La censura contro Luttazzi: il punto di vista legale

picasso 1962

Abbiamo trovato in Rete alcune riflessioni importanti sulla censura che nel decennio scorso si accanì contro Daniele Luttazzi. Scritte dall’avv. Antonello Tomanelli, furono pubblicate da difesadellinformazione.com. Le riproponiamo perché chiariscono in maniera esauriente quale violenza, anche in una democrazia, il potere vero possa esercitare sulla satira vera.

La censura a Daniele Luttazzi

Nel 2001 Daniele Luttazzi, autore satirico molto noto al pubblico televisivo, conduce su Rai2 nella seconda serata di mercoledì Satyricon, un programma da lui stesso ideato, che si ispira al famoso David Letterman Show statunitense. La trasmissione registra subito un grande successo di pubblico, con uno share medio intorno al 20%.

Ben presto Luttazzi si attira le critiche soprattutto degli esponenti del centrodestra, che lo accusano di fare una Tv “pecoreccia”, alludendo alla puntata del 10 gennaio, in cui annusa le mutandine di Anna Falchi. Poi, in risposta alle critiche di un consigliere Rai che lo ha invitato a “mangiare la merda” per scendere ancora più in basso, gusta compiaciuto un dolce di cioccolato che riproduce in maniera straordinariamente realistica un escremento.

In realtà, ciò che preoccupa alcuni ambienti politici è quello che Luttazzi fa dire ai proprio ospiti in tutta libertà. Come accade con Marco Pannella, che non esita ad attaccare duramente la Chiesa per le sue posizioni oltranziste su droga, aborto e anticoncezionali. E con Flores D’Arcais, che critica aspramente il cardinale Ruini e Massimo D’Alema.

Ma la classica goccia che fa traboccare il vaso è la puntata del 14 marzo. Luttazzi invita Marco Travaglio a parlare del libro “L’odore dei soldi”, scritto insieme ad Elio Veltri, membro della Commissione Parlamentare Antimafia. Il contenuto del libro, che svela rapporti tra Silvio Berlusconi e ambienti mafiosi, è in gran parte tratto dagli atti di indagine delle Procure della Repubblica di Palermo e Caltanissetta, riassunti nella requisitoria del dott. Luca Tescaroli, pubblico ministero al processo d’appello per la strage di Capaci.

La puntata scatena reazioni pesantissime, che inducono i vertici Rai a sospendere il programma per una settimana. E l’11 aprile va in onda l’ultima puntata. Nonostante il grande successo di pubblico, Satyricon non viene confermato nella successiva stagione. Luttazzi scompare dai palinsesti televisivi, dopo essere stato citato nell’“editto bulgaro” (e subirà un altro allontanamento nel dicembre 2007, questa volta da La7).

La natura censoria dell’allontanamento di Luttazzi dalla Rai si ricava da diversi elementi. Innanzitutto, con l’intervista a Marco Travaglio, Luttazzi entra nel mirino di Berlusconi, tanto da essere menzionato nell’“editto bulgaro”. Poi, il programma non viene riproposto nella stagione successiva nonostante l’ampio gradimento del pubblico. Infine, la contraddizione insita nella circostanza che il programma non fu sospeso dopo la puntata in cui Luttazzi mangiò il finto escremento, quando per l’occasione avrebbe potuto invocarsi l’art. 15 L. n. 47/1948, espressamente richiamato dall’art. 30, comma 3°, L. n. 223/1990 (“legge Mammì”), che punisce la diffusione di “particolari impressionanti o raccapriccianti” che possano “turbare il comune sentimento della morale”. La sospensione fu invece decretata a seguito dell’intervista a Marco Travaglio, nonostante questi avesse raccontato fatti di indubbio interesse pubblico nel legittimo esercizio del diritto di critica, come ha riconosciuto il Tribunale di Roma con sentenza 14 gennaio 2006.

La censura a Daniele Luttazzi presenta aspetti particolari. Il suo programma fu subissato di critiche. Ma a parte la breve sospensione per la puntata con Travaglio, finì il suo regolare corso. Non vi fu alcuna soppressione, né imposizioni in itinere finalizzate ad un controllo preventivo sul contenuto del programma. Semplicemente il programma non fu confermato nella stagione successiva, nonostante il grande successo di pubblico. E a Luttazzi non fu più affidata alcuna conduzione.

Di conseguenza, non si può equiparare il caso di Luttazzi agli altri analizzati in questa sede. Con Biagi, Santoro, Guzzanti, Rossi, i vertici Rai interruppero una programmazione già avviata, violando palesemente un contratto stipulato con il conduttore o l’artista. Con Luttazzi, invece, esaurito il ciclo di trasmissioni affidatogli (quindi estinti gli obblighi derivanti dal contratto), si è semplicemente azzerato il suo potere contrattuale, negandogli di fatto la possibilità che la sua offerta professionale venisse presa in considerazione dai vertici Rai. Luttazzi è stato vittima di qualcosa di molto simile al maccartismo, quando i lavori del professionista di talento venivano sistematicamente rifiutati: ufficialmente perché non piacevano, in realtà perché il suo nome appariva nella famigerata “lista nera”, stilata da ambienti governativi Usa e in possesso di ogni ente, organo di informazione, produttore cinematografico, studio televisivo.

Il problema principale che pone la fattispecie deriva dal fatto che mentre ogni contratto, una volta stipulato, deve essere sempre rispettato, nessuna norma dell’ordinamento (salvo casi assolutamente eccezionali) impone ad un soggetto di stipularlo, se non si è mai obbligato in tal senso. Di conseguenza, nessun giudice potrebbe imporre alla Rai, ad esempio, di scritturare Luttazzi.

Naturalmente, ciò non significa che l’ordinamento possa tollerare una censura di questo tipo. L’assunzione di un giornalista o la scritturazione di un artista non può essere condizionata al gradimento di soggetti esterni alla struttura Rai, che fa servizio pubblico. Un professionista che si vede escluso da qualsiasi possibilità di contrattare le sue prestazioni lavorative perché inviso a chi ha di fatto il potere di imporre dall’esterno un veto sulla sua assunzione, deve poter trovare adeguato ristoro nelle sedi giudiziarie. Ma sulla base di quale norma?

L’art. 8 L. n. 300/1970 (“Statuto dei Lavoratori”) fa “divieto al datore di lavoro, ai fini dell’assunzione […] di effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore”. Il fine della norma è evitare che ad un soggetto professionalmente capace sia negato l’accesso al lavoro per via delle proprie convinzioni, quindi in violazione della libertà di pensiero, o comunque per ragioni extraprofessionali.

Ma il divieto di “effettuare indagini” è solo il mezzo per attuare quel fine. Significa che la tutela opera anche quando la discriminazione non è preceduta da alcuna indagine, perché effettuata ai danni di un professionista già noto. Ed è proprio ciò che è accaduto a Luttazzi, come a tutti coloro la cui professionalità non viene presa in considerazione perché ritenuti “scomodi” da chi ha di fatto il potere di ottenerne la messa al bando.

E la circostanza che le norme contenute nello Statuto dei Lavoratori si applichino al personale dipendente non impedisce di estendere la tutela prevista dall’art. 8 anche a chi in caso di assunzione non venisse inquadrato in un rapporto di lavoro subordinato, come generalmente accade per gli artisti scritturati per un programma Rai. Quella offerta dall’art. 8 è una tutela generale, diretta espressione della libertà di pensiero garantita dall’art. 21 Cost.

Da quanto detto deriva che il dirigente Rai il quale, nell’assecondare pressioni provenienti da soggetti che non devono avere nulla a che vedere con la gestione Rai (come i politici), finisce per scartare un’offerta professionale perché i contenuti proposti dal professionista sono sgraditi a quei soggetti, realizza un fatto illecito insieme a questi ultimi, i quali in sostanza sono i “committenti”. Un fatto illecito che li obbliga al risarcimento dei danni.

Ma il problema principale è nella prova del fatto illecito. E’ più facile dimostrare di essere stati cacciati, che non di essere stati discriminati nell’assunzione. Gli ostacoli che i vertici Rai pongono alla esplicazione della attività lavorativa stabilita nel contratto con il professionista sono tangibili; e il tenerlo inattivo in vigenza di contratto senza attribuirgli compiti, o attribuendoli a condizioni inaccettabili, è una chiara violazione. Invece, quando il professionista avvia contatti con dirigenti Rai offrendo una prestazione lavorativa, quelli possono anche permettersi di non fornire alcuna risposta, o di fornirne di vaghe, non esistendo un rapporto contrattuale che li obbliga ad un comportamento attivo.

Ma anche in questa fase vanno valutati, anche se più intensamente, i già visti “elementi presuntivi” che segnalano la presenza della censura (comprese le eventuali dichiarazioni di politici e dirigenti Rai). Uno in particolare. In genere un lavoro viene a priori scartato perché non ritenuto interessante o adatto al pubblico. E’ chiaro, però, che qui gioca un ruolo fondamentale il riconosciuto valore del professionista. Per fare un esempio (ma ce ne sarebbero tanti), sarebbe molto sospetto che i responsabili della programmazione scartassero il progetto di un programma di satira politica di Dario Fo, dato il suo valore e l’indubbio interesse pubblico che soddisferebbe.

E tali comportamenti sospetti vanno necessariamente collegati anche alle dichiarazioni dei dirigenti Rai. Basti pensare a quella, reiterata, di Fabrizio del Noce, direttore di Rai1, secondo cui “su Rai1 non si fa satira politica”. Desta preoccupazione la naturalezza con cui Del Noce rende una simile dichiarazione. Ma quello che preoccupa veramente è che nessuno tragga le dovute conseguenze di fronte ad una palese e rivendicata violazione, sia dell’art. 21 che dell’art. 33 Cost., da parte di chi ha la responsabilità di un servizio pubblico; e che dovrebbe invece porsi come garante e stimolatore delle libertà enunciate in quelle norme.

Diversa è invece la natura dell’allontanamento che Luttazzi subirà da La7 nel dicembre 2007.

Luttazzi epurato da La7 per aver inventato il paradosso di Berlusconi

Daniele Luttazzi subisce un’altra stangata. Questa volta da La7, l’unica televisione ad averlo scritturato dopo il cosiddetto “editto bulgaro”. Nel corso della puntata di Decameron di sabato 1° dicembre, una ipotetica intervistatrice gli chiede come “sopportare” che “dopo quattro anni di guerra in Irak, 3.900 soldati americani uccisi, 85.000 civili iracheni ammazzati e tutti gli italiani morti sul campo anche per colpa di Berlusconi, Berlusconi ha avuto il coraggio di dire che lui in fondo era contrario alla guerra in Irak”.

Luttazzi suggerisce il suo rimedio: “Pensa a Giuliano Ferrara dentro a una vasca da bagno, con Berlusconi e Dell’Utri che gli pisciano addosso, Previti che gli caga in bocca, e la Santanche’ in completo sadomaso che li frusta. Va già meglio, no?”.

