Su Daniele Luttazzi

Luigi Manconi

Ecco, Luttazzi è uno che dice meravigliosamente le parolacce, discorre lubricamente di porcherie, si abbandona con gioia alla trivialità (talvolta seriamente, molto seriamente). Nel corso della trasmissione di Michele Santoro Raiperunanotte (andata in onda il 25 marzo 2010 da Bologna), Luttazzi mette in scena una gag favolosa. Luttazzi descrive dettagliatamente un atto di sodomia del quale sarebbe vittima l’opinione pubblica italiana totalmente manipolata e narcotizzata. Non ne condivido l’ispirazione politica, ma quell’interpretazione è strepitosa: c’è tutta la fredda meticolosità di un anatomopatologo durante un’autopsia e l’imparziale obbiettività di un ufficiale di polizia giudiziaria o di un curatore fallimentare che classificano numeri e quantità, pesi e misure di una refurtiva o delle merci di un magazzino. La descrizione dell’atto di sodomia lascia senza fiato: non perché “immorale”, ma perché desolatamente priva di passione. Mera tecnica di potere, appunto.

Il fatto che di quella gioiosa trivialità sia possibile una doppia lettura non attenua la constatazione che è la prima lettura/ascolto (quella primitiva) che scatena il riso. La seconda lettura non aspira in alcun modo a riscattare la prima o a renderla più “colta”: semplicemente, per chi voglia intendere, la irrobustisce e la arricchisce. Consapevole di tutto ciò, e del fatto che nel fondo di quella sfera di cacca e pipì agiscono pulsioni primordiali che hanno a che fare con la sessualità e con il potere, Luttazzi è andato oltre. Ha elaborato una critica eversiva dello strettissimo nesso intercorrente tra sesso e politica, dal momento che conosce bene la relazione intima tra libidine e lotta per il potere e i tabù che gravano sulla prima come sulla seconda e li affronta da par suo, contestualmente: come se fosse –e così effettivamente è- un unico materiale psichico e sociale. Non a caso, quarant’anni fa la parola d’ordine della nuova scena del teatro inglese che scandiva la programmazione dei giovani autori arrabbiati era: un anno sesso, un anno politica. Per Luttazzi il programma è: il sesso e la politica. Rigorosamente insieme. D’altra parte, i fondamenti del teatro luttazziano sono quelli, antichi e direi classici, della migliore satira di tutti i tempi: il vizio e la virtù, il servo e il padrone, l’ubbidienza e la trasgressione, la tirannia e la libertà e, infine, “il nudo e il morto”. Quarant’anni fa, un magistrale disegno di Jules Feiffer rappresentava l’appena eletto presidente degli Stati Uniti Richard Nixon in stato di euforia, in quanto quella carica gli avrebbe assicurato un potere immenso e, in particolare, la possibilità di “conoscere tante ragazze”. Come si vede, decenni prima del caso Clinton/Lewinsky e di quello Berlusconi/ D’Addario ecc., già tutto era stato fatto e detto. Luttazzi ne è consapevole e, dunque, i riferimenti all’attualità non sono certo il cuore del suo discorso: sono, piuttosto, una specie di inevitabile tributo all’ossessione erotomane del sistema mediatico. Ma Luttazzi sta altrove: sta letteralmente dentro il corpo (meglio, dentro l’apparato genitale) che trema, suda, vibra, anela l’orgasmo e dentro il corpo che vive la politica, la gode e la patisce. Luttazzi sta lì, nel fondo buio e umido dove si ramifica il sistema di rapporti tortuosi che collegano desiderio e potere, voglia di seduzione e di conquista e volontà di potenza. Un’intera ideologia e un’infinita retorica, fondate sul motto cumannari è megghiu ca futtiri, vengono ribaltate: cumannari è futtiri, futtiri è cumannari. Palesemente, quel motto appartiene a una concezione obsoleta del potere. Oggi Luttazzi percorre quella rete sotterranea che stringe sesso e potere, inoltrandosi in quei cunicoli, esplorandoli e scrutandoli, tastandoli e odorandoli, osservando la materia che li forma e rovistando tra i rifiuti, i detriti e i residui che secerne.

