Luttazzi sulla satira

Cos’è la satira

La satira è un punto di vista divertente (quello dell’autore) unito a un po’ di memoria (dei fatti commentati). (2004)

La satira, per definizione, è contro il potere. Contro ogni potere. E’ una combinazione di ribellione e irriverenza e mancanza di rispetto per l’autorità. (…) La satira è esercizio di libertà. (…) La satira dev’essere contro ogni potere. Anche contro il potere della satira. (2006)

I temi della satira

La satira, dai tempi di Aristofane, si occupa di quattro temi principali: politica, sesso, religione, morte. Ed è dai tempi di Aristofane che questi temi incontrano le maggiori resistenze da parte del pubblico. (2004)

I tuoi spettacoli sono molto diversi nei contenuti: a volte fortemente politico-sociali (come “Adenoidi”); altre volte più di costume (come “Sesso con Luttazzi”). Quelli politici nascono da un tuo lavoro di documentazione preciso e illuminante, quelli di costume invece?

No, anche “Sesso con Luttazzi” è uno spettacolo politico. La politica riguarda i rapporti di forza fra gli individui; e i conflitti che questi generano. Per questo, sia il potere economico (il marketing) che quello ideologico (la religione) usano il sesso per controllare le persone. E’ la lezione di Foucault. Se parli di sesso come ne parlo io, fai politica. La satira di costume la lascio agli inglesi. (2002)

Ci sono argomenti su cui vieti a te stesso di fare battute?

No. Mi stupisco sempre quando qualcuno trova offensiva la battuta su un argomento scabroso e non si incazza per l’evento in sè. Non ho mai visto un monologo comico molestare bambini in sacrestia o bombardare popolazioni civili per prendersi il loro petrolio. (2007)

Satira e politica

La satira è politica, dato che esprime una critica dell’esistente. E nasce politica: Aristofane attaccava il demagogo Cleone e il partito dei democratici, che volevano la guerra. Chi dice che la satira non deve fare politica vuole solo censurare la satira. La satira esprime un punto di vista, quindi è faziosa. Uno può fare benissimo satira e candidarsi al senato: in America, lo ha fatto Al Franken. Ed è stato eletto. Una volta intrapresa la carriera politica, però, ha giustamente abbandonato gli spettacoli satirici. (2009)

Molti comici sostengono che i politici rubano loro il mestiere. Quali sono i perché della satira, oggi?

Si può ancora fare satira oggi, su tutti. Quello cui accennate è un argomento molto milanese, è una cosa che ho sentito dire già da Paolo Rossi, da Ovadia. “Bossi fa il comico, Berlusconi ci toglie il mestiere…”. No. Questi personaggi utilizzano la barzelletta –cioè il luogo comune- per distrarre, generalizzare. Il comico fa esattamente il contrario. La satira è un punto di vista, unito a un po’ di memoria. Il punto di vista ce lo metti tu (quindi è ovvio che devi avere anche una formazione, una tua moralità). La memoria, invece, significa ricordare nomi, cognomi e fatti, cui fai seguire un tuo commento. Questo, oggi, in TV non viene accettato. Quando facevo Satyricon Dario Fo è venuto ospite e ha spiegato in modo illuminante la differenza tra sfottò e satira. In TV, oggi, viene accettato solo lo sfottò: la parodia bonaria, la caricatura, l’imitazione. Fiorello che imita La Russa è sfottò, non è satira. Non a caso Saccà, ex direttore della RAI, più volte ha ripetuto: “Fiorello è il più grande autore satirico che l’Italia abbia in questo momento”. E’ un tentativo di turlupinare tutti quanti, ovviamente. Fiorello è un bravissimo intrattenitore, forse il più versatile in assoluto, oggi. Ma quella che fa non è satira. Idem “il cavaliere mascarato” di Striscia la notizia. E’ sfottò, non è satira. Lo sfottò è reazionario. Non cambia le carte in tavola, anzi, rende simpatica la persona presa di mira. La Russa, oggi, è quel personaggio simpatico con la voce cavernosa, il doppiatore dei Simpson di cui Fiorello fa l’imitazione. Nessuno ricorda più il La Russa picchiatore fascista. Nessuno ricorda gli atti fascisti e reazionari di questo governo in televisione. Che Ricci dica: “Io faccio satira” è una cosa sciocca. Fa finta di non sapere, miliardario e saputo com’è, di essere una foglia di fico di Berlusconi, il quale infatti può dire: “I nemici peggiori io ce li ho in casa”. Quando ne parliamo insieme Ricci mi dice: “Siamo diversi, tu fai una satira di commento, mentre io faccio l’inchiesta, sono più giornalistico”. Allora io rispondo che aspetto il giorno in cui farà una battuta feroce sul conflitto d’interessi di Berlusconi. Non accadrà mai…La verità è un’altra ed è antica: il soldo corrompe. Fino alla mia intervista a Marco Travaglio uno poteva ancora lavorare a Mediaset e far finta di non sapere. Berlusconi, fino al ’99, diceva tranquillamente che di All Iberian non sapeva nulla. Oggi, invece, le sentenze ci sono, si sa benissimo tutto quanto e per le persone intelligenti come Ricci è del tutto evidente perché Berlusconi sta al governo. Se tu, oggi, continui a lavorare a Mediaset, da comico, vuol dire una cosa sola: che sei complice. L’appello che si impone a questi autori, che si dicono di sinistra e che continuano a lavorare lì, è cruciale: smettete di fare le foglie di fico! Striscia la notizia, Le Iene, La Gialappa’s stessa…tutti autori di sinistra che in realtà guadagnano miliardi lucrando con una rete di Berlusconi. E’ troppo comodo. (2002)

Satira e società

I cabarettisti tedeschi sono tendenzialmente scettici circa la possibilità di poter incidere con la propria satira sulla realtà; molti di loro concepiscono il mezzo televisivo essenzialmente come moltiplicatore, come strumento pubblicitario per attrarre la gente a teatro. Il divario rispetto alla situazione italiana, in particolare per quanto riguarda il valore e il potere che nel nostro paese alla satira è attribuito (nel bene e nel male) è incolmabile.

Il loro scetticismo ha forse un’origine storica: Karl Kraus non ha fermato Hitler; ma, anche così, la loro è una visione molto angusta della potenza satirica. I suoi effetti sono culturali e riverberano sulle generazioni a venire. Ma devi avere dentro una rabbia vera, sennò fai solo del “colore” sull’attualità: non dai fastidio a nessuno, anzi sei perfetto per il marketing. (2009)

Una società sana non ha bisogno di satira?

La satira esisterà finchè esisterà l’umanità, con tutte le sue contraddizioni. La “società sana” è un’utopia nazista. (2009)

Satira e tabù

Collegato al concetto di satira c’è quello di tabù. Che cos’è un tabù? Perché la satira “uccide” i tabù? Come si genera il meccanismo del riso?

Per Freud, i tabù sono il fondamento della civiltà, e trovo ci sia del vero. Una comunità non potrebbe esistere senza tabù (ad esempio, quello dell’incesto). Più in generale, i tabù hanno radici nel mito e sono frutto dell’ignoranza su quanto ci determina e condiziona. L’arte, non solo la satira, ha fra i suoi effetti quello di illuminare gli angoli bui del nostro immaginario e in questo risiede buona parte della sua importanza. (2009)

Satira: diritti e doveri

I doveri della satira? Uno solo: far ridere l’autore. E’ questa la vera deontologia del comico. L’unico giudice della satira è il suo autore. (Per la diffamazione e la calunnia le leggi ci sono già. E già che ci sono, dico che andrebbero riviste, per impedire al potente di turno di vessare con processi pretestuosi l’autore satirico che l’ha colto in flagrante. Vedrei con favore un “comma Luttazzi” così configurato: tu puoi anche farmi causa per 20 miliardi, ma se io vinco la causa, i venti miliardi li dai tu a me. Così la prossima volta fai meno il gradasso.) (2006)

Funzione della satira

Qual è l’obiettivo del tuo ‘fare satira’? Difendere / rafforzare la democrazia? Affinare lo spirito critico della gente?

L’obiettivo della satira è esprimere un punto di vista in modo divertente. Divertente per chi la fa. Se il pubblico ride, tanto meglio, ma non è un criterio per giudicare la bontà della satira: ogni risata dell’autore contiene una piccola verità umana; a volte la verità fa male e non tutti sono disposti a riderne. Il pericolo per chi fa satira è ritenere che sei sul palco a dire la verità: questo abbaglio ti trasforma in un predicatore, in un leader di masse, in una persona di potere. L’arte ti abbandona. (2009)

Credi che la satira abbia anche una funzione di valvola di sfogo o di conforto? O al contrario contribuisce ad aumentare il disagio?

La satira nasce dalla rabbia, ma non è mai consolatoria. Induce alla conversione e all’azione. Il disagio che aumenta è solo quello dei parrucconi. (2009)

Il linguaggio della satira

Il linguaggio della satira è espressivo al punto che può infastidire chi lo ascolta. Ciò, a volte, crea un effetto di rigetto su una determinata fascia di pubblico. La gente, quindi, deve essere preparata per poter comprendere la satira?

La satira è un gusto. Il gusto per la libertà di pensiero. In Italia siamo regrediti al punto che la gente dev’essere preparata alla libertà di pensiero? Certo, secoli di Vaticano non aiutano. E comunque la satira mica può piacere a tutti: i suoi bersagli, ad esempio, non ridono. Lo scandalo della satira non è nei termini indecenti, ma nel fatto che la sua libertà espressiva corrode i nostri pregiudizi. I pregiudizi rassicurano. La satira no. (2009)

Satira e informazione

Come mai secondo te, da un po’ di anni in Italia le informazioni si hanno più dai comici che non nei telegiornali e sui giornali?