Nessuna reazione. La puntata viene addirittura replicata la sera di giovedì 6 dicembre. Poi, improvvisamente, la mattina dell’8 dicembre la direzione di La7 diffonde un comunicato che annuncia la sospensione del programma. Motivazione: “Daniele Luttazzi ha gravemente insultato e offeso Giuliano Ferrara, che con la stessa La7 collabora da anni come coconduttore di 8 e mezzo”, facendo uso di espressioni “palesemente in contrasto con la satira”. Il tutto premettendo candidamente che “con Daniele Luttazzi è stato stipulato un contratto che garantiva la sua più totale libertà creativa”, ma di cui “era necessario fare un uso responsabile”.

La battuta di Luttazzi è triviale, è vero. Ma è “in contrasto con la satira”, come recita un po’ maldestramente il comunicato? In altre parole: è diffamazione quella di Luttazzi?

La volgarità di cui è impregnata la battuta di Luttazzi non deve sviare. Le battute satiriche di un artista di talento hanno sempre un significato, ossia un collegamento con la realtà. Il problema della legittimità della satira sta tutto nell’individuare quel collegamento. E la giurisprudenza consolidatasi negli ultimi decenni ha fornito la soluzione. Consapevole che la satira si basa principalmente sul paradosso, sulla esagerazione, nonché sulla dissacrazione del soggetto preso di mira, ha concluso che la satira non può sottostare ai tradizionali requisiti della verità e della continenza formale adoperati per valutare la legittimità della cronaca e della critica. E ha adottato come parametro di valutazione il nesso di coerenza causale tra qualità della dimensione pubblica del personaggio colpito e contenuto del messaggio satirico. In parole povere: è legittima la satira che ha un significato. E’ invece illegittima quando è incoerente e si sostanzia in un gratuito insulto.

Ora, la battuta di Luttazzi riunisce quattro personaggi di indubbio rilievo pubblico: Berlusconi, Dell’Utri, Previti, Ferrara (la Santanche’, in realtà, è piuttosto defilata nel messaggio satirico). I primi tre personaggi sono legati da una antica amicizia, che li ha visti sempre solidali tra loro, anche nelle note vicende giudiziarie. Il quarto personaggio, Giuliano Ferrara, si sa essere molto legato a Berlusconi. E’ stato suo ministro nel ‘94. Dirige un giornale edito per la maggior quota dalla moglie del Cavaliere. Ha criticato ogni iniziativa giudiziaria mossa nei confronti dei tre, polemizzando aspramente con le cosiddette “toghe rosse”. E, soprattutto, da convinto sostenitore della guerra in Irak ha sempre incoraggiato e poi difeso la scelta del governo Berlusconi di inviarvi le truppe italiane.

Ed è proprio su quest’ultimo punto che si innesta il “nesso di coerenza causale”, che trova l’altro capo nell’atteggiamento di Silvio Berlusconi quando sostiene di essere stato sempre contrario alla guerra in Irak, nonostante l’invio (e soprattutto la morte) dei soldati italiani a Nassyria. La palese inverosimiglianza dell’affermazione di Berlusconi viene da Luttazzi efficacemente riprodotta nella vasca da bagno, dove si materializza il più inimmaginabile degli eventi: Berlusconi, Previti e Dell’Utri che pongono in essere il più turpe dei comportamenti proprio ai danni di chi ha loro garantito un solido appoggio nelle note vicende politiche e giudiziarie, ivi compresi l’appoggio incondizionato alla politica di Bush e l’invio del contingente italiano in Irak.

E’ quello che può definirsi il paradosso di Berlusconi, spiegato alla maniera satirica di Luttazzi: credere a quanto affermato da Berlusconi a proposito della sua posizione sulla guerra in Irak è come credere alla scena della vasca da bagno. Tra l’altro, nell’orgia luttazziana non può sfuggire il riferimento alle torture nel carcere di Abu Ghraib, denunciate nell’aprile 2004 proprio durante il governo Berlusconi, i cui autori si accanivano sui prigionieri irakeni proprio accatastando i loro corpi e costringendoli a mimare l’atto sessuale.

C’è dunque quel nesso di coerenza causale che la giurisprudenza esige nella satira. Anche se – questo va detto – la volgarità della scena ne rende complessa l’individuazione. Volgarità che può porre problemi di ordine morale, ma che non deve in alcun modo condizionare il giudizio di legittimità. Nel nostro ordinamento vige il principio della libertà dell’arte, sancito dall’art. 33 Cost. Per cui, anche se un’opera può da alcuni essere giudicata brutta, non per questo va considerata illecita, quando rientra nel concetto di arte. E, nel caso della satira, secondo la giurisprudenza è proprio la sussistenza del nesso di coerenza causale (tra dimensione pubblica del personaggio preso di mira e contenuto del messaggio satirico) a conferirle dignità di arte.

L’attenzione va ora concentrata sul comportamento di La7, che ha deciso di sospendere il programma.

Anche se la direzione avesse in buona fede ritenuto la battuta di Luttazzi diffamatoria nei riguardi di Giuliano Ferrara, non avrebbe mai potuto sopprimere il programma. A maggior ragione se – come candidamente ammesso dalla stessa direzione – il contratto garantisce a Luttazzi “la più totale libertà creativa”. Francamente, non si riesce a capire su quale norma dell’ordinamento la direzione possa aver basato la sua decisione. Pertanto, il comportamento dell’emittente ha dato luogo ad un inequivoco inadempimento contrattuale, che potrebbe legittimare Luttazzi a chiedere un risarcimento danni nelle sedi competenti.

Ma vi è il sospetto che il comportamento dell’emittente sia stato dettato da ragioni diverse da quelle comunicate. Ragioni rinvenibili in pressioni esercitate da ambienti politici, preoccupati di quanto Luttazzi dice nel suo programma senza fare sconti a nessuno. In altre parole, Luttazzi sarebbe stato vittima di una censura. Un’esperienza non nuova per l’autore. Con le ulteriori conseguenze di ordine risarcitorio che deriverebbero da un comportamento limitativo di una libertà costituzionalmente garantita, quale quella dell’arte.

Perché si possa parlare di censura (non solo, quindi, di semplice inadempimento contrattuale) è necessario che le pressioni esercitate sull’emittente provengano da qualcuno che incarna un potere pubblico. Ciò è sempre molto difficile da dimostrare. Per questo ci si può basare, da un lato, su “elementi presuntivi”; dall’altro, sulla pretestuosità della motivazione addotta.

Per quanto riguarda gli elementi presuntivi, qui il dato più eclatante è che Decameron (in onda il sabato ma replicato il giovedì) garantiva a La7 ascolti fino a 10 volte quelli mediamente registrati dalla stessa emittente. Con tutti i benefici economici (primo fra tutti: la raccolta pubblicitaria) che un tale share garantiva. E’ il comportamento masochistico dell’emittente, la classica zappa sui piedi, che fa pensare ad una imposizione “dall’alto”. Quale emittente andrebbe contro i propri vitali interessi, se non per soddisfarne obtorto collo altri? Pare, poi, che la prossima puntata di Decameron avesse come bersaglio privilegiato il Papa e le ingerenze della Chiesa Cattolica nella vita civile. E la decisione di cancellare il programma arriva proprio quando il Governo manifesta grosse difficoltà nel tradurre in legge la punizione dell’omofobia, a causa della netta contrarietà espressa dagli ambienti cattolici.

Vi è anche, senza dubbio, la pretestuosità della motivazione. Per non violare dichiaratamente la Costituzione, chi censura deve mentire. Dovendo nascondere i veri motivi che hanno occasionato la censura, è costretto ad enunciarne altri, che però si rivelano pretestuosi in quanto contraddittori. Innanzitutto, non si può sospendere il programma per tutelare la reputazione di Giuliano Ferrara, quando questi deve (ed è perfettamente in grado di) farlo da solo nelle sedi competenti. Poi, perché prendere la decisione sette giorni dopo la messa in onda della trasmissione e addirittura dopo averne consentito la replica? Viene così da pensare che qualcosa sia accaduto dopo la messa in onda della replica, altrimenti non si riuscirebbe a spiegare per quale motivo lo sdegno per l’offesa a Giuliano Ferrara si sia manifestato non solo a scoppio ritardato, ma addirittura dopo averne consentito la reiterazione. Come può essere logicamente credibile che l’emittente blocchi il programma per riparare l’offesa al conduttore di Otto e Mezzo, dopo che non ha provveduto a cancellare dalla replica i pochi secondi in cui Luttazzi lo ritrae nella vasca da bagno?

Il caso Satyricon

La sera del 14 marzo 2001 su RAI 2 va in onda “Satyricon”, programma condotto dal comico Daniele Luttazzi. La puntata ospita il giornalista Marco Travaglio, autore de “L’odore dei soldi”, un libro scritto insieme a Elio Veltri, membro della Commissione Parlamentare Antimafia, che ripercorre la carriera di Silvio Berlusconi. Travaglio sintetizza il contenuto del libro. In particolare si parla: dei rapporti tra Marcello Dell’Utri, top manager della Fininvest, e Vittorio Mangano, boss mafioso noto come “Lo stalliere di Arcore”, che negli anni ’70 abitò proprio nella villa del Cavaliere e poi condannato all’ergastolo per gravi fatti di mafia; dei rapporti tra Berlusconi e Dell’Utri da un lato, e Totò Riina dall’altro; dei motivi che indussero Berlusconi a entrare in politica fondando “Forza Italia”, dopo che l’azione di “Mani Pulite” aveva cancellato i referenti politici che avevano garantito prosperità al suo gruppo imprenditoriale; dell’attentato del ‘93 a Maurizio Costanzo, fermamente contrario all’ingresso in politica del padrone di Fininvest; dell’intervista a Paolo Borsellino poco prima della sua morte, in cui il magistrato parla espressamente di indagini a carico di Berlusconi e il suo gruppo per fatti di mafia; della “legge Tremonti” che nel ’94, con Berlusconi a capo del Governo, consentì al gruppo Fininvest un risparmio di 250 miliardi di (vecchie) lire.

La trasmissione si rivela un duro attacco al candidato alla presidenza del Consiglio Silvio Berlusconi e ai suoi più stretti collaboratori. Ma è un attacco che si basa su fonti ufficiali: gli atti di indagine delle Procure della Repubblica di Palermo e Caltanissetta, in gran parte riassunti nella requisitoria del dott. Luca Tescaroli, pubblico ministero al processo d’appello per la strage di Capaci.

Silvio Berlusconi, ritenendo le affermazioni di Travaglio di una gravità inaudita, cita in giudizio dinanzi al Tribunale di Roma Luttazzi, Travaglio, il direttore di RAI 2 Carlo Freccero e la stessa RAI, chiedendo il risarcimento dei danni, quantificandoli complessivamente in 21 miliardi di (vecchie) lire. Accusa i suddetti di averlo diffamato esclusivamente sulla base di “vaniloquenti teoremi di un PM”.

Il Tribunale di Roma respinge la domanda, affermando che “le riferite affermazioni del Travaglio sono da ritenersi esercizio di legittima critica politica”, in quanto ancorate “a fatti di sicuro interesse per l’opinione pubblica” e non risultando che “il Travaglio abbia mai spacciato per indiscusse verità le affermazioni fatte dal PM Tescaroli nella requisitoria resa al processo d’appello per la strage di Capaci […] avendo egli” nel corso dell’intervista resa a Luttazzi “espressamente precisato che si trattava di una requisitoria contenente ‘spunti di indagine’ e non di sentenza”. Quanto alle affermazioni sulla “legge Tremonti”, secondo il giudice le affermazioni di Travaglio “intesero unicamente sottolineare e denunciare all’opinione pubblica il noto problema del conflitto di interessi che da più parti si assume esistente rispetto all’attività di governo dell’on. Berlusconi in considerazione dei suoi rilevantissimi interessi economici”. (Trib. Roma 14 gennaio 2006)

La sentenza è condivisibile, poiché il Tribunale di Roma non ha fatto altro che applicare i principi in materia di diritto di critica, ritenendo che la puntata di “Satyricon” del 14 marzo 2001 abbia rispettato i requisiti di verità, interesse pubblico, continenza formale.

