Interviste a Luttazzi (2011-2001)

 

Dieci anni di interviste a Luttazzi.

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La quarta necessità. Intervista a Luttazzi
(da Goldworld.it, 2011)

Come è nato il progetto?

Un anno e mezzo fa mi stavo interrogando sul carattere italiano, che tanta parte ha nel generare i guai del Paese, storici e attuali. E’ ovvio infatti che il berlusconismo ne è solo il risultato. E così mi è venuta in mente la storia di Farolfi, un italiano medio che nasce innocente, attraversa una serie di circostanze, e diventa un mostro sociale.

Quanto c’è di autobiografico nella vita di Walter?

Proprio nulla, direi.

La scelta di Massimo Giacon è azzeccatissima, ma se non sbaglio anche tu sei un illustratore. Cosa ti ha portato a scegliere lui piuttosto che lavorare in modo autonomo?

Massimo è molto più bravo di me.

Teatro, televisione, libri, musica e ora anche un fumetto. Quale sarà il tuo prossimo passo?

Semplicemente quello che riuscirò a fare in un Paese, il nostro, in cui tutto è sorvegliato, in cui chi è al potere non vuole essere disturbato, e in cui chi subisce soprusi preferisce essere imbonito piuttosto che ribellarsi.

Il tuo sito è stato chiuso per far spazio a Twitter. È una situazione provvisoria o hai deciso puntare solo sui nuovi media?

E’ stata una scelta forzata dalla chiusura del server, che comportava di colpo il trasferimento impossibile di dieci anni di blog. Credo che i social network, usati come surrogato della socializzazione, siano una perdita di tempo. Mi limito a segnalare novità che mi riguardano. Twitter è più che sufficiente.

Sembra che finalmente il berlusconismo sia sul viale del tramonto. Che ne pensi della situazione attuale?

Oh, il berlusconismo non è sul viale del tramonto, purtroppo.

Quando ti rivedremo in televisione?

Spero presto, ma non dipende da me. Il contesto però dev’essere giusto. Cerco di tenermi alla larga, ad esempio, dai palchi identitari. Un palco identitario garantisce all’artista un pubblico enorme, preconfezionato. In cambio, la libertà dell’artista è già interpretata dal contesto. Una libertà del genere si riduce a propaganda. Se poi è un giornalista a restarne affascinato, finirà per dare le notizie in modo da non perdere quel pubblico che gli dà tanta energia. Si chiama conformismo. Perfetto per il marketing. Montanelli diceva: ”Un giornalista non è niente senza il suo pubblico.” La differenza è tutta qui: un artista è un artista anche senza pubblico.

Le accuse di plagio che ti sono state mosse sono state per me l’esempio calzante del lato oscuro della rete. Mi spiego meglio: il rumore creato da chi ti attaccava è stato più forte e più ascoltato di ciò che dicevi. La cosa che mi ha colpito è stata la veemenza con la quale la gente si accaniva. Cosa ti ha lasciato questa esperienza? 

La sensazione di essere fortunato ad avere avversari così incompetenti. (Ride). Il successo della diffamazione ai miei danni è stato garantito soprattutto da un fatto: come il primitivo, fidandosi dei suoi occhi, crede che sia il sole a girare intorno alla terra; così la gente, intuitivamente, pensa che il significato di una frase sia nella frase. E se uno mostra un video dove si paragonano due frasi simili prese da testi diversi, la gente, fidandosi dei suoi occhi, crederà che le due frasi siano la stessa frase. E quindi che si tratti di plagio.

Ecco perchè l’ignorante riesce a fare danni; ecco perchè Terenzio, per difendersi da chi lo accusava di plagio, diceva: “Non c’è persona più ingiusta dell’ignorante”. All’ignorante mancano i fondamentali. Non sa dove guardare, quello che guarda non lo vede, quello che vede non lo sa interpretare, quello che interpreta non lo sa giudicare.

L’ignorante crede che il senso di una frase sia solo nella frase. Un’idiozia come quella di credere che due scatole, siccome sono uguali, hanno di conseguenza lo stesso contenuto.

Pesci selvatici e le melodie delle foreste andaluse (node 371)

Pesci selvatici e le melodie delle foreste andaluse penso sia un titolo migliore di Interviste recenti 2009, ma potrei sbagliarmi. (“Ma potrei sbagliarmi”: non sarebbe bello se ogni discorso del papa terminasse così?)

Ho mandato una copia di queste interviste recenti ai pensionati che hanno perso tutto nel crack Parmalat e quei pensionati adesso dicono:-Almeno ho una copia di queste interviste recenti.-

Se invece siete giovani, ma non volete ancora lasciare il Paese, buona fortuna con le grandi opportunità educative che il Mercato vi offre, per esempio imparare quanti flaconcini di coca riuscite a infilarvi su per il culo.

Un romantico 2009!

Cosa pensi del ruolo che i satiristi hanno assunto oggi in Italia? Del fatto che siete diventati ‘punti di riferimento’ (politico) per la gente? La ritieni una situazione inevitabile data la contingenza storico-politica? Come vivi questa grande attribuzione di responsabilità da parte della gente? Come ti poni rispetto al fatto che molta parte del tuo pubblico ti vede più come un punto di riferimento politico che non come un artista satirico?

La nostra credibilità è dovuta al fatto che abbiamo detto certe cose in tv fregandocene della conseguenze in termini di convenienza economica: restare in tv facendo i paraculi era molto più vantaggioso. Essere un artista satirico e essere un punto di riferimento politico è inevitabile in generale, e non c’è affatto contraddizione fra le due cose. La responsabilità non me la dà la gente, me la dà la mia arte. Fa parte di questa responsabilità non strumentalizzare il pubblico e il suo consenso. Quanto ai politici italiani, hanno mentito ripetutamente e spudoratamente, hanno mostrato di difendere all’unisono gli interessi della propria casta, hanno rivelato la loro mediocrità diffusa. La gente si è rotta le scatole. E ci hai fatto caso? In Italia, ogni volta che scoppia uno scandalo, tutti lo sapevano già da tempo. Che razza di Paese!