Questo è un luogo comune. Ci sono tanti giornalisti formidabili che onorano la propria professione. Vediamo però di continuo giornali e telegiornali fare propaganda: edulcorano o cassano o mistificano le notizie. La satira, nel commentare i fatti, li ricorda. E così il grosso pubblico, che non legge i giornali, apprende le notizie dalla satira! Ma la satira è uno stormo di piccioni. Da qui l’attenzione. (2009)

La satira è di gran lunga superiore al giornalismo, richiede arte. Incide sulle dinamiche psicologiche e se ne serve. Sfrutta le strutture antropologiche dell’immaginario per contribuire all’elasticità dello spirito con una vera e propria sociatria. Cazeneuve notava come, nella società apollinea degli Zugni, il simbolismo saturnale dei clowns Koyemshis facesse da valvola di sicurezza dionisiaca. Non se ne scrive perchè è sottovalutata, come tutto ciò che muove al riso. (2007)

Altro atto d’accusa: la satira non deve informare. In questi tempi di informazione pilotata e bugie che scatenano le guerre, i comici sono quantomeno costretti a informare.

La satira, essendo un commento caustico sui fatti, informa per forza. Se non lo fa, non è satira, ma presa in giro bonaria, sfottò reazionario. Ad esempio, la gag del “Cavaliere mascarato” su Striscia non è satira.

Il presidente dell’ordine dei giornalisti Petrina, dopo l’intervista a Travaglio, ti ha accusato di esercizio abusivo della professione giornalistica; ma allora la satira non ha nessuna possibilità di informare il proprio pubblico senza incorrere in polemiche e denunce?

L’accusa di Petrina non stava in piedi e infatti non ha avuto seguito: il talk show è un genere che prevede interviste da parte del conduttore. Era solo un tentativo meschino di giustificare la mordacchia che mi hanno imposto. In Francia, un ministro è stato costretto a dimettersi quando si è scoperto che faceva pagare allo Stato l’affitto di un appartamento. La notizia era vera: che fosse uno scoop del giornale satirico “Le Canard enchainè” non fa differenza, oltralpe. Da noi la rivoluzione francese deve ancora arrivare. In realtà, da sempre la satira sbugiarda le menzogne del potere, e il potere cerca di impedirglielo: Cleone considerava Aristofane fazioso, dato che Aristofane lo metteva alla berlina. Ma aveva ragione Aristofane. (2005) Scalarini con le sue vignette denunciava le malefatte di Mussolini. Il fascismo lo fece massacrare di botte e lo mandò al confino. Ma aveva ragione Scalarini. Altre volte la satira dà le informazioni che fanno comodo al potere. In uno sketch* di Gene Gnocchi a Quelli che il calcio, la prova che bin Laden era proprietario di un albergo era la foto di Saddam Hussein in una stanza. CIA e FBI non hanno trovato alcun legame fra Osama e Saddam, c’è riuscito Gene Gnocchi! (2007)

Satira e potere

Quale credi sia il potere della satira? A tuo avviso quali risvolti concreti ha o può avere la critica della satira? La satira può ‘cambiare il mondo’? ( o, come tu hai domandato ad altri autori satirici, la satira può agire sulla Storia? Se sì, come? Se no, perché? )

La satira è innanzitutto arte: in quanto tale, agisce sulla Storia offrendo all’umanità uno sguardo rinnovato sul mondo; per questo, fin dai tempi di Aristofane, la satira è contro il potere, di cui riesce ad annullare la natura mortifera mantenendo viva nel nostro immaginario quella sana oscillazione fra sacro e profano che chiamiamo dubbio. L’effetto concreto della satira è quello della liberazione dell’individuo dai pregiudizi inculcati in lui dai marketing politici, culturali, economici, religiosi. Il potere si accorge che questo va contro i suoi interessi e ti tappa la bocca. E’ sempre stato così ed è un ottimo motivo per continuare a farla. Dove è possibile. (Il mio sottoscala.) (2009)

Il fenomeno nuovo è che in Italia, con Berlusconi, sono cadute le distinzioni fra Re e giullare. Il Re fa il giullare per confermare il proprio potere assoluto. Il che lo rende ancora più odioso. La censura gli serve per evitare che il vero giullare gli faccia da specchio, evocando la sua finitudine. E quindi l’illusorietà del suo potere. Quello che viene integrato, sempre, è il cadavere della satira. Di Lenny Bruce parlano compiacenti solo adesso che è morto. Da vivo dava fastidio. La satira quindi resiste all’assalto in un solo modo: restando viva. (2004)

Il contesto incide senz’altro: in una dittatura, una battuta appena allusiva pesa di più. Col tempo, il riferimento storico si perde e la battuta smette di far ridere. Che importa? Lo spirito si mantiene intatto nei secoli. Lo spirito che animava Aristofane è identico a quello di Woody Allen. Gli uomini passano, l’umanità resta. (2004)

La satira è contro il potere in generale, non solo quello dominante. E sì, la libertà d’espressione è un indice di democrazia fra i più importanti. (2004)

La satira, per definizione, è contro il potere. Contro ogni potere. E’ una combinazione di ribellione e irriverenza e mancanza di rispetto per l’autorità. Come si uccide la satira? Dandole potere. Per questo l’attenzione che i media riservano alla satira va temuta come una malattia incurabile. O come un elogio di Marcello Dell’Utri. (Daria Bignardi:”Chi stima fra i giovani giornalisti?” Dell’Utri:”Luca Sofri e Filippo Facci.”) Un autore satirico deve saper resistere alla tentazione del potere. Certo, ogni battuta contiene una piccola verità, è questa che ci fa sorridere; ma se cominci a pensare che il tuo compito di autore satirico sia quello di “dire la verità”, hai già ceduto alla tentazione del potere. A poco a poco, quasi senza accorgertene, ti dimentichi della satira e finisci per concentrarti sulla “denuncia”. Che fra l’altro è un giochino più facile (la satira è un’arte, la denuncia la sanno fare tutti ) e dà soddisfazioni più grossolane. Mammamaria, in chat, ha commentato:-Daniele non è un leader.- Alcuni hanno obiettato, altri convenuto. A nessuno è venuta in mente la terza ipotesi: che in realtà c’è chi non vuole esserlo, un leader. E’ una lusinga (quella del potere) che identificai quando l’Espresso mise la mia foto in copertina all’epoca di Satyricon e a cui cerco di resistere il più possibile. (Oggi mi ha cercato Conti del Corriere della Sera. Non risponderò.) La satira è esercizio di libertà. La libertà è qualcosa che tu hai già, non sono altri a dartela. Per questo, nessuno può vantarsene (come fa sempre Berlusconi:-Nelle mie reti c’è la massima libertà!-). Per questo ha commesso un grosso errore chi è andato da Celentano a farsi dare il microfono. La libertà al massimo possono togliertela. Foucault, il pensatore del potere, sottolineava come il potere si nutra proprio della libertà degli uomini. A un leader viene riconosciuta di solito una eccellenza particolare, fra i cui connotati uno dei più importanti è l’assenza di contraddizioni. -E’ senza macchia!- La satira, che è libertà, è il contrario: la sua forza è proprio la contraddizione, il riconoscere che la natura umana è contraddittoria. E’ la lezione di Lenny Bruce: un autore satirico non è migliore dei suoi bersagli. Nessuno è senza macchia. Quando Bruce attaccava il card. Spellman, gli strali erano un tutt’uno col racconto della propria miseria umana, ne erano il sottotesto costante. Come direbbe Foucalt, non esiste un fuori dal potere. Ma anche se non siamo padroni di noi fino in fondo, possiamo cercare di resistere al dominio. Chi crede di essere migliore; e addita il malcostume altrui con piglio da Savonarola; e accetta investiture popolari (la “democrazia dal basso”, massì); e si fa leader; e lascia che l’establishment dell’informazione lo tratti come tale; chi accetta tutto questo ha già ceduto alla tentazione del potere. Talia, dea della comicità, dopo un po’ lo abbandona. Alla lunga, il satiro potente finisce nella polvere, come tutti i potenti.  Il vostro compito? Aiutare me, e gli altri che potrebbero cascarci, a non cedere a questa lusinga. La satira dev’essere contro ogni potere, anche contro il potere della satira. Il card. Spellman è morto, Lenny Bruce vive. (2006)

Satira e censura

Mi darebbe la sua definizione del termine “censura”?

Censura è impedire che una persona possa esprimere pubblicamente il proprio punto di vista. Può essere attiva (la persona e/o le sue opere vengono rimosse d’imperio) e passiva (la persona e/o le sue opere non hanno più l’accesso ai mass media). (2005)

La censura è sempre esistita: lei nota delle differenze tra quella che caratterizzava la televisione nei primi anni di vita e quella di adesso?

La differenza è enorme. In passato (anni 50 e 60) si trattava di una funzione pubblica: il censore impediva le offese allo Stato, alla religione, alla morale. Oggi i censori difendono gli interessi del capo del governo. (2005)

La televisione italiana fa un larghissimo uso dell’autocensura: secondo lei, cos’è l’autocensura?

Parlare d’altro per convenienza. Com’è il tempo? E il traffico? (2007)

L’autocensura può essere giustificabile, in certi casi?

Mai, se sei una persona integra. (2005)

Lei si è mai autocensurato? Se si, per quali ragioni?

Mai. L’unico criterio, per un comico, è la propria risata. Se una cosa lo fa ridere, la dice. Così superi anche la censura del tuo Super-io: se una cosa ti fa ridere, la dici anche se ideologicamente non la condividi. La pulsione inconscia, grazie al meccanismo comico, raggiunge la coscienza beffando il controllo del Super-io. (2005)  Pasolini scriveva che la società borghese digerisce, amalgama, assimila tutto; e che però in ogni opera in cui l’individualità, la singolarità si affermano con originalità e violenza, c’è qualcosa di inintegrabile. (2007)

Perchè la censura colpisce sopratutto i comici che fanno satira? Eppure anche la satira è tutela dall’art.21 della nostra Costituzione.

La satira è un punto di vista e un po’ di memoria. Cioè commenta in modo divertente dei fatti. E’ la memoria dei fatti a dare fastidio. La RAI arrivò a censurare BLOB che aveva fatto un semplice collage delle frasi dette da Berlusconi durante i suoi 10 anni di attività politica. Il semplice collage evidenziava le menzogne reiterate dell’attuale capo del governo. (2005)

Secondo lei, la censura è ineliminabile? Secondo lei, qual è la soluzione per eliminare/limitare la censura?