Dal punto di vista del requisito della verità, le affermazioni del giornalista Travaglio erano tratte dal suo libro “L’odore dei soldi”. Un libro che si basa interamente sugli atti di indagine delle Procure della Repubblica di Palermo e Caltanissetta, nonché sulla requisitoria del PM Tescaroli al processo d’appello di Palermo sulla strage di Capaci (quella che causò la morte del giudice Falcone). E’ chiaro, quindi, che si tratta di fonti ufficiali, come tali riproducibili pubblicamente.

Non c’è dubbio che la proposizione dell’argomento risponda ad un interesse pubblico. La collettività, infatti, ha il diritto di conoscere puntualmente le indagini svolte nei riguardi di un personaggio pubblico del calibro di Silvio Berlusconi. Di conoscere, cioè, le origini del suo immenso patrimonio e gli eventuali legami con personaggi di spicco della mafia.

Non si può nemmeno dire che Travaglio abbia condotto la critica con toni aggressivi e in violazione del requisito della continenza formale. Anzi, il tono del giornalista era pacato, tipico di chi preferisce far parlare i fatti. E lo stesso giornalista si è preoccupato, nel corso della puntata, di specificare che quei fatti non rappresentavano una verità assoluta, ma elementi emersi da indagini della magistratura. E’ vero, poi, che alcune volte (raramente, per la verità) Luttazzi ha fatto ricorso ad una certa dose di ironia. Ma si trattava di un’ironia più che altro di “appoggio” al tema dell’intervista, allo scopo di colorirla, come del resto accadeva in ogni puntata di “Satyricon”. Non certo per rafforzare le affermazioni fatte da Travaglio, vero protagonista della puntata. Tra l’altro, quando quest’ultimo si chiedeva come mai nessuno avesse mai parlato pubblicamente di quei fatti così gravi riguardanti il futuro presidente del Consiglio, era lo stesso Luttazzi a rispondere che “nessuno le riferisce probabilmente perché devono ancora essere dimostrate”.

Dunque, non si può negare che la puntata di “Satyricon” del 14 marzo 2001 si sia svolta nel rispetto del diritto di critica. Anzi, nel corso dell’intervista, Travaglio tratteneva, in realtà, le potenzialità tipiche del diritto di critica. Le accuse a Berlusconi e alla Fininvest, infatti, erano estremamente circostanziate. L’“attacco” a Berlusconi veniva condotto attraverso la narrazione di fatti tratti da fonti ufficiali pubbliche, quasi fosse cronaca; e non attraverso argomentazioni a sostegno di valutazioni personali, come accade sempre nella critica. Insomma, una critica a basso rischio di lesività. Travaglio, continuando a sottolineare che i fatti riferiti riguardavano indagini in corso, avrebbe potuto spingersi ben oltre, fino a mettere espressamente in dubbio l’opportunità che in un paese democratico, ma prima ancora civile, un candidato simile, indagato da due Procure per mafia ed altro, potesse presentarsi alle elezioni aspirando addirittura alla presidenza del Consiglio.

Non sarebbe rilevante valutare se la trasmissione abbia rispettato il requisito dell’imparzialità dell’informazione, considerato principio fondamentale da tutte le leggi in materia di radiotelevisione che si sono succedute. Ciò in quanto la conduzione non imparziale di un programma che tratta fatti riguardanti un personaggio pubblico, non può mai produrre una lesione dei diritti di quel personaggio, se i tradizionali requisiti di legittimità (verità, interesse pubblico, continenza formale) risultano rispettati. La violazione dell’obbligo di imparzialità riguarda il rapporto tra conduttore del programma ed ente di appartenenza (in questo caso la Rai) e può al massimo comportare l’applicazione di sanzioni disciplinari. Riguarda, cioè, il rapporto interno all’ente, o il rapporto tra ente e organi deputati a vigilare sul corretto funzionamento del sistema radiotelevisivo. Mai quello tra conduttore e destinatario della critica. Una diffamazione, o comunque una lesione dei diritti della persona, non può mai derivare dalla semplice violazione dell’obbligo di imparzialità. Proprio come non potrebbe mai tradursi in diffamazione una trasmissione incentrata sulla critica a un uomo politico e condotta in violazione della par condicio, potendo occasionare soltanto una sanzione della Authority per le Comunicazioni.

Qui basti dire che la violazione del requisito dell’imparzialità non può mai avvenire quando l’informazione si basa sulla verità (anche putativa) dei fatti. Quanto emerso durante l’intervista a Travaglio era tratto da fonti ufficiali: gli atti di indagine delle Procure della Repubblica di Palermo e Caltanissetta, in gran parte riassunti nella requisitoria del dott. Luca Tescaroli, pubblico ministero al processo d’appello per la strage di Capaci. Ma a diverse conclusioni (ma solo con riferimento alla questione dell’imparzialità) si dovrebbe pervenire se la trasmissione venisse trasmessa in tempi odierni, ossia dopo i provvedimenti (in gran parte illegittimi) della Commissione di Vigilanza e dell’Authority per le Comunicazioni, che in sostanza hanno imposto il rispetto del contraddittorio addirittura alla diffusione di notizie, limitando fortemente la libertà di informazione radiotelevisiva in Italia.

Satyricon non diffamò Berlusconi: la Cassazione mette la parola fine 
(21 gen 2015)

Tutto incomincia la sera del 14 marzo 2001, quando su Rai2 va in onda “Satyricon”, programma condotto dal comico Daniele Luttazzi. La puntata ospita il giornalista Marco Travaglio, autore de “L’odore dei soldi”, un libro scritto insieme a Elio Veltri, membro della Commissione Parlamentare Antimafia, che ripercorre la carriera di Silvio Berlusconi. Travaglio sintetizza il contenuto del libro. In particolare si parla: dei rapporti tra Marcello Dell’Utri, top manager della Fininvest, e Vittorio Mangano, boss mafioso noto come “Lo stalliere di Arcore”, che negli anni ’70 abitò proprio nella villa del Cavaliere, poi condannato all’ergastolo per gravi fatti di mafia; dei rapporti tra Berlusconi e Dell’Utri da un lato, e Totò Riina dall’altro; dei motivi che indussero Berlusconi a entrare in politica fondando “Forza Italia”, dopo che l’azione di “Mani Pulite” aveva cancellato i referenti politici che avevano garantito prosperità al suo gruppo imprenditoriale; dell’attentato del ‘93 a Maurizio Costanzo, contrario all’ingresso in politica del padrone di Fininvest; dell’intervista a Paolo Borsellino poco prima della sua morte, in cui il magistrato parla espressamente di indagini a carico di Berlusconi e il suo gruppo per fatti di mafia; della “legge Tremonti” che nel ’94, con Berlusconi a capo del Governo, consentì al gruppo Fininvest un risparmio di 250 miliardi di (vecchie) lire.

La trasmissione si rivela un duro attacco al candidato alla presidenza del Consiglio Silvio Berlusconi e ai suoi più stretti collaboratori. Ma è un attacco che si basa su fonti ufficiali: gli atti di indagine delle Procure della Repubblica di Palermo e Caltanissetta, in gran parte riassunti nella requisitoria del dott. Luca Tescaroli, pubblico ministero al processo d’appello per la strage di Capaci.

Silvio Berlusconi, ritenendo le affermazioni di Travaglio di una gravità inaudita, cita in giudizio dinanzi al Tribunale di Roma Luttazzi, Travaglio, il direttore di RAI 2 Carlo Freccero e la stessa RAI, chiedendo il risarcimento dei danni, quantificandoli complessivamente in 21 miliardi di (vecchie) lire. Accusa i suddetti di averlo diffamato esclusivamente sulla base di “vaniloquenti teoremi di un PM”.

Il Tribunale di Roma, con sentenza 14 gennaio 2006, respinge la domanda, affermando che “le riferite affermazioni del Travaglio sono da ritenersi esercizio di legittima critica politica”, in quanto ancorate “a fatti di sicuro interesse per l’opinione pubblica” e non risultando che “il Travaglio abbia mai spacciato per indiscusse verità le affermazioni fatte dal PM Tescaroli nella requisitoria resa al processo d’appello per la strage di Capaci […] avendo egli” nel corso dell’intervista resa a Luttazzi “espressamente precisato che si trattava di una requisitoria contenente ‘spunti di indagine’ e non di sentenza”. Quanto alle affermazioni sulla “legge Tremonti”, secondo il giudice le affermazioni di Travaglio “intesero unicamente sottolineare e denunciare all’opinione pubblica il noto problema del conflitto di interessi che da più parti si assume esistente rispetto all’attività di governo dell’on. Berlusconi in considerazione dei suoi rilevantissimi interessi economici”.

La Corte D’Appello di Roma conferma la decisione di primo grado con sentenza 18 ottobre 2011.

E’ infine di oggi la notizia del rigetto del ricorso che Silvio Berlusconi aveva proposto alla Corte di Cassazione.

Secondo la Suprema Corte, il comportamento di Marco Travaglio va ritenuto “conforme alle regole del diritto di cronaca e di critica”. Proviamo ad analizzare quel comportamento sulla base del noto “decalogo” del giornalista: verità, interesse pubblico, continenza formale.

Dal punto di vista del requisito della verità, le affermazioni del giornalista Travaglio erano tratte dal suo libro “L’odore dei soldi”. Un libro che si basa sugli atti di indagine delle Procure della Repubblica di Palermo e Caltanissetta, nonché sulla requisitoria fatta dal Pubblico Ministero Tescaroli al processo d’appello di Palermo sulla strage di Capaci. E’ chiaro, quindi, che si tratta di fonti ufficiali, come tali riproducibili pubblicamente.

Quanto al secondo requisito, non c’è dubbio che la proposizione dell’argomento risponda ad un interesse pubblico. La collettività, infatti, ha il diritto di conoscere puntualmente le indagini svolte nei riguardi di un personaggio pubblico del calibro di Silvio Berlusconi. Di conoscere, cioè, le origini del suo immenso patrimonio e gli eventuali legami con personaggi di spicco della mafia.

Non si può nemmeno dire che Travaglio abbia condotto la critica con toni aggressivi, ossia in violazione del requisito della continenza formale. Anzi, il tono del giornalista era pacato. E lo stesso giornalista si è preoccupato, nel corso della puntata, di specificare che quei fatti non rappresentavano una verità assoluta, ma elementi emersi da indagini della magistratura. E’ vero, poi, che alcune volte Luttazzi ha fatto ricorso ad una certa dose di ironia. Ma si trattava di un’ironia più che altro di “appoggio” al tema dell’intervista, allo scopo di colorirla, come del resto accadeva in ogni puntata di “Satyricon”. Non certo per rafforzare le affermazioni fatte da Travaglio, vero protagonista della puntata. Peraltro, quando quest’ultimo si chiedeva come mai nessuno avesse mai parlato pubblicamente di quei fatti così gravi riguardanti il futuro presidente del Consiglio, era lo stesso Luttazzi a rispondere che “nessuno le riferisce probabilmente perché devono ancora essere dimostrate”.

