molte di quegli stessi interrogativi, la consegna in Rai era di non nominare né il libro né l’autore (lo ha rivelato il senatore Leopoldo Elia proprio in occasione del “caso Travaglio”).

Dunque quelle cose (nei libri, sui giornali, forse anche alla radio) si possono dire, quelle domande si possono fare, ma non in televisione, neppure in seconda serata, neppure in una trasmissione satirica. In televisione sono ammesse solo le interviste addomesticate di Vespa o, al massimo, le impertinenze di Biagi. Questo già la dice lunga sul modo in cui la politica considera gli italiani: sa benissimo che a leggere (libri o giornali) è una minoranza (la solita minoranza di rompiscatole) e che la maggioranza dei nostri concittadini utilizza come principale strumento d’educazione politica il piccolo schermo o, se va bene, il bar. (Questo getta una luce inquietante su un “dopo 13 maggio” in cui il Cavaliere & soci gestiranno oltre alle reti Fininvest anche quelle della Rai, mentre la nascita di un eventuale terzo polo viene preventivamente bloccata.)

Se in questo quadro appare evidente perché gli altri non abbiano posto il problema, bisogna chiedersi perché qualcuno (in specifico Daniele Luttazzi) abbia avuto il coraggio (o l’incoscienza, o l’astuzia) di farlo.

Intanto andrebbe premesso che si tratta di un artista consapevole del ruolo e delle possibilità della satira, di un artista che sa benissimo quello che sta facendo, anche e soprattutto quando fa un uso spregiudicato della provocazione. Dunque tutte le scariche d’insulti lanciate contro il “terrorista” Luttazzi, nell’immediatezza del fatto, da chi non sapeva con ogni evidenza chi fosse (prendendolo per uno psicopatico in libertà, per un pervertito evaso dal manicomio criminale), da chi non l’aveva evidentemente mai visto né sentito nominare, sbagliavano grossolanamente il bersaglio: le gag di Luttazzi, per quanto estreme, non sono gli acting out di un folle, ma gesti calcolati.

Luttazzi ha fatto semplicemente il proprio mestiere di comico (che a volte può essere anche pericoloso e politicamente ambiguo – se la situazione politica tutto intorno è ambigua). Luttazzi ha semplicemente avuto il fegato di dire (a destra e a sinistra) che il re è nudo. Sapendo che avrebbe causato una reazione spoporzionata (senza immaginare che sarebbe stata così sproporzionata a causa dell’ipocrisia generale). Ha rubato ai giornalisti il loro mestiere (e loro tutti a dirgli che non si fa così). Grazie a questo exploit è diventato ancora più famoso, e anche autorevole presso buona parte del pubblico.

Se per qualche tempo non farà più irruzione nei nostri salotti attraverso Rai e Mediaset (c’è da sospettarlo), entrerà a far parte della schiera dei comici che in tv ci vanno il meno possibile (o non ci possono andare): Benigni, Grillo, Paolo Rossi. E che però in televisione ci vanno quando hanno davvero qualcosa da dire – in genere la stessa cosa che ha detto Luttazzi, che il re è nudo.

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