Una società resa adulta da una educazione alla libertà avvertirebbe il bisogno di una democrazia vera, non sarebbe spaventata dall’eterodosso e giudicherebbe intollerabile, ovvero riprovevole, la censura. C’è tanto lavoro da fare. (2005)

Torniamo al famigerato “editto bulgaro”. Biagi ha fatto in tempo a rientrare in Rai, Santoro ha recuperato stabilmente il suo spazio; com’è che tu sei ancora fuori?

Perché sono un cane sciolto. L’Italia è divisa in clan che si spartiscono il potere. Se non appartieni a nessuno di essi, ti fanno fuori in due secondi. (2009)

Nel giugno 2001, Berlusconi vinse le elezioni politiche diventando capo del governo. Nel 2002, in visita di Stato in Bulgaria, Berlusconi pronunciò il famigerato “editto bulgaro”: disse alla stampa che io e altri due giornalisti (Enzo Biagi, il Walter Cronkite italiano; e Michele Santoro) avevamo fatto un “uso criminoso” della tv di Stato e lui si augurava che questo non si ripetesse. Io, Biagi e Santoro venimmo cancellati dai palinsesti: i dirigenti Rai (nominati dalla maggioranza politica berlusconiana) decisero “autonomamente” di non riconfermare i nostri programmi tv. Giustificarono la cosa come “scelta editoriale”. Da allora io non sono più potuto tornare a fare programmi tv in Rai. Vent’anni di attività artistica azzerati. L’editto bulgaro, che per me è ancora in corso in Rai, impedisce due libertà: la mia di esprimermi e quella del pubblico di ascoltarmi. Questa è censura ed è inaccettabile. Immagina Gordon Brown che fa causa al comico Paul Merton perchè non lo gradisce! Inoltre i lunghi processi ti vessano economicamente e psicologicamente. Infine, continuo a recitare i miei monologhi satirici in teatro, ma siccome non sono più in tv ed essendo Berlusconi un mio avversario, sono sempre meno i teatri che decidono di mettermi in cartellone, nonostante io faccia sempre il tutto esaurito. Il problema è politico. E’ maccartismo. (2009)

E come lo si vive questo ostracismo? Al di là dell’orgoglio per non essere scesi a compromessi, viene mai il dubbio che alla fine non ne valga la pena?

Ma la satira è un’arte! Gli artisti non ragionano in termini di convenienza materiale: obbediscono alla loro musa. I greci la sapevano lunga. Va da sé che la mordacchia alla satira, oltre a essere anticostituzionale, è insopportabile. I bacchettoni mi fanno schifo. Chi ne giustifica le azioni censorie, ancora di più. (2009)

Io dico cose precise sulla realtà italiana. Il mio è un pensiero eterodosso rispetto a quello unico che sta imperando: quello che sposa la filosofia del precariato di massa e la logica della guerra. Siamo in tanti a pensarlo ma non abbiamo accesso ai mezzi di comunicazione di massa importanti come la televisione. Possiamo farlo nei nostri blog o a teatro ma quando riesci a raggiungere il pubblico e il programma ha successo ecco che viene chiuso. Paradosso che mi è stato fatto notare da un giornalista della stessa “La7”. “Era già successo”, mi ha detto. “Un programma raggiunge un picco di audience e poi per un motivo strano viene interrotto”. Davvero strano, no? (2008)

Hanno detto che Decameron andava chiuso perché è volgare.

L’accusa di volgarità è il pretesto principe per tappare la bocca alla satira. All’inizio del programma ricordavo, conscio delle critiche che sarebbero venute, che la satira non è volgare. E’ esplicita! Mantiene la sana oscillazione del nostro immaginario tra sacro e profano. Una volta le due cose convivevano, adesso in un tempo di nuovi integralismi solo al sacro viene concesso il diritto di esistere. Sbagliato. Il potere questo diritto vuole farcelo dimenticare e cerca di far ricadere la colpa della censura sul censurato. E vedere gente come Michele Serra sostenere che quando si attua la censura, metà della colpa è del censore e metà del censurato mi ha fatto accapponare la pelle: è il classico argomento utilizzato dalla destra per giustificare lo stupro: la colpa sarebbe anche della donna che ha la minigonna. (2008)

Dall’epoca di Satyricon, appena faccio qualcosa di nuovo, i tromboni ne approfittano per ergersi a difensori del buon gusto. La satira non ha niente a che fare col buon gusto. Come dice Mel Brooks, se non è eccessiva non fa ridere. Ma il loro scopo è un altro: strumentalizzare il tutto per mettermi a tacere. (2004)

A quale pubblico ti riferivi mangiando in tv cacca al cioccolato?

A tutti, cioè alle persone capaci di entusiasmarsi, di stupirsi, di irritarsi o anche di scandalizzarsi. Ci sono solo due motivi per guardare la tv: per essere cullati o per essere stimolati. La maggior parte del pubblico è più in cerca di sedativi che di stimolanti. Bisognerebbe bilanciare il leggero, il dolce e il divertente con il sostanziale, l’amaro e il disturbante. Devi essere un artista, come Leonardo da Vinci , o Picasso , o quel demente con un orecchio solo. È stato già fatto tutto, ma naturalmente è sempre possibile rifarlo, magari rendendolo più repellente. (…) Mangiare merda  è un classico della satira di tutti i tempi.  Anticamente era un rito della clownerie religiosa insieme col bere l’urina: oscenità apotropaiche che celavano sottili valenze simboliche. (Oscenità ancora potenti, a giudicare dalle reazioni.) Le feci riguardano il corpo, quindi da una parte il comico, dall’altra il sacro. Ci sono ancora popolazioni, come gli indiani Pueblo,  che bevono urina e mangiano feci nelle loro cerimonie religiose. Loro non hanno dimenticato che non c’è sacro senza cacca. Quando un consigliere Rai di centrodestra disse:- A Luttazzi non resta che mangiare la merda – non mi sono lasciato sfuggire l’occasione irripetibile. Letture consigliate: Aristofane, Plauto, Rabelais, Swift, Sterne.  Riconsiderare quindi l’accusa  alla luce di questi classici. (2007)

Si invocano limiti alla satira. E chi li dovrebbe stabilire?

E’ il classico argomento di chi vuole censurare. L’unico limite lo stabilisce chi la fa: è buffo che gente che non ne sa niente viene a dirlo a me che la faccio da 20 anni. Io scrivo cose che fanno ridere me. Posso sperare che piacciano a un pubblico. Ma non possiamo mai saperlo se mi chiudono la bocca. (2008)

Niente controlli, come è giusto che sia. La satira controllata che satira è? (2007)

Ti abbiamo visto molto emozionato da Biagi, l’unico dal quale sei riapparso. Ne esistono pochi ormai di giornalisti con la schiena dritta?

Ce ne sono tanti. Meno male. Non mancano però le fetecchie: oggi il Corriere della Sera scrive che ” a Luttazzi in questi anni il ruolo di vittima è piaciuto anche parecchio “. Non mi è piaciuto per niente, invece. Ho subìto un danno enorme – umano, economico e professionale – per aver raccontato fatti veri relativi al signor Berlusconi. Al maccartismo di Berlusconi, una censura di tipo ideologico, si è aggiunto lo sberleffo dei servi, prontissimi a minimizzare la portata del sopruso. Ma dare addosso a chi subisce un sopruso è davvero da bastardi. Ce ne sono tanti. Purtroppo. (2007)

Quando hanno voluto, mi hanno querelato. E’ sempre successo: la satira è un momento libero che il potere non può ammettere. In Paesi più civili del nostro (Francia, Inghilterra ) uno sta più attento a querelare a vanvera, specie quando ha torto. Da noi la lentezza della giustizia avvantaggia chi ti vuol tappare la bocca a prescindere. Quando si scopre che non lo hai diffamato, sono passati 5 anni. Durante i quali nessuno ti ha dato udienza, per paura della querela a monte. (2005)

Quante battute non hai pubblicato o hai buttato via per paura di incappare in procedimenti giudiziari?

Nessuna, mai. Se una battuta mi fa ridere, la dico. (2005)

Non potendo andare in televisione le restano i teatri: è vero che in passato ha avuto problemi a presentare gli spettacoli in alcune città? Anche adesso?

In Lombardia, il distributore teatrale è filoberlusconiano e così la Lombardia è verboten. A Roma, il mio ingaggio di una settimana al teatro Olimpico, quest’anno, è saltato dopo un’intervista a Repubblica in cui illustravo i contenuti del mio nuovo monologo. Così mi affitterò da solo l’Auditorium: odio essere censurato. Specie dai pavidi. (2005)

Dario Fo provano a censurarlo dagli anni ’70. Nel frattempo ha preso il Nobel. Questo mi fa ben sperare. È interessante il meccanismo con cui i politici possono influire sul teatro. A parte l’erogazione ministeriale di incarichi, intendo. Le rassegne di teatro esistono grazie agli sponsor (banche, enti, ecc…) Se un grosso sponsor, attivato da un politico bastardo, dice:- Luttazzi meglio di no,- in quella città il mio spettacolo salta. Succede per certo in Lombardia, Veneto, Puglia. Altrove, chissà. (2004)

Lei ha fatto trasmissioni anche a Mediaset, ha subito censure anche in quelle occasioni?