Dunque, non si può negare che la puntata di “Satyricon” del 14 marzo 2001 si sia svolta nel rispetto del diritto di critica. Anzi, nel corso dell’intervista, Travaglio tratteneva le potenzialità tipiche del diritto di critica. Le accuse a Berlusconi e alla Fininvest, infatti, erano estremamente circostanziate. L’“attacco” a Berlusconi veniva condotto attraverso la narrazione di fatti tratti da fonti ufficiali pubbliche, quasi fosse cronaca; e non attraverso argomentazioni a sostegno di valutazioni personali, come accade sempre nella critica. Insomma, si può dire che quella esercitata da Travaglio nella puntata di Satyricon sia stata una critica a basso rischio di lesività. Travaglio, continuando a sottolineare che i fatti riferiti riguardavano indagini in corso, avrebbe potuto spingersi ben oltre, fino a mettere espressamente in dubbio l’opportunità che in un paese democratico, ma prima ancora civile, un candidato simile, indagato da due Procure per mafia ed altro, potesse presentarsi alle elezioni aspirando addirittura alla presidenza del Consiglio.

La censura

Con la censura un organo pubblico esercita un controllo sul contenuto di una manifestazione di pensiero, impedendone la diffusione quando è ritenuta contraria agli interessi dell’ordinamento. Sistematica nei regimi dittatoriali, la censura è un istituto eccezionale in uno Stato democratico.

Infatti, l’unica forma di censura ammessa nel nostro ordinamento è quella sulle opere cinematografiche, disciplinata dalla L. 21 aprile 1962 n. 161. Una apposita Commissione, i cui membri sono nominati dal Ministro per i Beni e le Attività Culturali, concede il “nulla osta” alla diffusione di quelle opere non contrarie al buon costume, stabilendo eventuali limiti alla visione dei minori. Analoghe cautele sono previste, sempre a tutela dei minori, per le produzioni Tv.

Questa forma di censura trova piena legittimità nell’art. 21 Cost., il cui ultimo comma vieta “le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume”. Per il resto, l’art. 21 Cost. garantisce a tutti il “diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

Ciò non significa che il pensiero possa manifestarsi in spregio agli altrui diritti. Ad impedirlo sono quelle norme che puniscono, ad esempio, l’ingiuria e la diffamazione. Significa che nel nostro ordinamento non può esistere un controllo preventivo sul contenuto di una manifestazione di pensiero, che possa impedirne o solo condizionarne la diffusione. Fatta eccezione per il menzionato potere di censura in ambito cinematografico, l’intervento dello Stato può essere sanzionatorio, quindi successivo, ma mai preventivo. In un sistema democratico la diffusione del pensiero non può essere mediata da alcun organo di controllo.

A maggior ragione per la stampa, data la sua insostituibile funzione di collegamento tra i fatti e la collettività, in piena sintonia con l’art. 1, comma 2°, Cost. secondo cui “La sovranità appartiene al popolo”. Per questo l’art. 21, comma 2°, Cost. stabilisce che “La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. La norma vuole instaurare un rapporto diretto tra gli organi di informazione e la collettività. Un rapporto arricchito dal dovere di verità del giornalista, che contraddistingue un sistema democratico, ma che non avrebbe alcun senso in un regime dittatoriale, dove il flusso informativo è interamente mediato dai pubblici poteri.

La censura è l’atto di un potere pubblico. Non è quindi censura il controllo del direttore responsabile di un periodico, imposto dall’art. 57 del codice penale per “impedire che col mezzo di comunicazione siano commessi reati”. Tant’è che in mancanza di controllo, il direttore è punito a titolo di colpa nell’eventualità in cui il reato venga commesso. Non è riconducibile alla censura nemmeno il potere esercitato dal direttore responsabile per raccordare l’operato dei propri collaboratori alle caratteristiche editoriali della testata. Qui il controllo avviene in esecuzione del contratto con l’editore, e può sostanziarsi in un sindacato sul contenuto della pubblicazione. Del resto, è la previsione della clausola di coscienza (art. 32 CNLG, che dà al giornalista la facoltà di “chiedere la risoluzione del rapporto con diritto alle indennità di licenziamento” in caso di “sostanziale cambiamento dell’indirizzo politico del giornale”) a legittimare l’esistenza di un siffatto potere di controllo: la clausola presuppone che il direttore responsabile possa pretendere di conformare l’operato dei propri collaboratori all’indirizzo politico della testata.

Nel sistema radiotelevisivo il rischio di censura è normativamente prossimo allo zero. Ciò si desume da alcune disposizioni contenute nella L. 6 agosto 1990 n. 223 (“Legge Mammì”). L’art. 30, comma 3°, impone espressamente alla concessionaria, sia pubblica che privata, un controllo sul contenuto dei programmi, ma al solo scopo di impedire la commissione dei reati di pubblicazione e spettacoli osceni (art. 528 c.p.), di pubblicazione lesiva del sentimento di fanciulli e adolescenti (art. 14 L. n. 47/1948), di pubblicazione impressionante o raccapricciante (art. 15 L. n. 47/1948): ciò in sostanziale armonia con quanto prescrive l’art. 21, comma 4°, Cost. laddove vieta le manifestazioni contrarie al “buon costume”. Nessun controllo é previsto, invece, per prevenire il reato di diffamazione, contrariamente a quanto impone per la carta stampata al direttore responsabile l’art. 57 c.p., norma inapplicabile al sistema radiotelevisivo per il divieto costituzionale di analogia in materia penale (art. 25, comma 2°, Cost.).

Non è una differenza da poco. Un conto è limitarsi a verificare che un programma non contenga riferimenti scabrosi o impressionanti. Ben diverso è controllare se una trasmissione possa rivelarsi lesiva della altrui reputazione. E’ facile immaginare come quest’ultimo tipo di controllo, sostanziandosi in un giudizio discrezionale sul contenuto del programma, possa di fatto tradursi in una censura. Ed è proprio per la mancanza di un siffatto potere di controllo che poc’anzi si è detto che nel sistema radiotelevisivo il rischio di censura è “normativamente prossimo allo zero”.

Normativamente, però. Di fatto, in passato si sono registrati all’interno della concessionaria pubblica Rai casi clamorosi, che hanno visto coinvolti famosi giornalisti, oltre ad artisti di indiscutibile valore (andando indietro nel tempo, si pensi a Beppe Grillo). Dopo aspre polemiche, sono stati soppressi importanti programmi di approfondimento informativo e addirittura allontanati i loro conduttori, che per anni non hanno potuto lavorare in Rai. Stessa cosa per alcuni programmi di satira.

Non essendo concepibile in un sistema democratico, né esistendo un organo deputato ad esercitarla, la censura non è mai dichiaratamente tale. Qualcuno si improvvisa censore bloccando un programma; spesso allontanandone l’autore, giornalista o artista che sia. Ma nel fare ciò l’improvvisato censore è costretto a nascondere due aspetti. Innanzitutto, deve nascondere che agisce su direttiva, o comunque nell’interesse, di chi detiene il potere politico e, come tale, non ha alcun potere giuridico di intervento, tanto da essere costretto ad utilizzare “mandatari” posti ai vertici della concessionaria Rai. In secondo luogo, l’improvvisato censore deve nascondere i veri motivi che lo hanno spinto a bloccare il programma, che sono poi i motivi che hanno indotto chi detiene il potere politico a servirsi del censore; e rimpiazzarli con motivi che possano giustificare l’atto. Insomma, l’improvvisato censore deve ricondurre la soppressione della manifestazione di pensiero ad un comportamento ammesso dall’ordinamento.

Per quanto riguarda il primo aspetto (la natura politica dell’atto censorio), essendo difficile ottenere una prova certa, sono sufficienti “elementi presuntivi” che insieme fanno ritenere verosimile che l’improvvisato censore abbia agito per conto di chi detiene il potere politico e si sente leso nei suoi interessi dai contenuti della trasmissione. Generalmente l’atto censorio è preceduto da autorevoli dichiarazioni di politici il cui tenore fa pensare ad una loro interferenza nei palinsesti Tv, ufficialmente impermeabili alle scelte politiche. Qui vanno tenute presenti non solo le dichiarazioni dei politici contro i programmi che poi verranno soppressi, ma anche i comportamenti dei soggetti preposti ai vertici Rai, da cui si possa ricavare quantomeno una loro assonanza con chi detiene il potere politico, se non un asservimento.

Per i gravi casi verificatisi in Rai durante il secondo governo Berlusconi (2001 2006), alcune dichiarazioni assumono certamente un’importanza fondamentale. Basti pensare a quella del leader di An Gianfranco Fini poco prima delle elezioni politiche del 2001, quando, criticando la conduzione della trasmissione “Il raggio verde” di Michele Santoro, affermò che in caso di vittoria della Cdl “faremo piazza pulita alla Rai”. O alla dichiarazione di Agostino Saccà che, poco prima di essere nominato direttore generale della Rai (agosto 2002), affermò in un’intervista al “Corriere della Sera” di votare Forza Italia con tutta la famiglia. O a quella, ingenua ma spontanea, di Alfredo Meocci all’indomani della sua nomina a direttore generale della Rai (agosto 2005): “Ringrazio il presidente del Consiglio per la fiducia”, ossia Silvio Berlusconi, quando la sua nomina avrebbe dovuto essere di esclusiva competenza del consiglio di amministrazione Rai.

Sono dichiarazioni che fanno chiaramente pensare ad una interferenza del potere politico nelle decisioni prese dai vertici Rai. Ma la dichiarazione più eclatante rimane quella resa da Silvio Berlusconi, allora capo del Governo, durante una conferenza stampa tenuta a Sofia il 18 aprile 2002, quando parlò di “uso criminoso della televisione pubblica” da parte di Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi, nonché di “preciso dovere della nuova dirigenza Rai di non permettere più che questo avvenga”. La dichiarazione di Berlusconi è passata alla storia con il termine di “editto bulgaro”, soprattutto per la solerzia con cui sarà eseguito dai nuovi vertici Rai a danno dei menzionati soggetti.

Ma l’elemento presuntivo di maggior importanza è dato dalla circostanza che il programma viene soppresso nonostante il successo di pubblico. Qui vi sono due interessi contrapposti. Da una parte l’interesse di chi gestisce il potere politico, che si ritiene minacciato dalla messa in onda del programma; dall’altra, l’interesse della concessionaria Rai a trasmettere programmi ad alto share, non solo per soddisfare il maggior numero di utenti (si ricordi che la Rai è “servizio pubblico”), ma anche per aumentare la raccolta pubblicitaria. E’ chiaro, quindi, che la soppressione, da parte dei vertici Rai, di un programma che registra alti ascolti è la classica zappa sui piedi, che tuttavia nell’ottica dell’improvvisato censore, che agisce per conto del potere politico, appare l’unico modo per tutelare quest’ultimo. Qui è la stessa natura masochistica dell’atto a far pensare ad una imposizione del potere politico sulla concessionaria pubblica. Imposizione che durante il secondo governo Berlusconi (2001 2006) era certamente stimolata dall’essere il capo del Governo addirittura proprietario delle tre reti Mediaset, principale concorrente della Rai, come tale fortemente interessato a che la stessa perdesse ascolti, quindi raccolta pubblicitaria.