L’8 luglio di quest’anno, in piazza Navona a Roma si è tenuto il “no Cav Day”. Qui hanno dato espressione del loro pensiero anche alcuni comici attraverso la satira. Per esempio erano presenti Grillo e la Guzzanti. Perché tu non c’eri?

Perché la piazza favorisce il populismo. Non mi piace ingenerare equivoci: è il mio modo di rispettare il pubblico. La satira dev’essere contro il potere. Anche contro quello della satira. A teatro, le intenzioni dell’artista sono limpide. In piazza, in una manifestazione partitica, no. Guai al pubblico che si mette a guardare ai satirici come a cavalieri senza macchia e senza paura, e guai ai satirici che finiscono per crederci.

Si passa senza soluzione di continuità [per citare solo dei due poli della faccenda] dalle imitazioni del Bagaglino ai comizi in piazza di Beppe Grillo. In mezzo, modulazioni di queste tipologia. Per quale motivo è accaduto tutto ciò? È una trasformazione solo italiana o un fenomeno globale?

La satira pare scomparsa perché non è più ammessa in tv nella forma libera che le è propria. In questo modo le tolgono impatto. E’ un fenomeno solo italiano, che rende il nostro Paese una provincia asfittica e poco democratica. La satira in tv fa picchi di ascolto, ma non la si vuole. Quindi il problema è politico.

Le profezie di Guy Debord a proposito della Società dello spettacolo si avverano sotto i nostri occhi: il governo si occupa della «percezione» delle cose da parte dei cittadini più che della sostanza materiale, dei bisogni, dei fatti. L’invenzione dell’«emergenza sicurezza» è un caso lampante. Come pensi ci si debba muovere in questo scenario?

Come suggeriva Debord: con pratiche di vita alternative.

C’è necessariamente contraddizione tra satira e impegno civile/politico attivo?

La satira è politica, dato che esprime una critica dell’esistente. E nasce politica: Aristofane attaccava il demagogo Cleone e il partito dei democratici, che volevano la guerra. Chi dice che la satira non deve fare politica vuole solo censurare la satira. La satira esprime un punto di vista, quindi è faziosa. Uno può fare benissimo satira e candidarsi al senato: in America, lo ha fatto Al Franken. Ed è stato eletto. Una volta intrapresa la carriera politica, però, ha giustamente abbandonato gli spettacoli satirici.

Del panorama satirico tedesco mi ha colpito il fatto che molti cabarettisti che fanno satira politica ritengono che la satira non possa essere più che gehobene Unterhaltung, intrattenimento di livello. I cabarettisti tedeschi sono tendenzialmente scettici circa la possibilità di poter incidere con la propria satira sulla realtà; molti di loro concepiscono il mezzo televisivo essenzialmente come moltiplicatore, come strumento pubblicitario per attrarre la gente a teatro. Il divario rispetto alla situazione italiana, in particolare per quanto riguarda il valore e il potere che nel nostro paese alla satira è attribuito (nel bene e nel male) è incolmabile.

Il loro scetticismo ha forse un’origine storica: Karl Kraus non ha fermato Hitler; ma, anche così, la loro è una visione molto angusta della potenza satirica. I suoi effetti sono culturali e riverberano sulle generazioni a venire. Ma devi avere dentro una rabbia vera, sennò fai solo del “colore” sull’attualità: non dai fastidio a nessuno, anzi sei perfetto per il marketing.

L’ottima salute (in quanto a causticità e aggressività) di cui gode la satira in Italia non può prescindere dal collasso socio-politico del paese? La satira deve in altre parole tendere al suo annullamento? Una società sana non ha bisogno di satira?

La satira esisterà finchè esisterà l’umanità, con tutte le sue contraddizioni. La “società sana” è un’utopia nazista.

Qual è l’obiettivo del tuo ‘fare satira’? Difendere / rafforzare la democrazia? Affinare lo spirito critico della gente?

L’obiettivo della satira è esprimere un punto di vista in modo divertente. Divertente per chi la fa. Se il pubblico ride, tanto meglio, ma non è un criterio per giudicare la bontà della satira: ogni risata dell’autore contiene una piccola verità umana; a volte la verità fa male e non tutti sono disposti a riderne. Il pericolo per chi fa satira è ritenere che sei sul palco a dire la verità: questo abbaglio ti trasforma in un predicatore, in un leader di masse, in una persona di potere. L’arte ti abbandona.

Credi che la satira abbia anche una funzione di valvola di sfogo o di conforto? O al contrario contribuisce ad aumentare il disagio?

La satira nasce dalla rabbia, ma non è mai consolatoria. Induce alla conversione e all’azione. Il disagio che aumenta è solo quello dei parrucconi.

Il linguaggio della satira è espressivo al punto che può infastidire chi lo ascolta. Ciò, a volte, crea un effetto di rigetto su una determinata fascia di pubblico. La gente, quindi, deve essere preparata per poter comprendere la satira?

La satira è un gusto. Il gusto per la libertà di pensiero. In Italia siamo regrediti al punto che la gente dev’essere preparata alla libertà di pensiero? Certo, secoli di Vaticano non aiutano. E comunque la satira mica può piacere a tutti: i suoi bersagli, ad esempio, non ridono. Lo scandalo della satira non è nei termini indecenti, ma nel fatto che la sua libertà espressiva corrode i nostri pregiudizi. I pregiudizi rassicurano. La satira no.

Come mai secondo te, da un po’ di anni in Italia le informazioni si hanno più dai comici che non nei telegiornali e sui giornali?