A Mai dire gol, su 80 battute settimanali me ne venivano approvate 8: quelle divertenti, sì, ma non troppo abrasive. (La Gialappa’s scartava alcune mie battute con la scusa che il loro pizzaiolo sottocasa non le avrebbe capite. Perché loro erano più intelligenti del pizzaiolo sottocasa.) Dopo una mia battuta (“Priebke condannato all’ergastolo. Si vede che non ha fatto in tempo a iscriversi a Forza Italia.”) ci furono interrogazioni parlamentari e strigliate varie. Risultato: alle riunioni del lunedì mattina cominciò a partecipare anche il produttore Mediaset di quel programma. Si sinceravano in anticipo. Nel 96 feci il talk show Barracuda su Italia 1. Nella prima puntata intervistai Claudio Martelli. Su Berlusconi, Martelli disse:-Berlusconi non è un politico, è un piazzista.- La frase venne tagliata a mia insaputa al montaggio. Dissi che me ne andavo, era una censura intollerabile. Mi mostrarono il mio contratto che conteneva una penale miliardaria. Finii il programma come da contratto e poi lasciai Mediaset. (2005)

Sia Bonolis che Panariello lo avevano invitato a partecipare alle loro trasmissioni, ma dovendo rimanere muto, paradossale no? Secondo lei questo sarebbe stato un episodio di censura?

Di censura e di banalizzazione della censura precedente, quella subita per Satyricon. Se avessi accettato, tutto sarebbe sembrato una burletta, un gioco. Sia Bonolis che Panariello, d’altronde, sono stati protagonisti di espisodi eclatanti e vergognosi di autocensura pubblica. E infatti continuano a lavorare a pieno ritmo. Così sei gradito: supino e irrilevante. (2005)

Crede che un editore (televisivo, giornalistico, etc.) abbia il diritto di controllare i contenuti delle trasmissioni, pezzi, spettacoli, etc. che il suo mezzo diffonde?

Se per controllo si intende la censura delle idee che lui non condivide, non ne ha il diritto, no. Un editore che ha questo vizietto non dovrebbe fare l’editore, non ne è deontologicamente in grado. Un editore vero promuove la libertà di espressione e di critica. Altrimenti è un servo e un propagandista. (2005)

Secondo lei, interventi dell’editore sul contenuto dei programmi, pezzi, spettacoli, etc. diffusi possono essere giustificati in qualche modo? Se sì, in quali casi?

A parte l’attenzione per i bambini (ma allora anche i telegiornali dovrebbero avere il bollino rosso “solo per adulti “, dato che la cronaca è violenta) non c’è altra giustificazione se non quella della censura bieca. Certo, a nessuno piace passare per censore. Li riconosci tutti dalla frase:”Non sono un censore, ma…” che premettono a ogni loro censura. La variante che oggi va per la maggiore è “Questa non è censura, è una scelta editoriale.” (Del Noce, RaiUno) Impedire la libertà di satira e di informazione è diventata una scelta editoriale! E non se ne vergognano neppure! Una risata li seppellirà. (2005)

La satira in Italia ha parecchi problemi di sopravvivenza. In questo senso tu sei un esempio. Partiamo dai fatti più recenti: Baudo ti invita alla puntata di “Novecento” del 10 novembre sul tema della satira. Il tuo intervento viene tagliato delle parti più caustiche e ridotto. Il giorno dopo parecchi giornali, tra cui Repubblica, sottolineano la povertà del tuo intervento. Eppure un critico televisivo dovrebbe notare quando un programma è tagliato, e Baudo ha dichiarato più volte di apprezzarti. Il giorno dopo Repubblica ha chiarito i tagli. Che successe in quella circostanza?

Il giorno dopo, Repubblica non ha chiarito un bel nulla. Anzi: nonostante una mia lettera circostanziata, il critico incapace (Sebastiano Messina) ha continuato a sostenere una mia complicità con Baudo nella vicenda! La logica e la deontologia, a questo punto, imporrebbero la rimozione del critico cieco. Finché questo non accadrà, a Repubblica avranno una rubrica scadente di recensioni tv. (2004)

La mia idea, semplice ed economica, di una striscia quotidiana di satira sulle news, non interessa a nessuno. Durante la mia partecipazione da Baudo, lo share del suo programma balzò dall’8% al 20% ! Satyricon raggiungeva 7 milioni e mezzo di spettatori. E in seconda serata! Se non interessano questi ascolti, e questi introiti pubblicitari, il problema è politico. (2004)

L’artista e il pubblico

Quando ti rivedremo in televisione?

Spero presto, ma non dipende da me. Il contesto però dev’essere giusto. Cerco di tenermi alla larga, ad esempio, dai palchi identitari. Un palco identitario garantisce all’artista un pubblico enorme, preconfezionato. In cambio, la libertà dell’artista è già interpretata dal contesto. Una libertà del genere si riduce a propaganda. Se poi è un giornalista a restarne affascinato, finirà per dare le notizie in modo da non perdere quel pubblico che gli dà tanta energia. Si chiama conformismo. Perfetto per il marketing. Montanelli diceva: ”Un giornalista non è niente senza il suo pubblico.” La differenza è tutta qui: un artista è un artista anche senza pubblico. (2011)

Cosa pensi del ruolo che i satiristi hanno assunto oggi in Italia? Del fatto che siete diventati ‘punti di riferimento’ (politico) per la gente? La ritieni una situazione inevitabile data la contingenza storico-politica? Come vivi questa grande attribuzione di responsabilità da parte della gente? Come ti poni rispetto al fatto che molta parte del tuo pubblico ti vede più come un punto di riferimento politico che non come un artista satirico?

La nostra credibilità è dovuta al fatto che abbiamo detto certe cose in tv fregandocene della conseguenze in termini di convenienza economica: restare in tv facendo i paraculi era molto più vantaggioso. Essere un artista satirico e essere un punto di riferimento politico è inevitabile in generale, e non c’è affatto contraddizione fra le due cose. La responsabilità non me la dà la gente, me la dà la mia arte. Fa parte di questa responsabilità non strumentalizzare il pubblico e il suo consenso. Quanto ai politici italiani, hanno mentito ripetutamente e spudoratamente, hanno mostrato di difendere all’unisono gli interessi della propria casta, hanno rivelato la loro mediocrità diffusa. La gente si è rotta le scatole. E ci hai fatto caso? In Italia, ogni volta che scoppia uno scandalo, tutti lo sapevano già da tempo. Che razza di Paese! (2009)

L’8 luglio di quest’anno, in piazza Navona a Roma si è tenuto il “no Cav Day”. Qui hanno dato espressione del loro pensiero anche alcuni comici attraverso la satira. Per esempio erano presenti Grillo e la Guzzanti. Perché tu non c’eri?

Perché la piazza favorisce il populismo. Non mi piace ingenerare equivoci: è il mio modo di rispettare il pubblico. La satira dev’essere contro il potere. Anche contro quello della satira. A teatro, le intenzioni dell’artista sono limpide. In piazza, in una manifestazione partitica, no. Guai al pubblico che si mette a guardare ai satirici come a cavalieri senza macchia e senza paura, e guai ai satirici che finiscono per crederci. (2009)

Che aspettative hai da parte del tuo pubblico, e come sono cambiate, se sono cambiate, nel corso del tempo?

Scrivo e recito cose che fanno ridere me. Quando il pubblico si rivolge a te come a un guru senza macchia, o come a un leader che è lì a indicarti la verità e la via, sbaglia e gli va detto. In questo Paese, i demagoghi attecchiscono troppo facilmente, coi risultati che vediamo e da cui la storia del secolo scorso pare non averci immunizzato. Il mio punto di riferimento è Lenny Bruce. Diceva:” Io faccio parte della corruzione che metto alla berlina.” Un atteggiamento molto più sano. (2009)

Lenny Bruce è uno dei tuoi personaggi di riferimento.

Lenny Bruce ha rinnovato il genere del monologo satirico, che negli USA ha una lunga tradizione. Bruce diceva sempre: “la realtà è ciò che è, non ciò che dovrebbe essere”. Nello scarto fra le due cose si situa la risata satirica. Prendete ad esempio la campagna pubblicitaria del Partito Democratico. Era perfetta. Mancava solo il prodotto. (2009)

Satira e tv

Il corporale fa parte delle sue dimensioni espressive. Lei ricorda spesso che la televisione è “corpo”. In che senso?  

La frammentazione in pixel dell’immagine catodica plagia il gusto televisivo dello spettatore, anche se questi non lo sa. Come mezzo freddo, la tv rende telegenici certi spettacoli e non altri: i polizieschi, gli ospedalieri, le sit-com e i reality. In tutti questi casi, la vicenda narrata pone il problema dell’integrità di un corpo: corpo fisico o sociale. Il problema di ricostituire l’integrità  avvince lo spettatore più del normale proprio grazie alla trasmissione per pixel, che trasforma un bisogno cognitivo (come andrà a finire la storia?) in un bisogno fisico (voglio continuare a vedere e desidero che l’integrità sia ristabilita). La tv è un sedativo reazionario.

Anche la sua comicità evoca corpi.

Il comico è innanzitutto corpo. Ma è un corpo sempre integro. Il corpo comico è indistruttibile. Per questo il comico, in tv, può  rompere l’incantesimo. (2007)

La satira pare scomparsa perché non è più ammessa in tv nella forma libera che le è propria. In questo modo le tolgono impatto. E’ un fenomeno solo italiano, che rende il nostro Paese una provincia asfittica e poco democratica. La satira in tv fa picchi di ascolto, ma non la si vuole. Quindi il problema è politico. (2009)

Con «Barracuda» sei stato il primo a portare nella televisione italiana il talk show sul modello di David Letterman. Poi in tanti hanno provato a copiare quel programma, attenuando i contenuti o trasformando l’intervista in salotto televisivo. C’è ancora spazio per la televisione intelligente?

La televisione è tutta intelligente. Ma c’è una intelligenza al servizio della libertà artistica, e una (preponderante) al servizio del potere. Negli USA, i media controllano il potere, da noi è il contrario. Ecco perché non c’è più spazio per chi è libero. Essere liberi significa non essere ricattabili. In Italia, che è una rete di clan, essere liberi è un difetto per il sistema e così il senso della dignità personale è in vendita al miglior offerente. In questo momento c’è la fila per vendersi. Fine del pudore. Dove non c’è più pudore, c’è solo potere. Film consigliato: Salò di Pasolini. (2009)

In «Decameron», il tuo programma andato in onda su La7 lo scorso anno, prima che decidessero di chiuderlo con una scusa, sei stato tra i pochissimi a parlare senza eufemismi ipocriti o omissioni delle violenze della polizia al G8 di Genova del 2001. Anche in quel caso, la verità è stata estromessa dai grandi media, è trapelata solo grazie all’insistenza di chi ha lavorato per far sapere a tutti quello che era successo. È solo un’eccezione o un caso emblematico che allude alla possibilità che i media indipendenti riescano a costruire senso comune, anche nel silenzio dei grandi media?