Il suo è un “lavoro sporco”, perché sporca è la sostanza nella quale –e non per sua voluttà, ma “per il nostro bene”- si immerge; liquidi e liquami diversi che corrispondono ad altrettanti scarti della personalità umana nei suoi attriti e nelle sue tensioni con la fatica della vita quotidiana e delle relazioni sociali: le relazioni, appunto, di sesso e potere. Quegli scarti, in genere, vengono taciuti e censurati, sottoposti a tabù, sepolti in discariche abusive e lì lasciati a fermentare e a produrre miasmi velenosi. Luttazzi li porta semplicemente alla luce. Qui sta l’osceno. Ovvero l’o-sceno, ciò che è destinato a restare fuori dalla scena e che a tradimento, e provvidenzialmente, viene portato allo scoperto. Ma se a questo si limitasse il lavoro di Luttazzi, saremmo di fronte a una sorta di speleologo degli abissi dell’animo umano e dell’anatomia umana, qualcosa di simile a un radiologo del profondo o a un medico specialista in colonscopia. Ma, grazie al cielo, Luttazzi fa ridere, e moltissimo, liberandoci almeno un po’ dalla depressione. Ci libera senza recidere la parte infantile di noi e, al contrario, esaltandola, quella parte infantile, e rendendocene più consapevoli. In altre parole, Luttazzi ci infantilizza, ma senza che ciò comporti rimozione e alienazione: e così facendo –ecco la forza dirompente e liberatoria del riso- ci apre gli occhi. (La musica è leggera, il Saggiatore, 2012)

Un testo interamente realizzato combinando intrecciando intersecando brani di scrittura altrui non ha nulla a che vedere col plagio, occulto o dichiarato; è bensì un atto di amore. E di umiltà. In altre parole, perché cercare di dire meglio quanto prima di me è stato detto da qualcun altro? (…) Il fatto che Luttazzi sia stato accusato di aver “copiato” battute e gag dimostra solo la sprovvedutezza, oltre che il torvo livore, dei suoi detrattori: qualcuno deve averlo pur detto, e anche scritto da qualche parte, che la letteratura (come il teatro) è tutto un inseguirsi un mimetizzarsi un cercarsi un compenetrarsi un fondersi un assimilarsi e, infine, un citarsi. (…) Che fine ha fatto Luttazzi, vilipeso da quel “popolo del web” che credeva di amarlo? (Dov’è Luttazzi? il Foglio, 19.11.2013)

Massimo Fini

Daniele Luttazzi è l’unica, vera vittima dell’editto bulgaro di berlusconiana memoria. Tutti gli altri, in un modo o nell’altro, in tv ci sono tornati. Come mai? Perché Luttazzi è un chevalier seul che non fa parte di cricche, di camarille, di congregazioni più o meno trasversali. Peraltro l’oblio di Luttazzi è solo mediatico. L’ho visto riempure il Forum di Assago, che contiene 13 mila spettatori. (…) E quello che è veramente scandaloso è che un tipo così non possa metter piede in tv, mentre vi evoluiscono i Vespa, i Fabietti Fazio, i Floris, le Nutelle, i Lerner, i Paragone, i veri maître à penser di quest’era mediatica, mentre se andassero in teatro, dove non si può mentire, senza la protezione dello schermo televisivo e del pubblico addomesticato, di spettatori ne avrebbero tredici. (il Fatto quotidiano, 11 ott 2014)

Nicola Lagioia

In Italia gli anni Zero si sono aperti televisivamente nel 2002 con l’editto bulgaro che fece fuori Biagi, Luttazzi e Santoro. Dei tre, è rimasto oggi in tv solo Santoro. Non ci sarebbe neanche da lamentarsene, se nel frattempo fossero sorte trasmissioni dello stesso livello di Satyricon. Ma se si guarda a cosa è stata in questo decennio la televisione generalista, si scopre il deserto. Negli anni Zero non è nata (non è potuta nascere produttivamente) una sola trasmissione che fosse innovativa come Blob (nata nell’89), divertente come Tunnel (1994), cupamente coraggiosa come Pippo Kennedy Show (1997), spregiudicata come appunto il Satyricon di Luttazzi e Freccero (a sua volta mandato a svernare su Rai Sat). (minimaetmoralia.it, 12 feb 2010)