Un altro elemento presuntivo di grande importanza è dato dagli sforzi organizzativi ed economici spesso profusi dalla Rai per assicurarsi un programma che poi viene soppresso. Per ovvi motivi, entrambe le decisioni vengono prese dagli stessi soggetti, o comunque con il loro avallo. E’ chiaro, quindi, che la soppressione di un programma, in considerazione delle risorse spese per garantirselo, dà luogo ad una evidente contraddizione, che fa presumere che la decisione finale sia stata adottata in una posizione tutt’altro che immune da interferenze esterne.

Il secondo aspetto da valutare riguarda le motivazioni con cui l’improvvisato censore giustifica l’intervento sulla trasmissione. Per non violare dichiaratamente la Costituzione, chi censura deve mentire. Dovendo nascondere i veri motivi che hanno occasionato la censura, è costretto ad enunciarne altri che formalmente riconducono l’atto nei binari della legalità, o quantomeno lo fanno ritenere opportuno, ma che quasi sempre si rivelano pretestuosi: o perché sottolineano l’esigenza del raggiungimento di obiettivi poi clamorosamente mancati, o perché contraddittori o basati su fatti falsi. I singoli casi approfonditi danno un chiaro quadro del problema in cui si imbatte l’improvvisato censore. Ma vale la pena richiamare subito un esempio.

Nel gennaio 2004 uno sketch dell’attrice comica napoletana Rosalia Porcaro (che conteneva alcune pungenti battute su Berlusconi, sul suo conflitto di interessi e sulle sue leggi ad personam) viene soppresso dal direttore di Rai1 Fabrizio Del Noce a poche ore dalla messa in onda, ufficialmente perché il dialetto napoletano non si addice ad un programma di prima serata di Rai1 ed è difficilmente comprensibile. Ebbene, basti pensare alle intere generazioni cresciute con i film di Totò, Peppino De Filippo, Massimo Troisi ed altri brillanti partenopei per capire quanto la giustificazione fosse pretestuosa, perché diretta unicamente a censurare il contenuto dello sketch.

Un cenno va fatto sul concetto di linea editoriale. Spesso un programma non viene preso in considerazione o soppresso perché ritenuto non conforme alla “linea editoriale” della rete. Ciò accade soprattutto per i programmi di satira. La giustificazione, più che fumosa, è basata sul nulla. La Rai fa servizio pubblico e il suo editore è idealmente la collettività che ne usufruisce. Di conseguenza, un programma già collocato nel palinsesto Tv e mandato in onda può essere considerato non conforme alla “linea editoriale” di una rete quando gli ascolti si rivelano bassi, ossia quando risulta non gradito al grande pubblico. Invece, prima della messa in onda ma dopo la sua realizzazione secondo gli accordi tra autore e concessionaria, un programma deve solo rispettare i limiti imposti dalle leggi vigenti, emanate dal Parlamento in rappresentanza della collettività. L’affermazione secondo cui un programma non rispetta la “linea editoriale” di una rete ben può essere la spia di un comportamento censorio.

Verificare se in un caso concreto vi è stata censura ha un’utilità giuridica. Infatti, un conto è ricondurre la soppressione del programma ad un inadempimento del contratto che lega la Rai alla prestazione del conduttore; un altro conto è ricondurla (anche) alla precisa volontà di impedire una libera manifestazione del pensiero. Qui vi sono due ulteriori conseguenze: una riguarda la vittima della censura, l’altra la collettività.

Per il conduttore, al complesso di danni subìti dall’inadempimento contrattuale si dovrebbe aggiungere quello che deriva dalla lesione di una libertà costituzionalmente garantita (art. 21 Cost.), che la giurisprudenza prevalente riconduce alla categoria del danno esistenziale. Per la collettività, la censura di un programma interrompe il flusso di informazioni garantito dal conduttore: in questo caso l’ente portatore di un interesse collettivo (ad esempio il Codacons) potrebbe citare in giudizio la Rai chiedendo il risarcimento dei danni subìti dalla collettività per effetto del comportamento censorio. Ma va precisato che la richiesta danni potrebbe essere rivolta anche (o solo) all’improvvisato censore. E anche al “mandante” politico, qualora si allegassero prove sufficienti della sua interferenza.

Naturalmente, quanto detto vale anche per la censura che colpisce una manifestazione artistica, che è tutelata dall’art. 33 Cost. (norma che sancisce la libertà dell’arte). Non va dimenticato, infatti, che tutte le leggi che finora si sono succedute considerano quali principi fondamentali in materia radiotelevisiva la tutela e lo sviluppo del patrimonio artistico e culturale, nonché la valorizzazione delle relative opere.

Il diritto di satira

Saldamente ancorata ad una tradizione millenaria, la satira costituisce la più graffiante delle manifestazioni artistiche. Basata su sarcasmo, ironia, trasgressione, dissacrazione e paradosso, verte preferibilmente su temi di attualità, scegliendo come bersaglio privilegiato i potenti di turno. Anzi, più in alto si colloca il destinatario del messaggio satirico, maggiore è l’interesse manifestato dal pubblico. Quella politica, infatti, è di gran lunga il tipo di satira che raccoglie maggiore interesse e consenso presso ogni collettività.

Essendo una forma d’arte, il diritto di satira trova riconoscimento nell’art. 33 Cost., che sancisce la libertà dell’arte. Ma è una forma d’arte particolare. Il contenuto tipico del messaggio satirico è lo sbeffeggiamento del suo destinatario, che viene collocato in una dimensione spesso grottesca. La satira mette alla berlina il personaggio al di sopra di tutti, l’intoccabile per definizione. Esalta i difetti dell’uomo pubblico ponendolo sullo stesso piano dell’uomo medio. Da questo punto di vista, la satira è un formidabile veicolo di democrazia, perché diventa applicazione del principio di uguaglianza. Non a caso è tollerata persino nei sistemi autoritari, fortemente motivati a mostrare il volto “umano” del regime.

Ma proprio perché trova la sua ragion d’essere nello sminuimento del soggetto preso di mira, il messaggio satirico può entrare in conflitto con i diritti costituzionali all’onore, al decoro, alla reputazione, etc. Dunque anche qui, come per la cronaca e la critica, occorre procedere ad un bilanciamento degli interessi in conflitto. Bilanciamento che dovrà tenere conto delle peculiarità dell’opera satirica.

Peculiarità che fanno dell’interesse pubblico, riferito al personaggio rappresentato, il solo parametro di valutazione della legittimità della satira. Con un significato diverso, più ampio rispetto a quello assunto nella cronaca e nella critica. Il termine “interesse pubblico” viene qui adoperato al solo scopo di identificare il problema, poiché mal si concilia con la funzione della satira, che non è quella di fornire “notizie”.

Difatti, la giurisprudenza preferisce parlare di qualità della dimensione pubblica del personaggio, relazionandola al contenuto artistico espressivo del messaggio satirico. La satira è lecita se tra i due termini sussiste un nesso di coerenza causale. Si tratta di chiarire cosa debba intendersi per “qualità della dimensione pubblica” del personaggio e per “nesso di coerenza causale”.

La qualità della dimensione pubblica del personaggio va vista come un enorme contenitore dal quale l’artista può liberamente attingere per creare il contenuto dell’opera satirica. In questo enorme contenitore sono raccolti i frammenti che compongono il personaggio, ossia tutte le informazioni di sé che il personaggio, volente o nolente, ha visto fornire al pubblico: le sue fattezze fisiche, la sua mimica facciale, la sua voce, i suoi tic, le sue dichiarazioni, i suoi comportamenti in pubblico, le sue gaffes, i suoi guai giudiziari; e persino i pettegolezzi sul suo conto, se di dominio pubblico. Ebbene, la satira restituisce al pubblico quelle informazioni, quei frammenti, dopo averli mescolati, interpretati, enfatizzati, distorti. In questo modo la loro riproposizione (ossia il contenuto del messaggio satirico) è in coerenza causale con la qualità della dimensione pubblica del personaggio preso di mira. Ed è irrilevante che alcune delle informazioni che confluiscono nel contenitore del personaggio pubblico siano false: la satira non agisce su fatti, ma sulla dimensione pubblica acquisita da un personaggio, che potrebbe non corrispondere a quella reale.

Il significato del “nesso di coerenza causale” tra la qualità della dimensione pubblica del personaggio e il contenuto del messaggio satirico viene meglio colto descrivendo la differenza tra la satira da un lato, la cronaca e la critica dall’altro. La cronaca si incarica di raccogliere uno ad uno quei frammenti dalla realtà (o presunta tale) ed inserirli inalterati, allo stato puro, nel contenitore, man mano delineando la dimensione pubblica del personaggio. La critica esprime un giudizio su uno o più frammenti inseriti nel contenitore, dopo un’attenta osservazione. La satira seleziona alcuni di quei frammenti, ci scolpisce e disegna sopra. Ed è proprio questa attività artistica e artigianale ad essere tutelata dall’art. 33 Cost.

L’intensità del nesso di coerenza causale dipenderà dal grado di “lavorazione” di quei frammenti. Più l’autore interverrà sui frammenti tratti dal contenitore deformando le informazioni sul personaggio (ossia discostandosi dal dato reale o presunto tale), più debole sarà il nesso. E ad una minore lavorazione di quei frammenti corrisponderà, invece, un rafforzamento di quel nesso, che tenderà a far aderire il contenuto del messaggio satirico alla realtà (o presunta tale).

L’importante è che i frammenti “lavorati” dalla satira siano stati prelevati dal contenitore del personaggio pubblico. Non sarebbe lecita quella satira che agisse su frammenti “estranei” al contenitore. Per fare un esempio, si pensi alla satira su un personaggio del calibro di Silvio Berlusconi, il cui contenitore è certamente molto voluminoso. E’ difficile fare esempi di satira illecita su Berlusconi, poiché i frammenti su cui lavorare sono numerosissimi. Provandoci, non sarebbe lecito ritrarlo oggi mentre si gioca la moglie in una partita a carte, poiché difetterebbe il nesso di coerenza causale. Ma la gag diverrebbe lecita se domani, per ipotesi, si venisse a sapere del suo tentativo, seppure scherzoso, di ingraziarsi il premier di uno Stato estero offrendogli la compagnia della moglie, nella speranza di poter entrare nel progetto di privatizzazione della televisione pubblica di quello Stato. Ciò che nella satira viene legittimamente rappresentato, nella cronaca o nella critica diverrebbe ingenua e clamorosa diffamazione.

Tuttavia, a volte la lavorazione è così accurata da dare l’impressione che l’autore non abbia adoperato frammenti raccolti dal contenitore e che abbia inserito nel messaggio satirico informazioni nuove. Il problema della legittimità della satira è tutto qui. Bisogna cioè prestare la massima attenzione e verificare se il contenuto del messaggio satirico sia il prodotto della lavorazione di frammenti presenti nel contenitore, oppure il risultato dell’inserimento di un frammento estraneo che, in quanto tale, non può garantire al messaggio alcuna coerenza causale con il personaggio pubblico.