E con lo sketch “Missione di pace” ho denunciato l’ipocrisia guerrafondaia del neonato PD. E’ una libertà che dà fastidio perché ricorda al pubblico come sarebbe bello se fosse sempre così. Insistere è un’ottima tattica. (2009)

Il festival TTV di Riccione ti ha dato il suo premio tv per Decameron. Che cosa significa per te, visto che in tv è durato poco…?

Decameron sarebbe durato di più, se non l’avessero soffocato di notte con un cuscino. Il significato del premio è questo: la satira è più forte dei cuscini. Ma il pericolo resta: che i nuovi comici si auto-censurino per evitare grane. Prendi Gesù. 33 anni a raccontar parabole. Non sapeva neanche una barzelletta? L’hanno fatto fuori comunque. (2009)

Visto che nel 2001 era arrivato l’editto bulgaro, quali possibilità ci sono ora per te di tornare in tv?

Inesistenti. I politici usano la tv come vetrina per il proprio marketing. Che ci sia qualcuno a suggerire dubbi gli scoccia parecchio e non lo permetteranno più. Io però non “faccio satira” perché “voglio andare in tv”. Vado in tv per fare la mia satira. Per starci dovrei cambiare seguendo i dettami del padrone? E’ un ricatto inaccettabile. Pazienza: passerò i prossimi anni al sud, fra gli immigrati clandestini che coltivano lampadine nel Tavoliere. Sapevi che il raccolto delle lampadine è notturno? Si vedono meglio. (2009)

In Rai, ma anche a Mediaset, a La7 e su Sky vanno in onda programmi comici dove al massimo si prende in giro Berlusconi per cose superflue (il suo lifting, la sua altezza) ma non per quelle gravi (la depenalizzazione del falso in bilancio, il conflitto di interessi enorme, la legge Alfano grazie alla quale non può essere processato). Tre anni fa, Sky Italia chiese di incontrarmi. Proposi un Tg satirico. Mi chiesero come avrei reagito se avessero tagliato al montaggio qualche battuta. Gli risposi che il contratto glielo avrebbe impedito. Sono spariti. Quanto a La7, il mio nuovo programma tv “Decameron” (2007) è stato interrotto alla quinta puntata, dopo che avevo registrato il monologo della sesta puntata, una satira sull’enciclica di Ratzinger. (2009)

La satira, dai tempi di Aristofane, dà fastidio perché esprime un giudizio sui fatti, addossando responsabilità. I miei monologhi colpiscono Berlusconi ma anche la religione organizzata e l’opposizione inesistente del PD, inclusi gli scandali in cui sono coinvolti dirigenti di sinistra (il caso Unipol). Ecco perché anche l’opposizione qua si disinteressa alla libertà della satira in tv, che è libertà della democrazia. Neppure Rai3, i cui dirigenti sono di sinistra, mi ha mai chiesto di tornare in tv, in questi anni. Il potere, in Italia, è suddiviso fra clan di destra e di sinistra. Scandali recenti hanno mostrato come questi clan si mettono spesso d’accordo sulla gestione della cosa pubblica, a livello locale e a livello nazionale. Lo stesso tipo di accordo precede le nomine dei dirigenti Rai. Il risultato è che la democrazia sostanziale è corrotta. (2009)

Michele Santoro, giornalista di sinistra, è tornato in Rai grazie a un giudice che lo ha reintegrato nel suo posto di lavoro (Santoro era dipendente Rai quando venne cancellato, io no), ma nel suo programma deve sempre ospitare qualche esponente di destra. Si dà per scontato cioè che Santoro debba essere controllato e contraddetto nella sua attività giornalistica perché sgradito a Berlusconi. Non è umiliante? Per contro, un giornalista berlusconiano, Clemente J. Mimun, quando diventò direttore del Tg1 Rai si segnalò per gravi frodi giornalistiche, tutte favorevoli a Berlusconi: fra l’altro, tolse il sonoro a Berlusconi che dava del kapò all’europarlamentare Shultz, non diede la notizia di Berlusconi che aveva definito l’assassinio di D’Antona “un regolamento di conti a sinistra”, e nel 2004 aggiunse al montaggio un pubblico di delegati ONU plaudente a Berlusconi che in realtà parlava all’ONU in una sala semivuota. Il pubblico di delegati applaudiva Kofi Annan. Era un altro filmato! Un falso clamoroso! Questo nel Tg principale della tv italiana. Mimun veniva da Mediaset e lì è tornato. La Rai attuale è piena di dirigenti che vengono da Mediaset, vere quinte colonne. Un anno fa, le intercettazioni telefoniche hanno mostrato come questi dirigenti si fossero accordati con quelli di Mediaset per una programmazione che favorisse Berlusconi in occasione dei funerali di Woytila e delle concomitanti elezioni. Il governo Berlusconi nel frattempo ha proposto una legge che proibisce la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche! Se questa legge fosse stata fatta dieci anni fa, nessuno conoscerebbe gli scandali politici, economici e sportivi più gravi della storia italiana recente. (2009)

Satira e comicità

Ogni autore (comico o satirico) intende suscitare la risata più grande possibile. La comicità ha più a che fare col corpo (la meccanicità di Bergson), la satira con le idee (il Super io di Freud è all’origine dell’umorismo e della satira, in quanto espressione dell’istanza parentale). Mi spiego meglio: la satira si serve del corpo ridicolo come strumento per dire altro (cfr Rabelais), mentre la comicità è solamente un corpo ridicolo (cfr Mr. Bean). La liberazione maggiore viene dalla satira: la comicità non intacca i tuoi valori, la satira invece può convertirti all’ignoto. La satira esprime un giudizio, la comicità no. È il motivo per cui alcuni spettatori si rifiutano di ridere a battute su temi per loro sensibili, temi cioè che riguardano la struttura del loro mondo di valori. Lenny Bruce diceva: «La realtà è quello che è, non quello che dovrebbe essere». Le ideologie, gli -ismi, le religioni vertono su “quello che dovrebbe essere”. La satira si occupa di ciò che è. Dal contrasto fra i due punti di vista nasce la risata. O l’offesa. Quando la satira poi riesce a far ridere su un argomento talmente drammatico di cui si ride perchè non c’è altra soluzione possibile, si ha quella che nei cabaret di Berlino degli Anni ’20 veniva chiamata la “risata verde”. È opportuno distinguere una satira ironica, che lavora per sottrazione, da una satira grottesca, che lavora per addizione. Questo secondo tipo di satira genera più spesso la risata verde. Ne erano maestri Kraus e Valentin. (2004)

Di cosa parla il tour Decameron?

Temi scabrosi, argomenti polemici e risate feroci: un antidoto alla comicità tranquilla che la tv commerciale e la Rai hanno ormai imposto agli italiani come modello, la comicità che ha lo scopo di rassicurare e intontire con i suoi parossismi prevedibilissimi. Tutta merda che mi sono già mangiato da un pezzo. (2009)

Satira, perversioni, pornografia

Fai spesso riferimento alle “perversioni” più varie. Come nasce questo interesse? C’è un rapporto tra perversione e satira?

In ogni perversione c’è un elemento meccanico che la rende comica. Il tutto ha a che fare con l’impulso di morte di cui parlava Freud. La risata annulla la morte: ridi perché sei vivo. (2009)

E la pornografia? È offensiva? Utile? E, prima ancora, cosa, per te, è pornografico?

La vera pornografia è la violenza. Va sottolineato come, in una democrazia, quella contro la violenza ( sia essa pensiero, parola, opera o omissione ) sia l’unica censura davvero necessaria. Come dice padre Zanotelli, la guerra dovrebbe essere un tabù come l’incesto. Lo stesso vale per i rigurgiti xenofobi e razzisti. Prendi Borghezio. Ne ho conosciuti di razzisti, ma mai di questo voltaggio. Le idee violente sono già giudicate dalla storia. Ad esempio fascismo e nazismo: una volta al potere, cancellano la democrazia. Non possono essere riammesse nel campo argomentativo. (2009)

Lo sfottò fascistoide

Vedi Mentana a Elm Street.