Questo è un luogo comune. Ci sono tanti giornalisti formidabili che onorano la propria professione. Vediamo però di continuo giornali e telegiornali fare propaganda: edulcorano o cassano o mistificano le notizie. La satira, nel commentare i fatti, li ricorda. E così il grosso pubblico, che non legge i giornali, apprende le notizie dalla satira! Ma la satira è uno stormo di piccioni. Da qui l’attenzione.

Quale credi sia il potere della satira? A tuo avviso quali risvolti concreti ha o può avere la critica della satira? La satira può ‘cambiare il mondo’? ( o, come tu hai domandato ad altri autori satirici, la satira può agire sulla Storia? Se sì, come? Se no, perché? )

La satira è innanzitutto arte: in quanto tale, agisce sulla Storia offrendo all’umanità uno sguardo rinnovato sul mondo; per questo, fin dai tempi di Aristofane, la satira è contro il potere, di cui riesce ad annullare la natura mortifera mantenendo viva nel nostro immaginario quella sana oscillazione fra sacro e profano che chiamiamo dubbio. L’effetto concreto della satira è quello della liberazione dell’individuo dai pregiudizi inculcati in lui dai marketing politici, culturali, economici, religiosi. Il potere si accorge che questo va contro i suoi interessi e ti tappa la bocca. E’ sempre stato così ed è un ottimo motivo per continuare a farla. Dove è possibile. ( Il mio sottoscala. )

Negli Usa hanno eletto Obama e i media magnificano l’evento, come se i guasti del passato fossero definitivamente alle spalle e ci attendesse una rinascita generale. Come minimo occidentale. Forse addirittura planetaria. Ti associ anche tu all’euforia generale?

L’euforia generale è dovuta soprattutto al cambiamento che Obama ha promesso. A settembre ero a New York da Letterman il pomeriggio che ha intervistato Obama. Ero in prima fila, Obama era a cinque metri da me, me lo sono studiato bene. Dopo la sua prima risposta il pubblico era già in visibilio: Obama non dice nulla di diverso da quello che i democratici USA hanno sempre detto, ma sa dirlo in maniera avvincente. E con meno ambiguità rispetto a una Hillary. E’ ancora presto per giudicare. Le questioni cruciali, come si sa, saranno la politica estera ( ritiro dall’Iraq e dall’Afghanistan, rilancio della diplomazia e delle relazioni internazionali ) e la politica economica ( new deal, fine della speculazione finanziaria ). Non ci resta che aspettare.

Adesso un passo indietro. Torniamo al famigerato “editto bulgaro”. Biagi ha fatto in tempo a rientrare in Rai, Santoro ha recuperato stabilmente il suo spazio; com’è che tu sei ancora fuori?

Perché sono un cane sciolto. L’Italia è divisa in clan che si spartiscono il potere. Se non appartieni a nessuno di essi, ti fanno fuori in due secondi.

E come lo si vive questo ostracismo? Al di là dell’orgoglio per non essere scesi a compromessi, viene mai il dubbio che alla fine non ne valga la pena?

Ma la satira è un’arte! Gli artisti non ragionano in termini di convenienza materiale: obbediscono alla loro musa. I greci la sapevano lunga. Va da sé che la mordacchia alla satira, oltre a essere anticostituzionale, è insopportabile. I bacchettoni mi fanno schifo. Chi ne giustifica le azioni censorie, ancora di più.

Di nuovo il presente. L’unico aspetto positivo della crisi in cui stiamo sprofondando è che ha messo in luce, come non mai, i vizi e le contraddizioni del capitalismo, specialmente di quello finanziario. La tua impressione quale è?

Il capitalismo troverà il modo di proseguire nello sfruttamento. E’ il suo mestiere. Fra qualche decina d’anni, però, la crisi ambientale romperà il giocattolo: quello capitalistico è un modello insostenibile.

Si sta avviando un vero ripensamento dello schema nevrotico “nasci produci consuma crepa”, oppure c’è solo il rammarico per non poter continuare a inebriarsi con lo shopping, eventualmente con la carta di credito e i pagamenti ”in comode rate”?

La decrescita è una necessità. A poco a poco diventerà un sapere di tutti.

Che aspettative hai da parte del tuo pubblico, e come sono cambiate, se sono cambiate, nel corso del tempo?

Scrivo e recito cose che fanno ridere me. Quando il pubblico si rivolge a te come a un guru senza macchia, o come a un leader che è lì a indicarti la verità e la via, sbaglia e gli va detto. In questo Paese, i demagoghi attecchiscono troppo facilmente, coi risultati che vediamo e da cui la storia del secolo scorso pare non averci immunizzato. Il mio punto di riferimento è Lenny Bruce. Diceva:” Io faccio parte della corruzione che metto alla berlina.” Un atteggiamento molto più sano.

Lenny Bruce è uno dei tuoi personaggi di riferimento.

Lenny Bruce ha rinnovato il genere del monologo satirico, che negli USA ha una lunga tradizione. Bruce diceva sempre: “la realtà è ciò che è, non ciò che dovrebbe essere”. Nello scarto fra le due cose si situa la risata satirica. Prendete ad esempio la campagna pubblicitaria del Partito Democratico. Era perfetta. Mancava solo il prodotto.

Con «Barracuda» sei stato il primo a portare nella televisione italiana il talk show sul modello di David Letterman. Poi in tanti hanno provato a copiare quel programma, attenuando i contenuti o trasformando l’intervista in salotto televisivo. C’è ancora spazio per la televisione intelligente?

La televisione è tutta intelligente. Ma c’è una intelligenza al servizio della libertà artistica, e una ( preponderante ) al servizio del potere. Negli USA, i media controllano il potere, da noi è il contrario. Ecco perché non c’è più spazio per chi è libero. Essere liberi significa non essere ricattabili. In Italia, che è una rete di clan, essere liberi è un difetto per il sistema e così il senso della dignità personale è in vendita al miglior offerente. In questo momento c’è la fila per vendersi. Fine del pudore. Dove non c’è più pudore, c’è solo potere. Film consigliato: Salò di Pasolini.