Christian Raimo

A quella realtà che nega, il riso contrappone sempre un’antifisica, un mondo che è alla rovescia, ma che nel suo stare alla rovescia, mostra la aspirazione a una diversa organizzazione della realtà fattuale.
 Se analizziamo lo stato dell’arte della situazione della comicità in Italia, dobbiamo ammettere però che gran parte di tutto questo pare non ci sia. Sembra effettivamente che sia perso, insieme all’aspetto aggregativo, ancora di più quest’altra capacità, la potenza trasformativa. Quella di aprire uno spazio d’immaginazione, in grado di rinnovare, in teoria ma completamente, il modello sociale in cui viviamo. È questa una perdita che nota Daniele Luttazzi nelle sue splendide Lezioni di comicità (qui) a commento della sua nuova traduzione della trilogia umoristica di Woody Allen (Rivincite, Senza piume, Effetti collaterali), in cui fa vedere come il gradiente di surrealtà, di immaginazione risulta ridotto dai comici attuali proprio quando pensano di ottenere un effetto immediato: «Vi faccio un esempio. Woody Allen, come i veri umoristi, non fa mai giochi di parole. Il gioco di parole è tipico del dilettante. Il vero umorista disprezza il gioco di parole  perché, nel gioco di parole, la tecnica retorica è sovrabbondante rispetto all’immagine evocata, e questo rovina la caratterizzazione dei personaggi e la narrazione, che invece sono, al di là della risata, i veri scopi [di un testo]. Il sottotesto di un gioco di parole diventa “guardate quanto sono intelligente”, ed è terribile. Non basta che la battuta faccia ridere, deve anche caratterizzare i personaggi e far procedere la storia, altrimenti la battuta va buttata. Questo era uno degli insegnamenti più preziosi di Danny Simon, fratello del commediografo Neil Simon, al giovane Woody Allen. Il comico professionista non gioca con le parole, ma gioca con le idee». (…)

Ma a un Bergonzoni e a un Luttazzi che guardano a modelli comici non italiani si contrappone una massa non critica di comici assolutamente italo-referenziale, il cui destinatario è un pubblico ben preciso: un pubblico il cui contesto di sicuro riferimento è la televisione stessa su cui i comici si esibiscono, come se la società che fa da sfondo sparisse dietro la sua rappresentazione. (…) Soprattutto ciò che sembra aver subito una forte involuzione è la struttura retorica del meccanismo della risata, diventato un dispositivo che funziona sempre di più come un automatismo al consumo. Ovvero: invece della narrazione, della creazione di personaggi, della comicità di situazione, lo schema che viene proposto nella maggior parte dei casi dai comici nostrani è quello della barzelletta, del tormentone, del tic ripetuto. (…)

Di fronte a una società, come quella italiana dove l’inammissibile trova sempre più facilmente spazio, il comico si trova spiazzato. Se, per usare le categorie di Rabelais, l’inversione carnevalesca è la quotidianità, quale sarà lo spazio del comico, che cosa andrà a rovesciare? (…) Roberto Benigni ha cominciato a commentare Dante, indicando nella Divina Commedia, esplicitamente, quella possibilità di mondo rovesciato come era 700 anni fa. Grillo e Luttazzi in vario grado hanno dato sempre più spazio all’invettiva, indicando un mondo rovesciato violento rispetto alla finta consolazione del mondo pervaso di ironia inutile che ci circonda; e hanno accentuato – soprattutto Luttazzi, se pensate a vari momenti della trasmissione Decameron – quella caratteristica di perturbazione che Freud associava al riso. (minimaetmoralia.it, 31 mag 2010)

Roberto Grassilli

Un Signor Daniele

Il Signor Daniele Fabbri di Santarcangelo di Romagna, in arte Luttazzi, sta pagando sulla sua pelle una coerenza che mette i brividi. Non parlo, o non parlo solamente del suo allontanamento dalla Rai, ma di molti altri antipatici contrattempi che gli occorrono da quando, insana decisione, si è messo frontalmente in conflitto con i gestori del Villaggio, ovvero i mostri che stanno al governo. Telefonate, minacce, strani dossier inviati a casa, eccetera. Glielo avranno detto in tanti: “Se volevi la vita tranquilla, mica ti mettevi contro Don Ciccio. Fa’ il comico e goditi il successo”. Ma il punto è questo: che Luttazzi fa il comico, sul serio. Il Fool che le spara pesanti, e mentre solleva le gonne alle dame scopre anche il culo del Re.