Satira e religione

L’argomento più insidioso usato in queste ore contro la parodia religiosa dei comici radio-televisivi è nascosto nell’intervento al Tg2 di Dino Boffo, direttore dell’Avvenire: “Credo che questa satira volgare nasconda una punta di vigliaccheria: si bersaglia un uomo che non può difendersi per la natura stessa della sua alta missione. Certo, i diritti della satira sono fuori discussione, ma la satira ha anche dei doveri che si incontrano con il diritto dei cittadini a essere rispettati nei sentimenti più profondi. Mi chiedo se oggi c’è bisogno di una satira che offende il Paese. Ne risente il sentimento stesso della democrazia.” Boffo fa sfilare in parata tutti i temi frusti con cui i tromboni, da sempre, cercano di tappare la bocca alla satira. Innanzitutto, quello della volgarità. Poi quello della vigliaccheria. Quello della sacralità. Quello dei doveri. E quello del rispetto per i sentimenti profondi dei cittadini. (Che poi i diritti della satira siano fuori discussione, non è così fuori discussione, in realtà, dato che Boffo è direttore di un giornale, l’Avvenire, che nel 2001 sentenziò “Ben venga la chiusura di Satyricon”. I tromboni, si sa, sono sempre molto liberali.) Quello che sfugge a tutti i commentatori dell’ultima ora, oltre alla loro ignoranza in materia, è la natura della satira. Tanto per cominciare, la discussione, tanto cara ai politici nostrani, sulla necessità di paletti alla satira, non dovrebbe neppure essere ammessa. La satira esprime opinioni, e chi vuole conculcarla (cioè in genere proprio i suoi bersagli, che essendo persone di potere non vedono l’ora di esercitarlo) vuole conculcare il tuo diritto di esprimere le tue opinioni. E’ nella Costituzione, il discorso potrebbe finire qui. In più, l’effetto collaterale dei paletti è che la satira dentro i paletti è satira “permessa”, quindi non è più satira. E’ questo che vogliamo? Io no. Loro sì. Tutti dicono: ” La satira è contro il potere.” Nessuno si chiede perchè, eppure non è così scontato. Il motivo è culturale e risponde a una esigenza umana, quella sì profonda: la salute dello spirito, del nostro immaginario, che oscilla costantemente fra sacro e profano. Nell’antichità, questa percezione delle cose era evidente, e ai culti seri facevano da contraltare culti comici: entrambi erano dotati di una loro sacralità. Nel medioevo, il carnevale (legato alle feste pagane agricole dell’antichità) sovvertiva l’ordine del reale e le sue gerarchie. I buffoni erano eletti re per burla, e i potenti venivano letteralmente smerdati e aspersi di urina. Abbassamenti, profanazioni, detronizzazioni, travestimenti e parodie erano gli strumenti con cui la satira carnevalesca celebrava l’eterno ciclo vitale della morte e della nascita. I chierici stessi, nel periodo pasquale, officiavano messe blasfeme che parodiavano i riti e i testi sacri. La satira ha quindi innanzitutto questa natura ambivalente: distrugge e nel contempo rinnova. L’attacco della satira al potere è secondario rispetto all’attacco più importante: quello contro la morte. La satira è il popolo che festeggia la sua vittoria contro la morte. (Per inciso, questo è il vero significato di ogni festa in piazza, ma chi se lo ricorda più?) Ecco perchè (e torniamo a Boffo e ai bacchettoni come lui) è sbagliato parlare di volgarità della satira. La satira esibisce il corpo grottesco, dominato dai bisogni primari (mangiare, bere, defecare, urinare, scopare), per celebrare la vittoria della vita: il sociale e il corporeo sono uniti gioiosamente in qualcosa di indivisibile, universale e benefico. E’ invece mortifero il loro tentativo di arrestare il respiro fra sacro e profano. Nessuno c’è mai riuscito perché, per fortuna, lo spirito umano è immortale e la sa lunga. Non c’è quindi neppure vigliaccheria, dato che il papa non è affatto la personcina inerme che Boffo vuole accreditare. Fra i poteri, quello della Chiesa è sempre stato accanto a quello degli Imperatori. (Come non ricordare papa Woytila accanto al generale Pinochet?) Il plagio di massa operato dalla religione ha purtroppo una funzione sociale di controllo; e diventa pericolosissimo quando la religione, forte del numero, tende a far coincidere il peccato col reato, e a condizionare l’attività dei governi. Gli esempi in questo senso sono all’ordine del giorno (staminali, pacs, eutanasia) e ormai insopportabili. Il guaio è che non puoi correggere un’istituzione quando è una religione. Guardate come i musulmani in certi paesi lapidano le loro donne. Non potrebbero farla franca, se non fosse per motivi religiosi. L’odio viene da qualche meandro profondo, ma le religioni gli danno una cornice nobile. Ecco perché sono pericolose. Altri poi hanno usato il tema “vigliaccheria” in una seconda accezione: i satirici attaccano il papa, ma hanno paura di attaccare i leader islamici. NON E’ VERO. Battute, vignette e monologhi contro l’integralismo islamico ce n’è ormai a bizzeffe. Quando in Italia diventerà famoso un leader islamico integralista, dovrà sopportare anche lui gli oneri satirici della ribalta, come è toccato a padre Georg. Quanto alla “sacralità”, i primi ad averla profanata sono stati i preti pedofili. (Come ha ricordato un recente documentario della BBC, per vent’anni un certo cardinal Ratzinger fu responsabile dell’applicazione del documento segreto del Santo Uffizio Crimen Sollicitationis in base al quale, per prudenza e per non fare scandalo, quei sacerdoti non venivano rimossi dall’incarico pastorale, ma semplicemente spostati in un’altra parrocchia.) Per non parlare di monsignor Marcinkus e delle trame che legavano lo IOR alla mafia, a Sindona e alla P2. Ed è blasfemo che milioni di persone muoiano ogni anno in Africa di AIDS anche perché la Chiesa condanna l’uso del preservativo. Il condom a quanto pare è contro gli insegnamenti di Cristo. Anche se Cristo non ne ha mai parlato, se non per lamentarsi del fatto che si rompono facilmente durante il sesso anale. I doveri della satira? Uno solo: far ridere l’autore. E’ questa la vera deontologia del comico. L’unico giudice della satira è il suo autore. (Per la diffamazione e la calunnia le leggi ci sono già. E già che ci sono, dico che andrebbero riviste, per impedire al potente di turno di vessare con processi pretestuosi l’autore satirico che l’ha colto in flagrante. Vedrei con favore un “comma Luttazzi” così configurato: tu puoi anche farmi causa per 20 miliardi, ma se io vinco la causa, i venti miliardi li dai tu a me. Così la prossima volta fai meno il gradasso.) Boffo usa poi i cittadini come scudi umani appellandosi al rispetto dei loro sentimenti profondi. Come abbiamo visto, storicamente e culturalmente i sentimenti profondi dei cittadini sono di altro genere (il popolo liberato in festa, lo spirito umano reso sano grazie all’oscillazione fra sacro e profano), SOLO CHE I CITTADINI SE NE SONO DIMENTICATI anche grazie al mortifero plagio religioso cui, nei paesi cattolici, vengono sottoposti fin dalla più tenera età. Era questo l’argomento insidioso cui accennavo all’inizio: Boffo tira in ballo la democrazia, che non c’entra nulla, per usare il popolo contro se stesso. L’interpretazione religiosa del mondo è una delle tante possibili. Ma io non posso dar retta a chi crede di parlare con Dio, dai! E’ da psicotici! (2006)

Famiglia Cristiana ha definito le sue battute “lepidezze postribolari”.

“Lepidezze postribolari”. Per un libro di satira mi pare un titolo perfetto. Evidenzia lo scarto tra l’attività dello scrittore satirico e il mondo mentale di certe persone, che per propria tranquillità preferiscono vivere in una gabbietta dai confini abbastanza angusti. L’autore satirico ha il compito di aprire questa gabbietta e dire: “Liberi tutti!” (2007)

