Su Woody Allen

 

Nel 2004 Luttazzi curò per Bompiani la nuova traduzione, integrale e fedele, dei primi tre libri di Woody Allen (Rivincite, Senza piume, Effetti collaterali). Ne scrisse anche la prefazione, un piccolo, prezioso saggio sulla comicità di Allen.

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Prefazione

di Daniele Luttazzi

Queste sono le pagine che di solito salto quando comincio a leggere un libro, perché un buon libro è autosufficiente. Questo è un ottimo libro, per cui tanto vale che saltiate queste pagine adesso.

Se invece, in modo perverso, avete deciso di stare con me, la ricompensa, temo, tarderà ad arrivare. L’umorismo non è che un punto di vista e solo i pedanti cercano di parlarne. I suoi meriti maggiori sono l’uso dell’inaspettato, l’allusione casuale, lo sgonfiamento della pomposità e la cronaca costante della propria inettitudine in un buon numero di situazioni. E.B.White riassunse il tutto scrivendo che l’umorismo, per essere efficace, “deve solo dire la verità”. Un compito non facile, per eseguire il quale Dorothy Parker riteneva necessari senso critico, un certo coraggio, una bella dose di irriverenza, un occhio educato, una mente non conformista e un olimpico disinteresse per il lettore, dato che se non può seguirti, non c’è nulla da fare. Il risultato, se tutto va come deve, può acquisire un tale brio da sfidare la forza di gravità:

“Vista in positivo, la morte è una delle poche cose che si possono fare facilmente stando distesi.”

L’umorismo letterario dà il meglio di sé nella forma breve. Ne esistono vari tipi. C’è il racconto che amplifica un sintomo della condizione umana; c’è il saggio pro o contro un tema, in cui l’umorismo fa da persuasore occulto; c’è il ricordo in prima persona, che trasforma il piccolo bruco di un accadimento nella farfalla tropicale da antologia; c’è il brano parodistico che sotterra le parti morte di una cultura e gli zombie che ricicciano; c’è il volo di fantasia che usa il nonsense per dare un senso alle assurdità quotidiane; e c’è la falsa biografia di un personaggio, che spesso è l’alter ego dell’autore. A questo proposito, va ricordato che per un comico l’invenzione più importante è quella del proprio personaggio. Si è spesso scritto che Allen incarna il prototipo dello schlemiel, un termine yiddish che sta per “imbranato”; ma questo non è esatto. La sua maschera comica è quella dello schlimazel. La differenza è importante: lo schlemiel è colui che inciampa e rovescia la zuppa, lo schlimazel è colui che riceve la zuppa addosso. Lo schlemiel è un incapace. Lo schlimazel è una vittima degli eventi e del destino. Jerry Lewis è uno schlemiel. Woody Allen è uno schlimazel :

“Una volta ho avuto un dolore al petto. Ero convinto che fossero bruciori di stomaco, perché in quel periodo ero sposato e mia moglie cuoceva quelle sue ricette naziste. Pollo alla Himmler. E non volevo pagare 25 dollari perché un medico mi confermasse che avevo dei bruciori di stomaco. Ma ero preoccupato perché erano al petto. E viene fuori che un mio amico, Eggs Benedict, aveva un dolore al petto nello stesso identico punto. E penso che se riesco a mandare Eggs dal dottore, capisco cos’ho io che non va. E senza parcella. Così frego Eggs. E lui va. Viene fuori che ha dei bruciori di stomaco. Ha speso 25 dollari e io mi sento benissimo. Perché penso che ho fregato al medico 25 dollari, no? Telefono a Eggs due giorni dopo. Era morto. Mi precipito in ospedale. Mi faccio fare una serie di test. Spendo 110 dollari. Adesso sono furibondo. Incontro la madre di Eggs e le dico:-Ha sofferto molto?-   E lei mi fa:-No, una cosa rapida. L’auto l’ha preso in pieno ed è morto sul colpo.- ” (Woody Allen, monologo di cabaret, primi anni ’60)