Fabrizio Cicchitto in un’intervista rilasciata a il Giornale del 17 marzo 2001 dichiarò: “La trasmissione Satyricon è un’autentica operazione politica pensata e montata da due settori che costruiscono un pezzo (non tutta) della sinistra post-comunista. […] il loro modo di combattere è appunto quello della criminalizzazione dell’avversario per via mediatica-giudiziaria”. Quasi tutta la destra era d’accordo sul fatto che lei, Marco Travaglio e l’allora direttore di Raidue Carlo Freccero aveste tentato di sabotare la campagna elettorale, proprio attraverso la presentazione del contenuto del libro e proponendo la famosa intervista a Paolo Borsellino. Cosa puoi dire in proposito?

Che è una balla. Ho letto il libro e ho invitato l’autore, tutto qui. Autore che, non va dimenticato, all’epoca nessuno conosceva. Per la prima volta introdussi in Rai il tema tabù “Berlusconi”, che nessun giornalista tv aveva osato affrontare. Sono libertà che non ti perdonano, come si è visto. Quanto a Cicchitto, era iscritto alla P2 di Gelli, una formazione eversiva. Dovrebbe avere il pudore di vergognarsene in eterno e tacere per sempre. Se un giornalista racconta i misfatti di Berlusconi, la colpa deve ricadere su Berlusconi, non sul giornalista. Per inciso: avendo sostenuto la tesi del complotto, Bruno Vespa è stato querelato per diffamazione dall’ex- presidente Rai Zaccaria e ha perso la causa.

Durante le vicende sull’editto Bulgaro, nonostante tu fossi stato uno dei tre nominati, non ti sei esposto molto. Le testate riportano davvero solo tue rare dichiarazioni. Per quale motivo decidesti di sottrarti alla stampa?

I fatti erano evidenti, non c’era bisogno di aggiungere altro. Né mi abbasso a replicare alle fetecchie. Tutti hanno visto il loro gioco sporco: prima ti tolgono di mezzo con la censura, poi ti intimano di non fare la vittima. E chi ha detto niente? Bastardi.

In «Decameron», il tuo programma andato in onda su La7 lo scorso anno, prima che decidessero di chiuderlo con una scusa, sei stato tra i pochissimi a parlare senza eufemismi ipocriti o omissioni delle violenze della polizia al G8 di Genova del 2001. Anche in quel caso, la verità è stata estromessa dai grandi media, è trapelata solo grazie all’insistenza di chi ha lavorato per far sapere a tutti quello che era successo. È solo un’eccezione o un caso emblematico che allude alla possibilità che i media indipendenti riescano a costruire senso comune, anche nel silenzio dei grandi media?

E con lo sketch “Missione di pace” ho denunciato l’ipocrisia guerrafondaia del neonato PD. E’ una libertà che dà fastidio perché ricorda al pubblico come sarebbe bello se fosse sempre così. Insistere è un’ottima tattica.

Il festival TTV di Riccione ti ha dato il suo premio tv per Decameron. Che cosa significa per te, visto che in tv è durato poco…?

Decameron sarebbe durato di più, se non l’avessero soffocato di notte con un cuscino. Il significato del premio è questo: la satira è più forte dei cuscini. Ma il pericolo resta: che i nuovi comici si auto-censurino per evitare grane. Prendi Gesù. 33 anni a raccontar parabole. Non sapeva neanche una barzelletta? L’hanno fatto fuori comunque.

Secondo Dario Fo, il programma sarebbe stato chiuso invece per i contenuti a proposito della puntata numero 6 sull’enciclica in preparazione da parte di Benedetto XVI. Ci puoi dire qualcosa a riguardo?

Ho registrato il monologo sull’enciclica venerdì pomeriggio, come sempre alla presenza di funzionari di La7. La sera stessa, a mezzanotte e 4 minuti, il direttore Campo Dall’Orto mi invia un sms per dirmi che sospendeva il programma per via della battuta su Ferrara nella puntata precedente ( già replicata tre volte ). Sabato mattina alle 7 sono in auto per recarmi al montaggio della sesta puntata e leggo l’sms. Repubblica e Corriere avevano già una pagina dedicata alla notizia. Ho lanciato in aria un anatema candomblè e adesso La7 è spacciata.

Come ti spieghi questa tempestività, da una parte della censura e dall’altra nel dare la notizia ai media prima di avere una tua replica a riguardo?

Me lo spiego col fatto che il sistema funziona.

Di cosa parla il tour Decameron?

Temi scabrosi, argomenti polemici e risate feroci: un antidoto alla comicità tranquilla che la tv commerciale e la Rai hanno ormai imposto agli italiani come modello, la comicità che ha lo scopo di rassicurare e intontire con i suoi parossismi prevedibilissimi. Tutta merda che mi sono già mangiato da un pezzo.

Berlusconi ora gioca a fare il cavaliere evocando immagini di padri costituenti che duellavano verbalmente con eleganza di fioretto. Cerca, si dice, di rifarsi l’immagine per un futuro al Quirinale. Ma perché gli italiani credono alle sue bugie? La nostra malattia è una memoria straordinariamente corta?

Le scienze cognitive hanno scoperto che gli elettori non votano i programmi elettorali, ma una visione del mondo. Quella di Berlusconi è molto ben definita: il padre autoritario. Il PD non ne ha nessuna, si sposta al centro. E così perde. La destra non ha bisogno di spostarsi al centro per vincere le elezioni. E’ un problema di framing. Da 30 anni, coi suoi media, Berlusconi sta promuovendo il suo modello. La paura del terrorismo e quella per l’extracomunitario, così come la strumentalizzazione dei temi etici, servono a rinforzare il modello del padre autoritario. Il PD deve ancora cominciare a elaborare il proprio, che dovrebbe essere alternativo. Nel frattempo va a rimorchio della terminologia della destra. Quando il PD parla di “sgravi fiscali”, ad esempio, rinforza il modello della destra, che usa quella terminologia perché considera le tasse un peso. Nel modello alternativo ( che il PD neanche sta immaginando ) le tasse sono una protezione per il futuro dei nostri figli. Se tagli le tasse, i diritti tuoi e dei dei tuoi figli ( sanità, scuola, pensione ) diventano servizi a pagamento. Non c’è più giustizia sociale. Effetto domino: col taglio delle tasse, di fatto la destra decurta i fondi per i programmi sociali che si prendono cura della gente. Lo stesso dicasi delle privatizzazioni. Sono bravi quelli, o allocchi questi? Entrambe le cose. Il modello alternativo è pieno di idee migliori, ma il PD le ha abbandonate: adesso è eccitante come un catalogo di sementi.