E’ chiaro, quindi, che la creatività adoperata dall’autore satirico nel lavorare i frammenti presenti nel contenitore va tutta a suo rischio e pericolo. Un’eccessiva lavorazione potrebbe non essere compresa dal pubblico, ma soprattutto dal giudice, che potrebbe non scorgere il nesso di coerenza causale, scambiando i frammenti prelevati dal contenitore e lavorati dall’autore per frammenti estranei, e rinvenendo così gli estremi della diffamazione.

A maggior ragione, la satira non può pescare in un contenitore vuoto. Non può prendere di mira soggetti privi di dimensione pubblica. Nessuna gag soddisferebbe il requisito di coerenza causale laddove non esiste il “personaggio”. Qui la satira utilizzerebbe frammenti, informazioni che necessariamente rientrano nella sfera privata di un soggetto, o rinuncerebbe ai contenuti limitandosi a strumentalizzare il nome o le sembianze di quel soggetto, che si vedrebbe leso in entrambi i casi quantomeno nel proprio diritto alla riservatezza. Allo stesso modo, non potrebbe ritenersi lecita la satira su un personaggio pubblico che utilizzasse informazioni rientranti nella sua sfera privata e non di dominio pubblico. Neanche qui sussisterebbe il nesso di coerenza causale, poiché la sfera privata del personaggio pubblico è intangibile quanto quella della persona anonima.

Quanto detto porta alla conseguenza più importante: nella satira non esiste l’obbligo di rispettare la verità dei fatti. Anzi, caratteristica principale della satira è proprio la deformazione della realtà, la sua rappresentazione in termini paradossali, a cominciare dalle vignette caricaturali e dalle maschere sceniche che stravolgono i (reali) tratti somatici dei personaggi noti. Parte della satira di Gene Gnocchi si basa sulla attribuzione a personaggi reali di specifici fatti clamorosamente falsi, la cui narrazione è sempre accompagnata dal suo ostentato sforzo di renderli credibili.

Ciò non toglie, però, che l’autore possa, per libera scelta artistica, basare il contenuto artistico espressivo dell’opera satirica sulla verità dei fatti, rinunciando ai più ampi spazi creativi che il ricorso al concetto di coerenza causale gli garantirebbe. E’ la cosiddetta “satira verità”, spesso creata a fini di denuncia sociale, che poggiando sulla verità dei fatti è al contempo espressione della libertà di pensiero di cui all’art. 21 Cost. Rinunciando allo stravolgimento dei fatti, la “satira verità” è, giuridicamente parlando, una forma di satira a basso rischio di lesività, proprio perché trattiene le potenzialità insite nella satira tradizionale.

La satira verità non va assolutamente confusa con la “satira informativa”. Sono due concetti distinti e con funzioni diversissime, ma che in alcuni ambienti retrivi si tende ad assimilare a fini di censura. Qui basti precisare che la decisione di aderire alla realtà, o di stravolgerla, rientra nella facoltà di scelta artistica dell’autore, insindacabile ex art. 33 Cost. Perché la satira verità, in quanto arte, non risponde ad esigenze informative.

D’altra parte, che la satira non debba essere vincolata al rispetto del requisito della verità lo impone anche una considerazione di ordine logico. La satira interviene a contenitore già riempito, ossia a dimensione pubblica acquisita. Interviene su quegli aspetti del personaggio che, grazie alla cronaca, sono ormai di dominio pubblico. Il rapporto della satira con il fatto è mediato dalla cronaca, poiché la qualità della dimensione pubblica del personaggio preesiste al messaggio satirico. L’eventuale obbligo di rispettare la verità dei fatti costringerebbe l’autore satirico a compiere quella attività di ricerca e di verifica delle fonti che spetta al giornalista, dando luogo così ad una paradossale confusione di ruoli.

Così, agirà pur sempre nei limiti del diritto di satira l’autore che utilizzi frammenti presenti nel contenitore (ossia informazioni di dominio pubblico) ma inserite illecitamente perché non vere o prive di interesse pubblico secondo i principi generali del diritto di cronaca. Ipotesi, peraltro, piuttosto teorica, poiché bisognerebbe immaginare uno spiegamento di forze mediatiche che, commettendo il medesimo errore, creino ex novo una dimensione pubblica o quantomeno ne distorcano la qualità.

La dimensione pubblica del personaggio, ossia la capienza del contenitore da cui l’autore satirico attinge per le sue creazioni, dipende da vari fattori. Principalmente dal ruolo pubblico e dal comportamento del soggetto. E’ il politico il miglior ispiratore della satira, poiché, essendo un soggetto ad alta dimensione pubblica, fornisce all’autore ampia libertà nella creazione di contenuti in coerenza causale con essa. E’ dunque nella satira politica che l’autore può meglio liberare la propria creatività. Tra l’altro, è un particolare atteggiarsi dell’uomo politico a renderlo bersaglio privilegiato della satira. Non è un caso, ad esempio, che Silvio Berlusconi, durante la sua lunga permanenza a Palazzo Chigi, sia stato conteso da vari autori satirici. Non certo per una loro presunta riconducibilità a determinate posizioni politiche, ma semplicemente per le opportunità creative garantite dall’ampiezza e dalla costante caratterizzazione della sua dimensione pubblica.

La libertà di creazione sfuma man mano che l’autore predilige figure “a basso profilo”. Con questo “scendere”, infatti, l’autore satirico si confronta con dimensioni pubbliche sempre più povere, che garantiscono contenuti satirici tendenzialmente monotematici. Il presentatore Rai Luca Giurato viene preso di mira da “Striscia la notizia” con micidiale frequenza, ma solo per gli strafalcioni grammaticali e la scarsa concentrazione che manifesta nella conduzione dei suoi programmi. Il contributo che Antonio Zequila (detto anche “Er mutanda”) e quelli come lui apportano alla satira deriva solo dalle loro sporadiche esibizioni trash in televisione. Stessa cosa per la satira della “Gialappa’s Band” quando verte sui protagonisti di reality come “Il Grande Fratello” e simili.

Si tratta, cioè, di personaggi a dimensione pubblica evanescente, che stimola una satira di scarsi contenuti (ma che tuttavia può risultare piacevole), in cui prevale la mera riproposizione al pubblico del comportamento di soggetti che in sostanza fanno il verso a sé stessi e che occasionano la satira per il solo fatto di mostrarsi in video. E’ una satira di tipo parassitario, dal contenuto prevedibile, costretta a reiterare il solo messaggio in grado di porsi in coerenza causale con la qualità della dimensione pubblica del soggetto preso di mira.

Ma è possibile che la satira, anziché attingere dal contenitore di un personaggio pubblico esistente, crei essa stessa il personaggio e ne alimenti nel tempo la dimensione pubblica. Si ricorderà il “caso Randine”, occasionato da una trasmissione de “Le Iene” dell’autunno 2000. Enrico Lucci, recatosi in una discoteca romana frequentata da vip in credito col successo, si imbatteva nello sconosciuto Tony Randine, sedicente “nobile modello attore amico di Confalonieri”, al quale concedeva una spassosa intervista. Grazie anche alla sua magistrale ironia, con quell’intervista Enrico Lucci lanciava il personaggio di Tony Randine, che nei mesi a venire verrà impietosamente bersagliato da “Le Iene” e dallo stesso Lucci come simbolo della vacuità. Si arriverà persino all’incisione di un CD musicale: il “Randidance”.

Per il “caso Randine” non ha senso parlare di nesso di coerenza causale, poiché il concetto implica la preesistenza della dimensione pubblica rispetto alla creazione della satira. Qui, invece, il rapporto è rovesciato. E’ la dimensione pubblica di Tony Randine ad essere stata creata e alimentata dalla satira de “Le Iene”, a partire dalla iniziale gag nella discoteca romana. Tony Randine esisteva solo nella misura in cui confluiva nel contenuto della satira de “Le Iene”.

L’insistenza di Tony Randine nel richiedere la prima intervista nella discoteca romana, insieme al suo atteggiamento tipico di chi cerca notorietà (quindi dimensione pubblica), ha senza dubbio determinato la legittimità della successiva satira, il cui contenuto era in gran parte ritagliato proprio su quell’atteggiamento. Conclusioni opposte andrebbero tratte se l’intervista fosse stata “strappata” a Tony Randine e su quell’episodio si fossero inserite le successive gag. Ponendolo prepotentemente all’attenzione del pubblico, “Le Iene” avrebbero violato il suo diritto alla riservatezza.

A volte la televisione offre un tipo di satira dove il nesso di coerenza causale è del tutto mancante. E’ il caso di “Scherzi a parte”, la trasmissione di Canale5 che escogita le gag più assurde ai danni e all’insaputa di personaggi noti. Qui il contenuto del messaggio satirico non manifesta alcuna coerenza causale con la qualità della dimensione pubblica del personaggio, essendone completamente avulso. Vi è la mera strumentalizzazione della notorietà del personaggio per catturare l’attenzione del telespettatore. Le gag non sono in alcun modo ricollegabili alla sua dimensione pubblica, attenendo invece alla sua sfera privata, identica a quella di qualsiasi sconosciuto. La messa in onda delle immagini senza il consenso del soggetto preso di mira darebbe luogo ad una violazione del diritto alla riservatezza.

Infine, la pretesa che la satira si conformi al requisito della continenza formale non potrebbe avere alcun senso. Per sua natura, la satira trasgredisce soprattutto attraverso il linguaggio. E se la continenza formale riguarda tipicamente le modalità espressive, una sua applicazione alla satira si risolverebbe nella totale negazione di quell’arte.

Satirà verità e satira informativa

L’intensità del nesso di coerenza causale tra la qualità della dimensione pubblica del personaggio e il contenuto del messaggio satirico può essere regolata dallo stesso autore. Minore sarà la lavorazione sui frammenti estratti dal contenitore della dimensione pubblica, più stretto risulterà il nesso di coerenza causale, essendo maggiore l’aderenza del contenuto della satira alla realtà della dimensione pubblica.

Pertanto, l’autore satirico potrà liberamente ricercare una soluzione artistica che privilegi la diretta rappresentazione del fatto reale. Senza tuttavia rinunciare a fare uso qua e là del paradosso o dell’ironia per rendere l’opera più incisiva e accattivante. Del resto, una delle caratteristiche della satira è notoriamente proprio il continuo alternarsi del serio con il faceto. Così, diversi autori preferiscono dedicare le proprie energie creative a temi di attualità, dando vita ad un genere che si può definire “satira verità”.

Quel che qui diventa estremamente importante sottolineare è che tale decisione rientra in una facoltà di scelta dell’autore assolutamente insindacabile, in quanto tutelata dall’art. 33 Cost. Ciò che si è visto per la scienza a proposito della critica scientifica vale anche per l’arte, poiché l’art. 33 Cost. tutela la libertà di entrambe nella stessa misura. Ossia, come lo Stato non può attribuire ufficialità ad una scienza, così non può dare indicazioni o direttive all’artista sindacando il contenuto della sua opera. Invece, da qualche tempo e in alcuni ambienti si cerca di imporre limiti al contenuto artistico espressivo a varie opere satiriche sostenendo che “la satira non deve fare informazione”. E a tale scopo si è introdotto il concetto di “satira informativa”.