La vicenda è nota: in un Paese xenofobo, un quotidiano conservatore pubblica vignette satiriche che equiparano Maometto a un terrorista; le comunità musulmane locali chiedono ripetutamente al primo ministro una presa di posizione sull’episodio, questi rifiuta. Gli imam più conservatori rivolgono allora un appello al mondo arabo: si scatena il finimondo. Dopo proteste violente e ambasciate date alle fiamme, la mediazione e le scuse ufficiali portano a una tregua. I più adesso concordano: stupida la provocazione, eccessiva la reazione. Fuori da questo contesto, la vicenda delle vignette danesi ha dell’incredibile. I commentatori ci hanno ricordato: che la libertà d’espressione satirica di un Paese corrisponde al suo gradiente di democrazia. Che da noi la satira è tutelata dagli articoli 9, 21e 33 della Costituzione. Che l’animus iocandi deve sempre prevalere sull’animus iniurandi vel diffamandi. Che ogni religione, senza sense of humor, diventa fanatismo. Che parte del mondo islamico non è in grado di accettare la satira come forma di discorso politico. Che la satira reifica i suoi bersagli e per un musulmano è inaccettabile la reificazione del Profeta. Che la religione è solo un pretesto per aizzare le folle contro simboli occidentali ( mentre il governo libanese si è scusato con la Danimarca per l’incendio della sua ambasciata, la Siria non l’ha fatto per l’incendio delle ambasciate danese e norvegese ). Che rapimenti, decapitazioni e suicidi esplosivi non scatenano altrettanta rabbia, se compiuti in nome dell’Islam. Che all’integralismo fanatico degli uni corrisponde la xenofobia razzista degli altri ( vedi il caso Calderoli-Mimun ). Che non sono le vignette a insultare Maometto, ma i terroristi che esplodono in suo nome. Che le vignette anti-semite pubblicate quotidianamente in Egitto e in Arabia Saudita sfruttano stereotipi di gran lunga più offensivi di quelli utilizzati per l’occasione dai vignettisti danesi. Che i direttori dei giornali arabi, invocando anch’essi la “libertà d’espressione”, continuano a pubblicarle. Che non per questo i vignettisti arabi devono temere per la loro vita. Che il profeta Maometto, quando in vita veniva insultato e dileggiato, rispose sempre col perdono, mai con la vendetta. Che il Corano minaccia di morte gli infedeli. (Forse è solo un problema di traduzione. “Uccideteli tutti ovunque li troviate” magari nell’originale era “Porgete l’altra guancia”.) Che non pubblicare le vignette perché questo potrebbe scatenare la violenza degli integralisti significa subire la loro violenza. Che la comunità islamica deve isolare gli imam radicali. Che nel mondo islamico legge divina e codice penale coincidono. Che le convinzioni religiose urtano contro il nostro essere individui razionali del 21° secolo. Che l’uomo sta bene quando non ha bisogno di religioni che lo proteggano dal dubbio e dalla paura. Che il messaggio delle religioni è: la sofferenza eterna attende tutti coloro che mettono in discussione l’amore infinito di Dio. (Credi o muori. -Grazie, Signore, per tutta questa scelta.-) Che, da un punto di vista antropologico, non puoi avere una religione senza un nemico. Che la ragione sociale delle religioni è dare ai fedeli un senso di superiorità rispetto a un nemico immaginario. Che i sacerdoti difendono il loro potere quando viene minacciato. Che l’Europa moderna, laica, del commercio e della democrazia, appare col Rinascimento, nel momento in cui il cristianesimo, scosso dalla Riforma, comincia a perdere il controllo sull’organizzione sociale. Che la repubblica, la separazione dei poteri, il suffragio universale, la libertà di coscienza, l’eguaglianza dell’uomo e della donna non derivano dalla religione, che li ha anzi a lungo combattuti. Che, grazie alla rivoluzione francese, le adultere occidentali non vengono lapidate (però finiscono su Novella 2000: questo, per alcuni, è progresso). Desolanti i paradossi: gli xenofobi nostrani che adesso gridano alla libertà di satira sono gli stessi che contribuirono a cacciarmi dalla Rai; mentre chi parla di civiltà arretrate non si rende conto del fatto che, nel Villaggio Globale, sono gli integralisti a essere i più moderni: i media elettronici rendono tutti più reazionari, e questo spiega tanto dei tempi attuali. Si pensi al dibattito sulle cellule staminali, un esempio perfetto di come il mondo si stia dividendo in religioso e non-religioso. C’è chi vorrebbe mettere da parte la ricerca scientifica e affidare il futuro al pensiero magico. Perché non la divinazione sulle interiora di pollo, allora? (Quello dellasuperiorità dell’occidente è un discorso ambiguo: gli arabi hanno inventato la matematica.) (Per Bush sarebbe già un motivo sufficiente per bombardarli.) Patetico invece l’argomento di reciprocità: un quotidiano iraniano ha bandito un concorso per la miglior vignetta sull’olocausto. Rispondere a una provocazione idiota con un’altra provocazione idiota non è certo il modo migliore per favorire la tolleranza fra i popoli (vedi di nuovo il caso Calderoli-Mimun). Comunque dubito che il vincitore potrà mai superare l’estro di Jules Feiffer. Nel 1960, Adolf Eichmann fu estradato da Israele. Per l’occasione, a New York, qualcuno si presentò a un party con una spilla che diceva:”I like Eich”. Ilarità generale. L’unico a non ridere fu l’umorista Jules Feiffer. -Dai, Jules, non lo trovi divertente?- -Solo fino ai primi cinque milioni.- Come si vede, per un autore satirico, tutto può essere commentato in modo arguto. La satira esprime un’opinione. L’unica idea che anche in democrazia non può essere ammessa è quella violenta: è già stata giudicata dalla storia. Una vignetta razzista è inammissibile. Il resto è campo libero. Non c’è bisogno di trasferirsi nei Paesi Arabi per trovare resistenze alla satira sulla religione. Cinque anni fa, a Satyricon, il produttore Bibi Ballandi mi chiese gentilmente di cassare lo sketch “Esche insolite”, in cui un pescatore faceva abboccare il pesce più grosso usando come esca un crocifisso. Accettai di posticiparlo all’ultima puntata: quando andò in onda, era diventato ormai l’ultimo dei problemi. Ma già alla seconda puntata il capostruttura di RaiDue Azzolini mi disse che era meglio togliere una battuta dal monologo iniziale, quella in cui, commentando la tesi di un teologo secondo cui “Dio è donna”, dicevo: ”Dio non è donna. Se Dio fosse donna, lo sperma saprebbe di nutella.”  C’è chi proibirebbe la satira sulla religione perché i sentimenti religiosi vanno rispettati. Ma può un autore satirico rispettare i sentimenti di chi crede all’esistenza di un essere invisibile nel cielo che punisce le azioni umane? Giove, intendo. Altri, di solito i tromboni, si appellano al buon gusto. Ma la satira non ha niente a che fare col buon gusto. Come ricorda Mel Brooks, la satira se non è eccessiva non fa ridere. Altri, infine, eviterebbero la satira religiosa per non fomentare l’odio. Ma l’irriverenza satirica non è odio: è solo irriverenza. Se uno dimentica questo, davvero non se ne esce. Mi impuntai: non puoi fare un programma satirico se tagli le battute più spinose. Azzolini mi passò il direttore, Carlo Freccero, cui spettava l’ultima parola. Esposi il mio punto di vista: per un autore satirico, la religione è uno dei tanti pregiudizi. La satira sulla religione non offende le persone, solo i loro pregiudizi. Togliere quella battuta sarebbe stato un atto di censura. Censura delle mie idee sulla religione. Freccero mi diede ragione e la battuta andò in onda. Se ne deduce che è meglio per l’autore satirico se i direttori tv non sono integralisti, ma situazionisti. Nel frattempo, Al Qaeda minaccia nuovi attacchi terroristici se non ci convertiamo tutti all’Islam. E io che pensavo che i Testimoni di Geova fossero dei rompipalle! (2006)

Tecnica satirica

Elencarli, i motivi per cui si ride è inutile e non lo faccio mai. Ed è inutile perchè (questo è il vero segreto) non si ride dei contenuti di una battuta, ma della tecnica retorica di una battuta o di una scena. È la tecnica a far scattare la risata. Ecco perchè, quando un giornalista fa la parafrasi di una battuta, questa non ti fa ridere: il giornalista, con la sua approssimazione, ha rovinato il meccanismo. La realtà storica e le contingenze servono invece a spiegare perchè NON si ride, e questo è tutto un altro discorso. (2004)

Non è il contenuto di una battuta a far ridere. E’ il meccanismo. C’è un vecchio esperimento di teatro che consiste in questo: se dici qualcosa che non è una battuta, ma ha il ritmo di una battuta, il pubblico ride lo stesso. (2002)

Nella distinzione che poni tra satira ironica, per sottrazione, e satira grottesca per addizione, a quale senti più vicina la tua? Pensi che ci siano argomenti particolari, più tagliati per l’una che per l’altra?

L’intensità di un comico è nell’ampiezza del suo spettro. L’ironia è la norma, il grottesco è una perversione del gusto ed è più raro. Io ce li ho entrambi. L’unico argomento del grottesco è il dolore. (2004)

Quali sono i requisiti fondamentali che un testo satirico deve avere per raggiungere il suo scopo?

Deve essere spietato, ma con una grazia tutta sua. (2004)

Satira e web

Su questo blog ( nella chat, nelle lettere ) alcuni di voi ultimemente invocano un mio aiuto su decisioni politiche (movimenti di controinfo, lotte ecc.) ed elettorali (chi votare?). Addirittura c’è anche chi ha pensato di coinvolgermi per usare la mia notorietà come “testimonial” durante azioni sul territorio. Io diffido della massa e del suo bisogno di un capogruppo, di un leader. Strano che accada sul web: la rete è orizzontale e interconnessa. Sono i partiti politici ad avere una struttura piramidale top-down. Per un cybernauta, la pretesa dei leader di ergersi a capo dovrebbe essere irritante. Figuriamoci fomentarla. Eppure. (2006)

Satira e immaginario

Il nostro immaginario oscilla fra archeologia ed escatologia, fra denuncia della maschera e svelamento, fra demistificazione e rimitizzazione. E’ il suo respiro. Il nichilismo, riducendo i simboli a epifenomeni, fa parte delle forze archeologiche.  L’errore consiste nel fermare l’oscillazione. Molti dicono:”Il comico era Jerry Lewis. Cosa faceva Dean Martin?” Dean Martin rendeva Jerry Lewis comico. Ogni simbolo è doppio, e alla duplicità di ogni simbolo corrisponde la duplicità delle ermeneutiche. (2007)

Satira e profezia  

E’ vero che la satira è spesso profetica? 

Eccome. Ricordo una vignetta inglese degli anni Venti in cui il disegnatore immaginava che ci sarebbe stato – risatona – un albergo per le automobili. E quello che aveva disegnato era un garage multilivello! A volte si inventano battute che anticipano gli eventi. Una battuta può essere così veloce che l’effetto precede la causa. Questo potere è un dono misterioso e non dobbiamo lasciare che cada nelle mani sbagliate. (2007)

Satira e linguaggio

Siamo tutti quanti espressione di una retorica universale. Che la Chiesa chiama Dio, attribuendole con la metafisica una ontologia. Il simbolo che diventa teofania non è una novità: per i pitagorici, i numeri esistevano realmente. (…) C’è chi sostiene che non ci sia nulla di misterioso nel linguaggio, e che parlare non è che un modo per esprimere pensieri senza doverseli appuntare. Ma in realtà non siamo noi che usiamo il linguaggio. Noi siamo parlati dal linguaggio: un trucchetto facilissimo da comprendere, una volta che lo si è compreso. Ora: l’umorismo partecipa della retorica. (…)  Una battuta ti mostra per un attimo quello che c’è dietro il sipario della retorica. E’ il pre-conscio e fa paura. Poi la realtà torna ad essere quella conosciuta, ti rassicuri e ridi. “In principio Dio disse:- ( voce tonante ) Sia la luce!- Si accende una lampadina in una camera da letto. Un tipo in pigiama si tira su e dice:-Chi ha acceso la luce?-“ (…) Fuori dal linguaggio, fuori dalla retorica c’è l’indefinibile, che percepiamo come un nulla pauroso. Lacan ha riletto Freud mostrando che anche l’inconscio si esprime per tropi: l’inconscio ha la stessa retorica del linguaggio cosciente! Metafora e metonimia. Condensazione e spostamento, per dirla con Jacobson. D’altra parte, se non fosse così, non riusciremmo a raccontare i sogni. (…)  Freud elaborò una distinzione molto bella fra il comico, il motto di spirito e l’umorismo. Attualizziamola con l’antropologia: l’evoluzione del tuo cervello ti dà la competenza necessaria per apprezzare i vari tipi di umorismo nelle varie tue età. Il bambino supera il dramma della stazione eretta, per cui  cade sempre per terra e una volta che l’ha superato, riesce a ridere dei capitomboli di Stanlio e Ollio. E dato che l’ontogenesi segue la filogenesi,  è probabile che i nostri antenati preistorici ridessero anche loro dei capitomboli. Bisogna superare i nostri limiti per riuscirne a riderne. Nell’età adolescenziale si affinano le competenze logiche mentre esplode la tua sessualità, e uno scopre Woody Allen. (…) Certo, se  lo stadio evolutivo mentale dell’uditorio non ha ancora superato l’infanzia, sarà dura farlo ridere su altre cose. E’ il dramma che si incontra quando a teatro fai certe battute. Al di là dell’informazione sui fatti,  c’è una diseducazione diffusa che impedisce a molte persone di cogliere certe sfumature. Su internet  il pubblico dei ventenni mi scopre adesso e  si stupisce dei doppi o tripli livelli di alcune mie battute. Uno mi ha scritto: “ L’altro giorno ho visto in televisione il tuo monologo Adenoidi 2003 e, ad un certo punto, tu parli di questa casa costruita dall’architetto Moebius, una villa bianca, piatta, contorta ad anello, la famosa villa con una sola facciata. Io non ho riso, ma il mio amico ha fatto un balzo sulla sedia perché studia matematica e ha cominciato a parlarmi di Moebius e delle strutture senza funzione ecc. Tu cosa ne sai di queste cose qui? Hai studiato medicina! ” (…) “ Ma allora chissà quante altre cose tu scrivi nelle tue cose e noi non riusciamo a coglierle ”. Gli ho fatto l’esempio di Lewis Carroll. Se leggi  Alice nel paese delle meraviglie solo come un libro di fiabe;  se nessuno ti informa che Lewis Carroll era un filosofo matematico che ha infarcito il suo libro di problemi logici eccetera; ti perdi quello che è forse il vero divertimento di quel libro. Se una persona è istruita, se la gode molto di più. E c’è un livello ulteriore: Carroll scriveva questo libro per la piccola Alice Liddell, che poi fotografava in pose lascive.  Questo sacerdote timido, Lewis Carroll Charles Dodgson, sublimava nella fotografia la sua pulsione libidica rivolta verso le bambine in fiore. Ha lasciato un carnet di fotografie che è un peana alla pedofilia nel clero. A margine, la notiziola curiosa: il papà di Alice era il reverendo Henry Liddell, quello del vocabolario di greco, il Liddell-Scott.  Ancora: mi piace usare, a commento ironico su un argomento,  battute famose di comici leggendari.  Se, parlando di George Bush figlio, uso una battuta di Bill Hicks su George Bush padre, chi se ne accorge coglie al volo il mio giudizio sulla vicenda Iraq: tale padre, tale figlio. E quella battuta assume un significato nuovo, non è più quella di partenza. Più sai, più ti diverti. (2007)