Il tipo di cultura politica incarnata da Berlusconi è ormai diffusa e pervasiva. Che immagine ne hai? Come ci si difende?

Frequentando persone che non si siano lasciate corrompere dai soldi che il berlusconismo elargisce con dovizia ai servi. La risposta deve essere collettiva. L’arte ( non solo quella satirica ) aiuta a formare le coscienze e a tenerle deste. Ha tempi più lunghi, ma è inesorabile.

Perché nessuno si ribella quando, poco prima delle elezioni, Dell’Utri dichiara in un’intervista che Mangano è un eroe di Stato?

Perché il framing elaborato da Berlusconi attraverso i suoi media è diventato ambiente. Se una cornice è forte, i fatti vengono ignorati.

Hai fiducia in internet?

Internet venne ideato come tecnologia a scopi militari e conserva qualche vizio dell’origine. Ad esempio è un panopticon ancor più micidiale di quello ipotizzato da Bentham e ricordato da Foucault; più micidiale perché con internet i sorvegliati sono contemporaneamente i sorveglianti. Anche per questo motivo, internet favorisce il pensiero dietrologico. Ed è molto più evidente, adesso, una relazione già emersa con l’avvento della tv: la tecnologia elettronica condiziona il modo con cui il pensiero esplora il reale. Non mi stupisce il successo web di demagoghi populisti come Grillo. L’internet dei social network poi è un ipnotico potentissimo. Solo la crisi economica ha un po’ risvegliato le coscienze: erano talmente intorpidite che c’è voluto il crack MONDIALE delle borse, per risvegliarle. Internet è utile solo per le nicchie: se sei un fan di Takato Yamamoto, grazie a internet hai tutte le info che ti servono in proposito, più l’elenco delle gallerie d’arte dove puoi acquistare i suoi lavori. Sei un appassionato di idee nuove e bizzarre? Ecco Boingboing.net. Ti piace aggirarti su spiagge nudiste con dei palloncini colorati legati al pisello? Clicca http://www.partitomonarchico.org

Fai spesso riferimento alle “perversioni” più varie. Come nasce questo interesse? C’è un rapporto tra perversione e satira?

In ogni perversione c’è un elemento meccanico che la rende comica. Il tutto ha a che fare con l’impulso di morte di cui parlava Freud. La risata annulla la morte: ridi perché sei vivo.

E la pornografia? È offensiva? Utile? E, prima ancora, cosa, per te, è pornografico?

La vera pornografia è la violenza. Va sottolineato come, in una democrazia, quella contro la violenza ( sia essa pensiero, parola, opera o omissione ) sia l’unica censura davvero necessaria. Come dice padre Zanotelli, la guerra dovrebbe essere un tabù come l’incesto. Lo stesso vale per i rigurgiti xenofobi e razzisti. Prendi Borghezio. Ne ho conosciuti di razzisti, ma mai di questo voltaggio. Le idee violente sono già giudicate dalla storia. Ad esempio fascismo e nazismo: una volta al potere, cancellano la democrazia. Non possono essere riammesse nel campo argomentativo.

Secondo te, come mai la xenofobia ha preso piede così fortemente nella società italiana?

Al capitale convengono le leggi speciali. La propaganda spinge alla xenofobia anche per questo. Al governo ci finisce così una figura di padre autoritario. La parte offensiva di tutto l’andazzo è che il padre autoritario ci tratta da bambini che devono essere accuditi, non da adulti responsabili. Temo però che alla regressione culturale del Paese corrisponda una regressione psicologica: a molti italiani non piace essere adulti responsabili. Preferiscono delegare al capo, e poi trattarlo da capro espiatorio. E’ una specie di piorrea spirituale. Sentitevi pur liberi di usare queste frasi per comporre una canzone di protesta.

Il quarto rapporto sulla secolarizzazione italiana, che a giorni verrà presentato dalla Cgil nuovi diritti con Critica Liberale dice che l’Italia è sempre meno un Paese di cattolici praticanti. Eppure in questi giorni il governo parla di fare un “tagliando alla 194”, si vorrebbe ripristinare il divieto di diagnosi preimpianto che le sentenze hanno detto incostituzionale e via di questo passo. Come la vedi?

La Chiesa pratica il voto di scambio: appoggia i governi se le danno qualcosa. La lista dei suoi desiderata è lunga; e fatta apposta per indurre in tentazione il politico bramoso di voti e di potere. Alla Chiesa fa gola uno Stato in cui peccati e reati coincidono: il suo modello è quindi l’Islam. La Chiesa vuole mettere becco nelle vicende dello Stato italiano? Prima deve pagare il biglietto d’ingresso: deve pagare le tasse. L’8 per mille è una cuccagna fraudolenta. E’ incredibile a che bassezze si arriva, pur di essere i rappresentanti di Cristo in terra! La religione è una ideologia, ovvero una forma di potere. Esercita un controllo sociale. Lo fa nei modi che purtroppo conosciamo: plagiando le coscienze col catechismo e muovendo azioni di lobbying sulla politica. Gli interessi economici in gioco sono enormi. Se si considera che Cristo non ha mai fondato la Chiesa cattolica, come mistificazione è notevole.