Si dirà più avanti a quale diversissimo contesto va in realtà riferito il termine “satira informativa”. Occorre prima soffermarsi sul valore che il nostro ordinamento giuridico potrebbe riconoscere ai tentativi di vietare una satira verità. Ebbene, questo valore sta a zero.

Infatti, si è visto che il diritto di satira va garantito quando il contenuto dell’opera è in coerenza causale con la qualità della dimensione pubblica del personaggio. A maggior ragione, quindi, man mano che la coerenza causale cede il passo ad una adesione del contenuto al dato reale, ossia quando l’autore utilizza i frammenti tratti dal contenitore della dimensione pubblica rinunciando a “lavorarli“. In altre parole, se il ricorso al concetto di coerenza causale garantisce che nessun danno può derivare dalla deformazione delle informazioni, a maggior ragione non vi sarà danno quando le informazioni che delineano la dimensione pubblica del personaggio vengono riproposte allo stato “grezzo”, così come confluite nel contenitore.

La questione della satira verità pone un problema non molto diverso da quello già affrontato in cinema e diritto di cronaca a proposito dei film verità. In questi ultimi il regista comunica al pubblico non soltanto un risultato creativo, ma anche un fatto di cronaca, facendo luce su una complessa vicenda. In una parola: informa il pubblico. Proprio come nei film verità, nella satira verità l’autore esercita un’attività riconosciuta e tutelata non soltanto dall’art. 33 Cost., ma anche dall’art. 21 Cost. in quanto informativa.

E le peculiarità della satira permettono all’autore qualcosa di più di quello che è in facoltà del regista cinematografico. Mentre quest’ultimo, come già visto, può discostarsi dal dato cronicistico rappresentando i cosiddetti “fatti minori”, l’autore satirico può inserire nell’opera “fatti maggiori”, purché in coerenza causale con la qualità della dimensione pubblica del personaggio, passando a suo piacimento dal serio al faceto, dal reale al paradossale.

Generalmente, chi si oppone alla legittimità della satira verità sostiene una concezione della satira decisamente anacronistica. Ad esempio, negli atti difensivi depositati dalla difesa di Mediaset al processo relativo al caso RaiOt, si legge che la satira “non può, per sua natura, perseguire il fine di contribuire alla formazione della pubblica opinione”; e che deve invece “moderare i potenti, smitizzare ed umanizzare i famosi, umiliare i protervi”, poiché svolge “una funzione fondamentale di controllo sociale e di protezione contro gli eccessi del potere, nonché di attenuazione delle tensioni sociali”. In realtà, la difesa di Mediaset ha tratto questi ultimi due passi da una sentenza del Tribunale di Roma del 1992.

A parte il fatto che il Tribunale di Roma aveva nel caso specifico adoperato quella frase per affermare la legittimità della satira, non per negarla (significando quindi che la satira può avere anche quella funzione), avallare una simile concezione sarebbe estremamente pericoloso. Significherebbe che la satira (in modo particolare quella politica) non può consistere in una critica al Potere, ma deve sempre implicitamente riconoscerlo limitandosi a “scherzarci sopra”, evitando accuratamente sia di fare emergere circostanze vere e imbarazzanti, sia di stimolare pericolose riflessioni.

E’ la concezione, restrittiva, secondo cui la satira “castigat ridendo mores”, accolta dai regimi autoritari. Nelle monarchie assolute l’impegno profuso dai giullari di corte era ritenuto indispensabile. Non c’è bisogno di spendere molte parole per dimostrare l’inconciliabilità di una simile concezione con i principi di una moderna democrazia, dove la verità, in qualunque modo venga diffusa, è sempre una necessità. Tra l’altro, vietando al comico di riferire fatti scomodi ma veri, si porrebbero le basi per estendere il divieto ad altri ambiti, sul presupposto che la verità che “fa male” non va comunque diffusa.

Di conseguenza, frasi come “la satira non deve fare informazione”, oltre a denotare una scarsa dimestichezza con il concetto di libertà costituzionale, sono assolutamente pretestuose, perché finalizzate soltanto ad impedire scomodi approfondimenti informativi e a preparare il campo ad un uso generalizzato della censura. Sarebbe come vietare ai registi di girare film su fatti di cronaca. L’artista è libero di creare ex art. 33 Cost., ma anche di diffondere il proprio pensiero ex art. 21 Cost. attraverso opere che denuncino una situazione reale, persino drammatica, come fa ad esempio Marco Paolini nei suoi famosi monologhi. E come si proponeva di fare Picasso nel 1937 quando dipinse La Guernica, bandito dalla Spagna durante tutto il periodo franchista.

La satira verità finisce per proporsi prevalentemente come critica, poiché spesso assume toni polemici nei riguardi di atti o comportamenti pubblicamente già acquisiti. Non mancano, però, casi in cui la satira è contemporanea alla acquisizione dell’informazione da parte del pubblico. Casi, cioè, in cui l’autore satirico fa anche cronaca. Un esempio è dato da quella satira di “Striscia la notizia” e de “Le Iene” finalizzate allo smascheramento e alla denuncia pubblica di attività truffaldine, ma che tuttavia può porre soltanto un problema di continenza formale.

Tirando le somme, il concetto di “satira informativa” va respinto perché fuorviante. Tende ad estrapolare dal genere della satira una autonoma categoria per farne oggetto di censura. In realtà, il contesto al quale va ricondotto il concetto di “satira informativa” è completamente diverso.

La satira potrebbe definirsi “informativa” solo quando risulti strumentale ad un messaggio informativo. L’unico esempio concreto che può venire in mente è quello della vignetta satirica che, inserita accanto ad una notizia di cronaca o comunque in modo da essere immediatamente riconducibile ad essa, la serve, amplificandone il messaggio informativo. Qui il messaggio satirico cessa di essere tale e diventa anch’esso (come la notizia che serve) informativo.

La conseguenza è che l’autore della vignetta non potrà limitarsi a rispettare il nesso di coerenza causale, ma sarà vincolato al rispetto del requisito della verità, come se stesse comunicando una notizia. Dovrà rinunciare, quindi, alla più importante caratteristica della satira: la deformazione del fatto. Una storpiatura del dato reale potrebbe risolversi in una violazione del requisito della verità secondo i principi del diritto di cronaca.

Detto ciò, è agevole notare la differenza abissale tra la fattispecie ora descritta (vignetta che serve la notizia) e il genere della satira verità visto prima. Nel caso della vignetta, l’elemento satirico è ben distinto, addirittura visivamente, dall’elemento informativo rappresentato dalla notizia. Nella satira verità, invece, l’elemento informativo si fonde con quello satirico. Tale fusione produce un risultato decisivo: nella satira verità l’elemento informativo non potrà mai avere un’efficacia persuasiva paragonabile a quella di una notizia, proprio perché non è autonomo e distinto dall’elemento satirico.

Da ciò derivano due conseguenze importantissime. La prima. Il tipo di opera satirica che privilegia un contenuto aderente alla realtà non va estrapolato dal genere della satira attraverso una sopravvalutazione dell’elemento informativo. La satira verità non costituisce una categoria autonoma di satira in quanto non soddisfa esigenze propriamente informative.

La seconda conseguenza. Nemmeno la “satira informativa”, come ora ricostruita, costituisce una categoria autonoma. E’ soltanto un fenomeno occasionale che, essendo in rapporto di mera strumentalità con una notizia, nasce solo in presenza di essa. I casi giudiziari che seguono si inseriscono in tale fenomeno. A parte il “caso RaiOt”, riconducibile al tipo della satirà verità.

La satira religiosa

Anche la satira religiosa provoca un conflitto tra opposti valori costituzionali. Da un lato, la libertà dell’arte di cui all’art. 33 Cost.; dall’altro, non più il diritto alla reputazione (come negli altri casi finora analizzati), ma il sentimento religioso, tutelato dall’art. 19 Cost., norma che sancisce la libertà di religione.

Poi, la concreta tutela del sentimento religioso è affidata agli artt. 403, 404 e 405 del codice penale, che reprimono il vilipendio di una confessione religiosa. Pertanto, non diversamente da quanto fatto per gli altri casi dove è in gioco la reputazione del destinatario del messaggio satirico, anche qui bisogna valutare, in un’ottica di bilanciamento di valori costituzionali, se e a quali condizioni la tutela della libertà dell’arte (e di pensiero) deve prevalere sulla tutela del sentimento religioso. Proprio come prevale, a certe condizioni, sul diritto alla reputazione.

La satira religiosa può essere suddivisa in due categorie. La prima prende di mira personaggi che, inseriti all’interno di una confessione religiosa, svolgono una funzione terrena. La seconda ha per oggetto simboli ed entità spirituali.

La prima categoria non pone particolari problemi giuridici. Capita di vedere irrisi personaggi di spicco delle istituzioni religiose, a cominciare dalla Chiesa Cattolica. Spesso pagano il prezzo di un atteggiamento pubblico di eccessiva intransigenza nella difesa dei propri valori. Si ricorderà la vena satirica di molti autori all’indomani delle dichiarazioni del cardinal Siri, Arcivescovo di Genova, che negli anni ’90 arrivò a definire incautamente l’Aids “uno strale celeste, un castigo di Dio per punire il peccato sessuale”. O la satira occasionata dalle frequenti prese di posizione di alte gerarchie ecclesiastiche in materia di aborto e famiglia. Ma anche gli scandali che hanno visto coinvolti alte personalità vaticane hanno occasionato una satira pungente.

In questi casi, la posizione del soggetto preso di mira non è diversa da quella del politico, specie quando le manifestazioni avvengono nell’imminenza di consultazioni referendarie ed elettorali (è soprattutto il caso della Chiesa Cattolica). Anche il religioso, nel suo comunicare con la società civile, attira consensi e critiche, alimentando la propria dimensione pubblica. Sarebbe incostituzionale comprimere la libertà di satira in nome di un aprioristico rispetto per la sacralità della funzione prescindendo dal comportamento di chi la esercita. Persino il Papa non va considerato immune alla satira, anche se messaggi dal contenuto eccessivamente vivace e graffiante tendono a mal conciliarsi con la pacatezza che generalmente circonda le esternazioni del Pontefice.

La questione incomincia a complicarsi quando la satira verte su simboli religiosi o entità spirituali. Qui ad essere presa di mira è una cerchia indeterminata di persone (la comunità religiosa) anziché un singolo soggetto, anche se in maniera indiretta. Vengono colpiti soggetti anonimi che, a differenza di coloro che ricoprono incarichi di rilievo, non hanno mai scelto di esporsi pubblicamente accettando di divenire oggetto di satira.

Questo tipo di satira presenta una caratteristica rilevante. Le entità dissacrate non hanno un rapporto oggettivo con la realtà, perché fanno parte del patrimonio esclusivo del credente. Figure come Maometto, Gesù Cristo, Dio e la Madonna esistono se e nella misura in cui preesiste una fede, che è fenomeno soggettivo e intimo per antonomasia. Sono figure che, pur rivestendo un ruolo assolutamente primario nella vita interiore del credente, non hanno alcuna possibilità di incidere sugli eventi del mondo esteriore, a differenza di chi ricopre ruoli confessionali terreni. Sono, cioè, figure prive di dimensione pubblica. Proprio perché attengono alla fede, quindi alla sfera privatissima di chi quella fede pratica, esprimono un concetto antitetico a quello di “dimensione pubblica”.