L’umorismo di Woody Allen è una influenza costante nel mio lavoro. Nella parodia, nella satira, nel burlesque non è secondo a nessuno. La sua erudizione e la sua inventiva sono impressionanti. E ancor di più lo è l’apparente facilità con cui esegue i suoi numeri. C’è chi dice che Allen non sia più divertente come un tempo, vittima di una cultura in cui il voyeurismo ha soppiantato i doppi sensi sul sesso, e il commercio televisivo delle emozioni ogni discorso sulle idee. Resta il fatto che l’Allen degli esordi, come dimostrano i racconti delle sue tre raccolte, è ancora il più divertente di tutti. Ciò che rende i suoi testi così duraturi, oltre al talento bizzarro che li impregna, è la loro perfezione tecnica. Allen è un maestro nell’attuare strategie di sproporzione comica. I suoi procedimenti classici sono l’anticlimax (“Non solo Dio non esiste, ma provate a trovare un idraulico nel weekend.”), l’allusione (“Sono noto per aver avuto delle pensate ragionevolmente profonde, anche se le mie ruotano invariabilmente attorno a una hostess svedese e a delle manette.”) e il non sequitur ( “Breve racconto: un uomo si sveglia al mattino e scopre di essersi trasformato nei propri plantari.” ); il suo genere preferito è quello della parodia. Nella parodia, la sproporzione è fra Allen stesso e un autore più grande o più piccolo (Kafka, Dostoevski e Saul Bellow, ad esempio, ma anche Ross MacDonald e Mickey Spillane). Quando l’aggressione culturale si unisce all’autoironia e al gusto per l’assurdo, il risultato è la creazione dell’inedito:

“Ai miei tempi, per cinque marchi ti curava Freud in persona. Per dieci marchi, ti curava e ti stirava i pantaloni. Per quindici marchi, Freud lasciava che tu curassi lui, e questo includeva una scelta fra due contorni.”

Uno dei tanti meriti di Allen è quello di aver reso moderno l’arsenale comico della tradizione cui si ispira, quella dei monumentali umoristi della rivista New Yorker (Perelman, Kaufman, Benchley e Shulman ) e degli autori televisivi con cui collaborò giovanissimo (Danny Simon, Neil Simon, Mel Brooks, Carl Reiner), senza mai dimenticare la lezione di Groucho Marx e Bob Hope: un pregio che è diventato un limite non appena la sensibilità post-moderna ha imposto un nuovo canone, secondo cui doveva essere parodiata l’idea stessa di parodia, l’assunto cioè che esistano comportamenti o gusti da mettere alla berlina con lo sfottò. La struttura tipica delle battute di Allen consiste nel contrapporre bruscamente alle aspirazioni della cultura alta i problemi prosaici di un piccolo ebreo di Manhattan (“Possiamo davvero “conoscere” l’universo? Mio Dio, è già così difficile orientarsi a Chinatown.”). La forza del joke risiede nella precisione del dettaglio: la sua freschezza resta inalterata nonostante il modello sia ormai conosciuto. Nel frattempo, però, non solo le pretese della cultura seria sono passate di moda; ma il mondo ebraico nuiorchese, con le sue radici negli shtetl dell’est europeo, le sue passioni proletarie e il suo scetticismo cosmico, è scomparso, assorbito nel mainstream, omogeneizzato dalla cultura pop delle sit-com e dei varietà alla Saturday Night Live. Questo spiega il lento declino di Allen, al di là dei contraccolpi di immagine dovuti alle vicende personali. “Ho un solo rimpianto nella vita: non essere qualcun altro”, scriveva il giovane Woody. Lui è rimasto se stesso. Attorno, tutto è cambiato.

E’ anche vero, però, che esistono poche autorità sull’umorismo; e come se non bastasse, non vanno d’accordo. Non vi resta che giudicare da soli.

Visto? Ve l’avevo detto di saltare queste pagine.

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