Che ne pensi di chi, come Giovanardi o Ferrara, tira in ballo l’eugenetica quando si tratta di selezione degli embrioni per evitare la trasmissione di malattie genetiche?

L’eugenetica è una imposizione praticata da uno Stato. La scelta dei genitori riguardo alla prole si chiama senso di responsabilità. Spetta forse a Giovanardi o a Ferrara decidere sui tuoi figli? No, e se lo dici non sei certo nazista, come Giovanardi e Ferrara insinuano coi loro ragionamenti del menga.

E chi, come Roccella, ora sottosegretaria alla Salute, scrive di Ru-486 chiamandola “kill pill ” o “veleno per feti “?

La destra usa i temi etici e le definizioni a effetto per rinforzare il proprio modello di potere, che è quello del padre autoritario. Legge 194 e RU-486 sono una sfida diretta a tale modello. Il padre autoritario dice:-Se le donne possono gestire da sé le gravidanze indesiderate, quando mai impareranno la lezione?- Nessuno impone ai cattolici di servirsi della RU-486 o dell’aborto.

Sei favorevole alla ricerca di nuovi tipi di energia? E nel tuo quotidiano cosa fai per salvare l’ambiente?

Evito gli sprechi. Così i miei vicini possono dissipare liberamente.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Un nuovo monologo teatrale. E rileggere Histoire d’O, un classico che mi ha sorretto nei miei momenti più bui.

Che cosa ti fa incazzare di più in Italia o nel mondo?

I soprusi del potente sul debole. Soprusi che oggi sono sistema: il pensiero unico reazionario e guerrafondaio sta governando il mondo col precariato di massa, le politiche antisociali e le speculazioni finanziarie. E’ la peste attuale, cui alludo col mio Decameron. La peste del Boccaccio segnò la fine del medioevo e l’inizio del Rinascimento. Auguriamocelo.

Che ne pensi del Berlusconi 4?

Quello che penso di chi l’ha votato. E di chi ha fatto una campagna elettorale disastrosa. Come ho detto al Financial Times, “ in the last 20 years Italian TV (both Rai and Mediaset) has been giving shape to a propagandistic framing of right-wing values: God, Family, Fatherland. We are in a permanent electoral campaign grounded on fear and xenophobia. Tv is constantly promoting right-wing values and trying to shape the country’s mentality both through news and entertainment. The Italian Left ignores the virtues of counter-framing and that’s why it has lost the elections. Left-wing values ( civil rights, solidarity, peace ) have been lost and must be recovered. “ Lasciamolo in inglese, così Veltroni deve farselo tradurre nel loft. Il loft della Left, il left loft. Negli anni, il fronte neutralista ( “ Non si deve demonizzare Berlusconi” ) si è esteso. Con che bei risultati, si è visto. La strategia politica di Veltroni è molto simile a quella di uno che non ce l’ha. Nel frattempo, andiamo tutti in Iraq, prima che lo rovinino.

Visto che nel 2001 era arrivato l’editto bulgaro, quali possibilità ci sono ora per te di tornare in tv?

Inesistenti. I politici usano la tv come vetrina per il proprio marketing. Che ci sia qualcuno a suggerire dubbi gli scoccia parecchio e non lo permetteranno più. Io però non “faccio satira” perché “voglio andare in tv”. Vado in tv per fare la mia satira. Per starci dovrei cambiare seguendo i dettami del padrone? E’ un ricatto inaccettabile. Pazienza: passerò i prossimi anni al sud, fra gli immigrati clandestini che coltivano lampadine nel Tavoliere. Sapevi che il raccolto delle lampadine è notturno? Si vedono meglio.

Com’è stata l’infanzia di Daniele Fabbri? E la sua educazione?

Infanzia serena, piacevolissima, ricca di stimoli alla fantasia. A Santarcangelo di Romagna, negli anni 60, la generazione dei miei genitori sperimentava a scuola tecniche innovative di insegnamento che attingevano a piene mani dalle arti: letteratura, musica, pittura, cinema. Imparavi a nutrire il tuo spirito col meglio. A quattro anni sapevo già leggere e scrivere. Dalla prima elementare saltai alla terza. A 13 anni realizzai il mio primo cartone animato. Al ginnasio perfezionai il mio ruolo di secchione dalle battute micidiali. A 18 anni fondai un gruppo pop new-wave: cantavo le mie canzoni e suonavo le tastiere. All’università (medicina) capii come va il mondo (baronie, raccomandazioni, coltellate alle spalle) e decisi di tornare al mio ruolo di secchione dalle battute micidiali.

Quanto ha influito la vita di paese, di un paese come Santarcangelo?

A Santarcangelo c’è gente arguta, dalla battuta pronta: devi essere all’altezza. C’è un aneddoto famoso. Un giorno la proprietaria del bar Centrale dice a un cliente anziano che aveva la patta aperta:“Frisoni, avete il morto sulla porta.” E lui subito:“Sarà morto, ma non di fame.” Gente così. Per non parlare degli artisti: Raffaello Baldini, Nino Pedretti, Flavio Nicolini, Tonino Guerra, Federico Moroni, Paolo Carlini. E del festival del teatro in piazza con Dario Fo, Gaber, Bolek Polivka, Jerzy Stuhr, l’Odin. La scuola di Bornaccino. La stamperia artigiana di mio zio Alfonso Marchi. Antonioni che gira Deserto rosso abitando con la Vitti a Santarcangelo. Zvanòun che recita nella scena del ballo del Gattopardo. Vespignani. Cose mitiche.

Hai sempre pensato che saresti diventato famoso?

Non così tanto. 🙂

Qual è secondo te il compito di un uomo di cultura nel mondo di oggi?

Quello di sempre: trasmettere la propria curiosità.