Da ciò deriva una conclusione decisiva. E’ impossibile qui concepire un messaggio satirico in coerenza causale con la qualità della dimensione pubblica del personaggio, proprio perché non vi è alcuna dimensione pubblica. A maggior ragione per quanto riguarda una figura come quella di Maometto, la cui raffigurazione è addirittura vietata dalla religione islamica e i cui tratti somatici sono perciò inafferrabili per gli stessi musulmani.

Inoltre, può sembrare paradossale, ma affermando la legittimità della satira sulle entità spirituali di una confessione religiosa, ci si porrebbe in contrasto con il principio costituzionale di laicità dello Stato. Uno Stato è laico quando garantisce la separazione tra religione da un lato, vita istituzionale dall’altro. Legittimando una simile satira attraverso l’attribuzione di una dimensione pubblica ad entità spirituali, si finirebbe per equipararle a quei soggetti capaci di interagire con la realtà proprio perché “terreni”. Conclusione antitetica ad una concezione basata sulla netta differenziazione tra elemento civile ed elemento religioso.

La questione diventa ancor più complessa e delicata quando oggetto della satira diventa la comunità religiosa in sé, che viene irrisa in maniera diretta. Anche qui, come nella categoria precedente, l’offesa si riverbera sui suoi singoli componenti. Ossia su soggetti anonimi che, a differenza di coloro che ricoprono incarichi di rilievo, non hanno mai scelto di esporsi pubblicamente accettando di divenire oggetto di satira. Di questo tipo di satira ne fa le spese quasi sempre la comunità ebraica. Sono note le vignette che raffigurano l’ebreo con fattezze diaboliche mentre impugna la Menorah (il candelabro a sette braccia) come se fosse un forcone, o la Bibbia ebraica come un contenitore d’armi, o il rabbino che trasporta le tavole della Torah su cui campeggia la scritta “razzismo”, tanto per citarne alcune, peraltro quasi tutte apprese da fonti arabe.

Queste vignette in particolare non sono legittime perché il contenuto del messaggio satirico risulta totalmente assorbito nella volontà di offendere. Qui componente unica del messaggio satirico è il pregiudizio razziale. Dando tali vignette per scontato che la dimensione pubblica dell’ebreo è caratterizzata dall’essere diavolo, razzista, dispensatore di dolore e morte, finiscono per descriverla secondo l’ottica di un ipotetico pubblico antisemita.

Qui è indiscutibile la sussistenza del reato di vilipendio della religione ebraica, poiché l’unico nesso di coerenza causale che può rinvenirsi in queste vignette è quello che lega il messaggio satirico al pregiudizio antisemita. Ma non bisogna cadere nell’eccesso opposto e considerare illegittima qualsiasi satira sugli ebrei. Alcuni esempi saranno utili.

Si ricorderà il caso della vignetta pubblicata da un giornale francese durante l’assedio portato nell’aprile 2002 dall’esercito israeliano alla Chiesa della Natività di Betlemme. La vignetta raffigura Arafat e alcuni suoi fedeli che esprimono soddisfazione per la scelta del rifugio guardando il crocifisso, mentre il Cristo esclama: “Non parlatemi degli ebrei!”. Non altrettanto lecita, invece, la vignetta che nella medesima occasione pubblicò Forattini, della quale si parla compiutamente in Il deicidio di Forattini.

Un altro esempio è la vignetta pubblicata da un quotidiano belga in seguito alle reazioni dell’opinione pubblica israeliana alla decisione, annunciata nel 2001 da un tribunale belga, di processare l’allora primo ministro Ariel Sharon per crimini contro l’umanità, per il ruolo assunto nel massacro compiuto nei campi profughi di Sabra e Chatila nel settembre 1982. La vignetta reca una didascalia con la scritta “Il Belgio è divenuto un nemico. Giudicare un macellaio non ha nulla a che vedere con l’antisemitismo” e l’immagine di un ebreo che indossa le proverbiali vesti dell’ultraortodosso mentre, agitando un coltello davanti ad un bambino efebico sorpreso ad orinare, esclama: “Circoncision!”.

Altra vignetta è quella di “Cuore” che ironizza sulla presunta assenza dal lavoro, prestato all’interno delle Torri Gemelle di New York, di alcune migliaia di ebrei americani proprio la mattina dell’11 settembre 2001. La didascalia recita: “Più di 4 mila impiegati alle Twin Towers, ebrei americani o di origine israeliana, la mattina dell’11 settembre non si sono misteriosamente recati al lavoro… Come mai???”; e la vignetta ritrae una donna che risponde “Guardi, noi si doveva circoncidere il pupo… circoincidenze, eh?”.

Queste vignette non brillano per eleganza, irridendo una comunità decisamente in credito di rispetto. Ma le tragedie passate e presenti non possono condizionare un giudizio obiettivo di legittimità. E i tre esempi ora riportati riguardano una satira che può sì considerarsi di cattivo gusto, ma non illecita.

Nella vignetta sull’assedio dell’esercito israeliano alla Chiesa della Natività di Betlemme, il messaggio satirico, consistente nell’insofferenza manifestata da Cristo in croce nei riguardi delle forze militari israeliane, può ritenersi in coerenza causale con gli storici controversi rapporti tra Autorità ebraiche e lo stesso Gesù, rinnegato dal clero di Gerusalemme perché autoproclamatosi Messia.

Negli altri due esempi, non si può dire che l’ironico riferimento alla pratica della circoncisione sia un’offesa al sentimento religioso ebraico. Nel caso della vignetta sul conflitto tra Belgio e Sharon, l’ebreo ultraortodosso rivendica la valenza educativa che la pratica della circoncisione assume nella credenza religiosa ebraica, resa ancor più necessaria, nella sua mente, dal tentativo belga di processare Sharon. Nella vignetta sull’attentato alle Torri Gemelle, non vi è alcuna offesa alla religione ebraica, poiché la battuta sulla circoncisione vuole solo costruire un messaggio satirico intorno a quella che può considerarsi una paradossale diceria ormai di dominio pubblico.

Elemento comune di questo tipo di satira è l’essere occasionata da importanti fatti di cronaca. Qui è un accadimento reale a sollecitare il messaggio satirico. Dunque, anche per quanto riguarda la satira religiosa può trarsi una conclusione analoga a quella che si impone per la satira in generale. Ossia: quanto più la satira è collegata a vicende attuali e di sicuro interesse pubblico, tanto maggiore è la probabilità che il contenuto del messaggio satirico risulti in coerenza causale con la dimensione pubblica del suo destinatario. Coerenza che, al contrario, non può rinvenirsi in vignette simili a quelle analizzate precedentemente, avulse da qualsiasi contesto di cronaca e motivate unicamente dal deprecabile intento di diffondere un pregiudizio antisemita.

La cronaca aggressiva

Generalmente la violazione del requisito della continenza formale avviene attraverso modalità subdole, non facilmente percepibili, che inducono il lettore alla acquisizione inconsapevole di una notizia diversa da quella reale. E’ rara la violazione palese, ossia quella che non necessita di uno sforzo intellettivo per poter essere individuata e che, come già visto, attiene principalmente al tono adoperato nella narrazione del fatto.

La violazione “palese” del requisito della continenza formale si riscontra in quella che può definirsi “cronaca aggressiva”, possibile soltanto attraverso il mezzo televisivo. Prevalentemente finalizzata allo smascheramento di attività truffaldine, la cronaca aggressiva è una cronaca in diretta, a causa della coincidenza temporale tra l’accadimento del fatto e la diffusione della notizia. Gradita ad un vasto pubblico, devastante per chi ne è vittima.

Esempi di questo tipo di cronaca vengono forniti da trasmissioni come Striscia la notizia e Le Iene, quando mandano i propri inviati con telecamera nascosta alla ricerca soprattutto di persone che lucrano approfittando dell’ingenuità altrui o millantando capacità inesistenti. L’inviato, o chi per lui, si finge una vittima che abbocca, salvo poi farsi riconoscere consegnando il truffatore al pubblico ludibrio. E’ una forma estrema di giornalismo di inchiesta, poiché il fatto viene colto sul nascere e senza l’intermediazione di alcuna fonte.

A fare da contorno una voce fuori campo che guida il telespettatore nella progressione dei fatti e crea un contesto satirico che riversa i suoi effetti nefasti sul malcapitato truffatore. Altre volte il contesto satirico è determinato dallo stesso inviato che mette alle strette il truffatore con le proprie domande. Si intuisce l’enorme portata lesiva di questo tipo di cronaca. Ci si chiede se sia lecita.

Scontato qui il rispetto del requisito della verità, pochi dubbi circa la sussistenza dell’interesse pubblico. In primo luogo, l’inviato armato di telecamera denuncia un’attività palesemente illecita e dannosa per un numero indiscriminato di persone, azzerandone ogni possibilità di continuazione. Inoltre, il programma si rivela un ottimo deterrente, costringendo chi medita di fare la stessa cosa a convivere col terrore di essere colto in flagrante da una troupe televisiva.

Semmai, alcuni dubbi nascono sulla sussistenza del requisito residuo: la continenza formale. Il modo in cui spesso viene annunciato il servizio, i commenti inseriti, le risate in sottofondo, l’atteggiamento spesso aggressivo dell’inviato. Sono tutti elementi che, avendo poco a che vedere con il concetto di obiettività della notizia, rischiano di condizionare il telespettatore. In questi termini si potrebbe sostenere che simili modalità di presentazione della notizia vìolano il requisito della continenza formale.

Ma la presenza di quegli elementi “di contorno” possono davvero condizionare il telespettatore, tanto da poter essere ritenuti in violazione del requisito della continenza formale?

Generalmente nella cronaca la diffusione della notizia segue al fatto. Quindi, la sua apprensione da parte del lettore/telespettatore è necessariamente mediata dall’attività del giornalista, perché il primo non ha un rapporto diretto con il fatto. E il giornalista, nel comunicare la notizia, deve conservare l’originalità del fatto evitando qualsiasi errore, tantomeno artificio, che possa indurre il lettore/telespettatore a travisarlo.

Nella cronaca aggressiva, invece, vi è assoluta coincidenza temporale tra notizia e accadimento del fatto che la genera. Il telespettatore apprende la notizia insieme al giornalista. Non rischia di vederne alterato il rapporto di coincidenza con il fatto. Il telespettatore, cioè, non può travisarlo, poiché manca l’attività di mediazione del giornalista.

Ciò non significa che qui il ricorso al concetto di continenza formale sia del tutto inutile. Se nella cronaca aggressiva non sussiste alcuna possibilità che il telespettatore travisi il fatto, tuttavia incauti comportamenti nella sua presentazione possono oltrepassare i limiti del diritto di cronaca.

Ed ecco, quindi, che pesanti valutazioni personali espresse dall’intervistatore o dalla voce fuori campo, o toni particolarmente aggressivi, possono tradursi in una violazione del requisito della continenza formale, quando non siano funzionali alla cronaca. In questo caso, il programma infierirebbe sul soggetto preso di mira senza alcuna necessità di cronaca, producendo effetti lesivi autonomi rispetto alla stessa rappresentazione del fatto. In presenza di simili circostanze, la cronaca non sarebbe legittima.

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