Sembra che non ne possa fare a meno: è un tipo di persona che si mette nei pasticci perché certe cose deve dirle. Adesso, come tanti di noi, è molto arrabbiato, gira nei teatri e incontra studenti, associazioni eccetera. S’infila, come fanno i colleghi Grillo, Guzzanti e altri, in ogni spazio di libertà rimasto incustodito. Non è così facile, non crediate. Non basta essere famosi e aver messo da parte qualche soldo. Scaricatevi i documenti dal suo Podcast e capirete meglio cosa intendo dire. Triste quel Paese che deve farsi indicare la retta via dai comici. Sosteniamoli, sosteniamoli. (macchianera, 30 nov 2005)

Enzo Costa

Il pregio principale dell’idea di ospitare Daniele Luttazzi all’ Università è questo: che gli studenti hanno potuto ammirarne l’intelligenza febbrile. Qualità evidente negli spettacoli del comico, ma che colpisce ancora di più se si ha la fortuna di interloquire con lui. La censura a Luttazzi della Rai berlusconizzata, prima che alla sua satira, è alla sua intelligenza. Lo conferma tristemente l’ottusa arroganza con cui i berlusconidi quella censura la rivendicano. (la Repubblica, 28 marzo 2004)

Fulvio Abbate

La tv ha un santo patrono nuovo, san Fiorello da Valtur… moderazione e buon gusto, poco importa che tali imperativi siano nemici giurati di ogni libertà creativa, siamo al Bagaglino dal volto umano, se l’indirizzo è questo sarà molto difficile trovare perfino uno strapuntino per il talento giustamente carnivoro di Daniele Luttazzi.

Fabio Salamida

La satira non deve far ridere, è per sua natura violenta e dissacrante, il suo generare disgusto per amplificare i suoi messaggi è assolutamente voluto e funzionale all’obiettivo che persegue. La satira è anche paradosso, negazione della morale comune, più riesce a sconvolgere e più è efficace. È questa la sua sottesa missione. A tal proposito mi è tornato alla mente un geniale racconto di Daniele Luttazzi dal titolo “Stanotte e per sempre”, testo divenuto poi un caso giudiziario dove l’attore e scrittore propone una scena immaginaria in cui i brigatisti mostrano a Giulio Andreotti il corpo senza vita di Aldo Moro nella Renault4 dove fu poi ritrovato. Ne propongo uno stralcio: “Andreotti l’abbracciò forte e l’attirò a sé, dando un gemito di piacere e insieme di protesta nel momento in cui il suo sesso duro s’insinuò prepotente nel terzo foro parasternale. Ci fu una fitta dolorosa, attutita da un piacere troppo intenso per essere misurato. Era da tanto che non provava una sensazione così violenta, che non desiderava qualcosa così disperatamente. Era un desiderio più complesso, più insistente di quanto avesse previsto. A ogni spinta, il suo desiderio cresceva, finché non divenne insopportabile. Un’ondata più forte di tutte l’avvolse, salì vertiginosamente e poi, contro il suo volere, si consumò. Andreotti cambiò foro e il suo corpo sembrava dire:”Mai, mai ti lascerò andare…” La loro comunione fisica era perfetta. Andreotti inarcò la schiena per aderire meglio all’orifizio pseudovaginale e cominciò a basculare la pelvi. Fece scivolare le mani giù per il corpo di lui, tirandoselo ancora più vicino. Sollevò di colpo la testa e rapidamente, quasi con brutalità, prese possesso della piccola cavità. L’intima unione dei corpi lo fece di nuovo tremare in un crescendo trascinante di piacere e passione. Gli carezzava i fianchi, sedotto dalle curve femminili del corpo di Moro. Gridò il suo godimento, i suoi occhi mandavano lampi. Quindi girò il corpo di Moro e senza indugio lo prese di nuovo, stavolta in un foro d’uscita. Gli sembrò di morire ed era una morte deliziosa. Gli si aggrappò alla spalle e si lasciò guidare dal ritmo potente del suo desiderio. Prima lentamente, poi sempre più veloce, fino all’esplosione dell’estasi”.
Questa è la satira. Attraverso una visione sconvolgente e a tratti disgustosa si veicolano dei messaggi chiari a un certo pubblico (perché sì, la satira non vuole e non può arrivare a tutti). Nel caso di Luttazzi i messaggi sono tanti: Il ruolo che si presume possa aver giocato Andreotti nei rapporti tra lo Stato e un pezzo delle BR, la sua opposizione politica all’ex presidente della DC, la liberazione dall’uomo ormai inerte, l’eccitazione per l’eliminazione dell’ultimo ostacolo al raggiungimento dei propri obiettivi più nascosti. Tutto questo diventa la cruda visione di un rito tribale sul corpo del cadavere di Aldo Moro. (Gli Stati Generali, 3 settembre 2016)

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