E’ stata riportata sull’ Independent on Sunday una ricerca fatta dall’università canadese del Western Ontario in cui analizzando il senso dello humour in duemila gemelli inglesi e in altrettanti gemelli americani è emerso che quelli inglesi hanno una sorta di “base genetica”, di attitudine innata, ma che questa risulti essere associabile a problemi di depressione e ansia, forse semplicemente perché il porsi più quesiti e l’essere più acuti pone davanti alla cruda realtà, tu cosa ne pensi?

L’umorista non è depresso, è malinconico, come ogni artista. Perché è sensibile alla bellezza, e sa che questa bellezza finirà.

Pensi che ritornerai in tv?

E’ ovvio. Sono sempre in agguato. Come c’è una breccia, mi ci infilo.

Di Daniele Luttazzi il 30 Gen 2009 – 18:17

Intervista a The Times (16 maggio 2009)

Please explain how you were sued by Berlusconi and why?

Nel marzo 2001 conducevo con successo (7 milioni e mezzo di spettatori) un mio talk-show satirico notturno su Rai2 intitolato“Satyricon”. In una puntata intervistai un giornalista allora sconosciuto, Marco Travaglio, che aveva pubblicato da un mese un libro di cui nessuno parlava. Il libro s’intitolava “L’odore dei soldi “ e riguardava le origini misteriose dell’impero economico di Berlusconi. Parlammo dei fatti emersi nel processo a Marcello Dell’Utri, braccio destro di Berlusconi, fondatore di Forza Italia (il partito di Berlusconi) ed ex-capo di Publitalia (la concessionaria di pubblicità di Berlusconi).

Berlusconi fece causa per diffamazione a me, a Travaglio, alla Rai e al direttore di Rai2 Carlo Freccero che con coraggio aveva mandato in onda l’intervista. Da me Berlusconi voleva 20 miliardi di lire. Quattro anni dopo quell’intervista, Marcello Dell’Utri è stato condannato in primo grado a nove anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. (Dell’Utri non è in carcere, però: è diventato senatore del partito di Berlusconi.) Nel 2005 ho vinto la causa e Berlusconi è stato condannato a pagare 100mila euro di spese legali.

Insieme con Berlusconi, mi fecero causa anche Mediaset (5 miliardi di lire), Fininvest (5 miliardi di lire) e Forza Italia (11 miliardi di lire). Ho vinto tutti i processi. Quell’intervista non diffamava nessuno. Informava in modo corretto.

What kind of effect did the lawsuits have on your career?

Nel giugno 2001, Berlusconi vinse le elezioni politiche diventando capo del governo. Nel 2002, in visita di Stato in Bulgaria, Berlusconi pronunciò il famigerato “editto bulgaro”: disse alla stampa che io e altri due giornalisti (Enzo Biagi, il Walter Cronkite italiano; e Michele Santoro) avevamo fatto un “uso criminoso” della tv di Stato e lui si augurava che questo non si ripetesse. Io, Biagi e Santoro venimmo cancellati dai palinsesti: i dirigenti Rai (nominati dalla maggioranza politica berlusconiana) decisero “autonomamente” di non riconfermare i nostri programmi tv. Giustificarono la cosa come “scelta editoriale”. Da allora io non sono più potuto tornare a fare programmi tv in Rai. Vent’anni di attività artistica azzerati. L’editto bulgaro, che per me è ancora in corso in Rai, impedisce due libertà: la mia di esprimermi e quella del pubblico di ascoltarmi. Questa è censura ed è inaccettabile. Immagina Gordon Brown che fa causa al comico Paul Merton perchè non lo gradisce! Inoltre i lunghi processi ti vessano economicamente e psicologicamente. Infine, continuo a recitare i miei monologhi satirici in teatro, ma siccome non sono più in tv ed essendo Berlusconi un mio avversario, sono sempre meno i teatri che decidono di mettermi in cartellone, nonostante io faccia sempre il tutto esaurito. Il problema è politico. E’ maccartismo.

To what extent did your example discourage other satirists/journalists/commentators from criticising Berlusconi?

Al punto che non esiste più un programma di satira nella tv italiana. In Rai, ma anche a Mediaset, a La7 e su Sky vanno in onda programmi comici dove al massimo si prende in giro Berlusconi per cose superflue (il suo lifting, la sua altezza) ma non per quelle gravi (la depenalizzazione del falso in bilancio, il conflitto di interessi enorme, la legge Alfano grazie alla quale non può essere processato). Tre anni fa, Sky Italia chiese di incontrarmi. Proposi un Tg satirico. Mi chiesero come avrei reagito se avessero tagliato al montaggio qualche battuta. Gli risposi che il contratto glielo avrebbe impedito. Sono spariti. Quanto a La7, il mio nuovo programma tv “Decameron” (2007) è stato interrotto alla quinta puntata, dopo che avevo registrato il monologo della sesta puntata, una satira sull’enciclica di Ratzinger.

La satira, dai tempi di Aristofane, dà fastidio perché esprime un giudizio sui fatti, addossando responsabilità. I miei monologhi colpiscono Berlusconi ma anche la religione organizzata el’opposizione inesistente del PD, inclusi gli scandali in cui sono coinvolti dirigenti di sinistra (il caso Unipol). Ecco perché anche l’opposizione qua si disinteressa alla libertà della satira in tv, che è libertà della democrazia. Neppure Rai3, i cui dirigenti sono di sinistra, mi ha mai chiesto di tornare in tv, in questi anni. Il potere, in Italia, è suddiviso fra clan di destra e di sinistra. Scandali recenti hanno mostrato come questi clan si mettono spesso d’accordo sulla gestione della cosa pubblica, a livello locale e a livello nazionale. Lo stesso tipo di accordo precede le nomine dei dirigenti Rai. Il risultato è che la democrazia sostanziale è corrotta.