E per l’appunto il cenno all’istruzione implica metodologicamente la condivisione di una visione; e una visione, lo dice la parola stessa, è una. Consente di ridere, ma anche in qualche maniera di reprimere.

Ma lei fa il discorso del linguaggio. E’ il linguaggio quella cosa che ci accomuna e ci reprime. E il linguaggio presuppone una retorica. Siamo daccapo. (…) Ridere significa che per un attimo siamo usciti dal dominio del linguaggio. Questo accade sempre quando il linguaggio diventa testo. Ogni testo ti fa uscire dalla metafisica, è sovversivo, diceva Derrida. Bè, un testo comico lo è al quadrato. Prendiamo ad esempio Lubitsch: “Chi ha aperto il teatro?”  “I nazisti.”  “E chi gli ha dato le chiavi?”  (…)  Che il linguaggio permetta lo sbocco umoristico noi lo diamo per scontato. Per me è un miracolo, una cosa stranissima: il linguaggio permette che noi possiamo ridere di alcune fallacie logiche o comportamentali, e ristabilire così il nostro equilibrio vitale, compromesso dal sapere che moriremo. Il linguaggio permette una gioia piena di allusioni.  Lo scienziato, invece, vi vedrà solo liberazione di endorfine. (…) Quello che mi interessa è il mistero del comico. Lo rinnovo ogni volta con la pratica di fronte a un uditorio, come il sacerdote ogni volta nella messa rinnova il mistero del sacrificio di Cristo. Ma perché si ride? C’è un primo perché che è quello della descrizione. Si ride perché la messa in scena delle varie figure retoriche genera contraddizioni e paure. Ma il vero mistero, la risposta al perché si ride, il meccanismo segreto che precede la liberazione di endorfine, è nella fisiologia, ha una radice neurologica. (2007)

Il lavoro satirico

Faccio monologhi da 15 anni su e giù per lo stivale e il mio entusiasmo è intatto, anche se ad ogni stagione spendo in carburante più di Cape Canaveral. La mia carica è ancora quella degli esordi. “La satira, se non è eccessiva, non fa ridere” (Mel Brooks). Certo, a furia di esagerare, il rischio, col tempo, è di fare le fine del ginecologo che non si diverte più a drogare e stuprare le sue pazienti. Ma ho presente questo rischio e ci starò attento. (2007)

Qual è il segreto della – – –

Rapido. Devi essere rapido. (2007)

Che differenza intercorre tra l’umorismo scritto contenuto in un libro comico e l’umorismo paratestuale inserito ai suoi “confini”? Cambiano le strategie (anche testuali) per realizzarlo? 

Tutto si presta alla parodia.  Il paratesto non fa differenza.  Un libro comico mi sembra più completo se offre sorprese dove di solito non ce ne sono, neppure nei libri comici.  Nella storia dell’arte, la cornice è da tempo oggetto di attenzioni dissacratorie.  Io ho cominciato con la finta biografia in quarta, poi sono passato alla finta prefazione, al finto indice, alla finta bibliografia.  Qualche lettore ci casca (a proposito della biografia in cui parlavo di me usando la vita di Che Guevara, nato a Rosario, uno mi ha scritto dicendo:-Io sono di Rosario, e tu non sei mai stato a Rosario.–  Lui era di Rosario in provincia di  PALERMO), ma i più si divertono.  Un libro comico è un libro finto. Il traguardo parodistico sommo è indicato da Borges: Pierre Menand che ricopia parola per parola il Don Chisciotte.  Con la stessa finezza, Sterne  confonde copia e originale mettendo in bocca a Tristram Shandy una tirata contro il plagio che plagiava un passaggio dell’Anatomia della melanconia di Burton, passaggio che Burton a sua volta aveva plagiato da Jovius. (2007)

A teatro, quanto conta il tuo corpo in scena? Il più delle volte sembra sottratto. Ci hai fatto venire in mente il bunraku, questa forma arcaica di teatro giapponese, dove un’ enorme marionetta viene manovrata da almeno tre uomini. L’uomo che manovra il bacino e il volto della marionetta è il più bravo, è talmente bravo che non si vede più il suo corpo, si guarda solo la marionetta.

Freud e Derrida ci spiegano perché questo fenomeno è inevitabile. Il logos (la parola, la voce) impone una metafisica della presenza: X è se stesso. Il testo scritto invece evoca di continuo uno scarto, un non-detto, una indipendenza dal soggetto, una différance: X oscilla fra se stesso e qualcos’altro. Identità, presenza, verità partecipano così di una indeterminazione. Ritroviamo qui, in forma filosofica, il principio di Heisenberg, già anticipato nel ‘700 dall’estetica di Addison e dal Tristram Shandy di Sterne, che tanto piaceva a Nietzsche. L’umorismo, la parodia, sono tecniche per alludere al non-detto. In scena, un comico deve semplicemente essere un tramite perché la comicità si manifesti. Il tuo corpo diventa spossessato, in scena non sei più tu, lo scarto diventa evidente, il logos va in frantumi, l’inconscio si sprigiona e – sorpresa – è una vibrazione piacevole. La tecnica dell’attor comico non consiste che nel ritiro della sua volontà, nel diventare una marionetta manovrata da tre figure: comicità, motto di spirito, umorismo. (2004)

Le parole invece quanto contano? Come incontri i gusti del pubblico? Certe volte sembri mirare ad uno shock.

Le parole contano perché la comicità, come il linguaggio, è una ringhiera sull’abisso. La gente ride perché tu, per un attimo, le mostri questo abisso e poi la porti in salvo. Ridono dello scampato pericolo.  Qualche volta nei bis mi piace abbandonare lo spettatore sull’abisso, congelare i miei spettatori. Ci deve essere, di personale, una certa perversione e una conoscenza della tecnica.  La comicità arriva da un luogo di distruzione. C’è della rabbia. (2004)

Andy Kaufman era un altro che gelava spesso il pubblico.

Aveva un suo mondo. Quando hai un tuo mondo, non sei tu che devi andare dalla gente. E’ la gente che deve fare un piccolo sforzo e venire da te. (2004)

Qual è la vera differenza fra tragico e comico?

Nella tragedia, la colpa ricade sul figlio; nella commedia, la colpa ricade sul padre.  Ecco riassunti in una frase i miei vent’anni di studi sul teatro. C’è dell’altro. La domanda al fondo di ogni tragedia è: chi detiene il potere. E’ interessante vedere come i greci abbiano nascosto la loro visione del mondo – una visione bellica, stabilire chi ha il potere – nella STRUTTURA drammatica. La macchina bellica drammatica stabilisce ogni volta chi detiene il potere.  Da questa prospettiva, ogni dramma è una pedagogia di guerra: una narrazione che prevede un conflitto ti educa al conflitto. Ma ai giorni nostri, le guerre VERE sono ormai talmente vicine a noi nella loro letalità ipertecnologica –la tv ce le porta in casa tutti i giorni- che il conflitto falso messo in scena da attori diventa  insopportabile. Empio. La riduzione dello spazio creata dai media elettronici rende impellente l’esigenza di una nuova drammaturgia che possa sanare questo squilibrio, che educhi alla accettazione dell’altro, al contrario di quello che gli antichi hanno fatto con la loro. L’ideologia bellica è stata intessuta nella trama del dramma così abilmente che è giunta intatta fino a noi e adesso pensare di elaborare testi che non prevedano un conflitto sembra impossibile. Nelle scuole di scrittura creativa ti insegnano proprio questo: a raccontare partendo da un conflitto. Non si può fare altro?  Potremmo cominciare con la storia di una timida, giovane orfana che incontra un ricco miliardario bellissimo e si sposano e vivono per sempre felici e contenti, ma con sottolineature sessiste. (2004)

Psicologia del comico

Per definizione, i comici sono misantropi che mascherano la propria ostilità con le risate. (2007)

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