Michele Santoro, giornalista di sinistra, è tornato in Rai grazie a un giudice che lo ha reintegrato nel suo posto di lavoro (Santoro era dipendente Rai quando venne cancellato, io no), ma nel suo programma deve sempre ospitare qualche esponente di destra. Si dà per scontato cioè che Santoro debba essere controllato e contraddetto nella sua attività giornalistica perché sgradito a Berlusconi. Non è umiliante? Per contro, un giornalista berlusconiano, Clemente J. Mimun, quando diventò direttore del Tg1 Rai si segnalò per gravi frodi giornalistiche, tutte favorevoli a Berlusconi: fra l’altro, tolse il sonoro a Berlusconi che dava del kapò all’europarlamentare Shultz, non diede la notizia di Berlusconi che aveva definito l’assassinio di D’Antona “un regolamento di conti a sinistra”, e nel 2004 aggiunse al montaggio un pubblico di delegati ONU plaudente a Berlusconi che in realtà parlava all’ONU in una sala semivuota. Il pubblico di delegati applaudiva Kofi Annan. Era un altro filmato! Un falso clamoroso! Questo nel Tg principale della tv italiana. Mimun veniva da Mediaset e lì è tornato. La Rai attuale è piena di dirigenti che vengono da Mediaset, vere quinte colonne. Un anno fa, le intercettazioni telefoniche hanno mostrato come questi dirigenti si fossero accordati con quelli di Mediaset per una programmazione che favorisse Berlusconi in occasione dei funerali di Woytila e delle concomitanti elezioni. Il governo Berlusconi nel frattempo ha proposto una legge che proibisce la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche! Se questa legge fosse stata fatta dieci anni fa, nessuno conoscerebbe gli scandali politici, economici e sportivi più gravi della storia italiana recente.

What parallels do you see between press control in the 1920s/1940s and control of the media in the Berlusconi era?

Nel ventennio fascista l’unica agenzia di stampa era quella del regime, l’Agenzia Stefani. I giornali si attenevano a quello che scriveva l’Agenzia Stefani. I giornali liberi venivano chiusi e gli oppositori al regime perdevano il posto di lavoro, venivano mandati al confino, venivano uccisi. Oggi non uccidono gli oppositori, ma ti mandano al“confino mediatico”: ti tolgono gli spazi di espressione che avevi e che ti eri conquistato col tuo lavoro. Questa è la minaccia sempre presente.

L’altra minaccia è legata all’enorme conflitto di interessi di Berlusconi. Ha aziende tv e imprese di assicurazione e di distribuzione pubblicitaria e cinematografica. Questo inquina la libertà del mercato. Un’inchiesta recente ha dimostrato che, da quando è al governo Berlusconi, molte aziende hanno tolto pubblicità dalle reti Rai per spostarle su quelle Mediaset di Berlusconi. Berlusconi inoltre controlla la politica economica e i servizi segreti. La sua influenza si estende su OGNI settore della vita italiana. E’ un potere di ricatto enorme. Uno dei pochi giornali di opposizione vera, il manifesto, sempre documentatissimo e corretto, stenta a sopravvivere perché le aziende italiane non comprano spazi pubblicitari. Ecco un altro tipo di strozzatura. Non stupisce allora che i passi della quasi totalità della stampa e della tv italiana siano felpati. Il caso recente di Veronica Lario e Noemi ha dimostrato una volta per tutte l’esistenza di una sorta di Agenzia Stefani contemporanea, prontissima a ubbidire alle esigenze del Capo e a massacrare la vittima di turno (sua moglie, in questo caso). Fra giornalisti e testate, la lista dell’inquinamento berlusconiano è lunga.

Let’s focus on the case of Noemi Letizia. How has Berlusconi used his ownership and influence of the national press to protect himself from any political damage?

In 24 ore la risposta berlusconiana è stata massiccia e su tutti i fronti possibili. E’ andato a Rai1 nel programma notturno “Porta a porta” diBruno Vespa, dove ha raccontato la sua versione senza il minimo contraddittorio, accusando la moglie, e approfittando dell’occasione per fare un spot pubblicitario sulle iniziative del governo in materia di aiuto ai terremotati dell’Aquila. Nessun giornalista presente (neppure il direttore del Corriere della Sera!) ha ricordato che dei 12 miliardi di aiuti promessi da Berlusconi, il governo ne ha stanziati in realtà solo 4. E nell’arco di 24 ANNI! Una beffa crudele di cui nessuno ha chiesto spiegazioni a Berlusconi lì presente. Ci fossi stato io fra gli ospiti, questa sarebbe stata la domanda, decreto legge del 28 aprile alla mano. Il danno politico sarebbe stato enorme ed è stato evitato.

In questi 15 anni berlusconiani, pochi in Italia (giornalisti, autori satirici) gli hanno chiesto conto delle centinaia di promesse false e mai mantenute. Chi lo farebbe non ha accesso. Chi decide sull’accesso? Dirigenti tv di nomina politica. Di chi è la maggioranza politica che fa il bello e il cattivo tempo praticamente indisturbata? Di Berlusconi, un imprenditore che, in base a una legge del 1957, non poteva neppure candidarsi alle elezioni, in quanto titolare di concessioni pubbliche. La legge prevedeva e cercava di impedire il conflitto di interessi. Che adesso c’è ed è enorme. Il danno venne fatto allora, permettendo a Berlusconi di candidarsi. Tutto il resto, Burlesquoni compreso, è solo una conseguenza di quella illegalità iniziale. Perché gli venne permesso di farlo? Non lo so, ma ne vedo gli effetti: un Paese in cui vige un “fascismo lite” che non mi piace per niente, con al governo partiti xenofobi e razzisti.

Un’altra mossa, non meno importante, è stata quella del portavoce di Berlusconi, il senatore Paolo Bonaiuti, che ha subito convocato per una riunione i direttori dei periodici cattolici che avevano criticato Berlusconi. Il voto cattolico è importante per Berlusconi e ai cattolici importano le leggi berlusconiane in difesa della scuola privata cattolica e dei privilegi economici tipo l’esenzione della tassa ICI per gli immobili del clero cattolico in cui si svolgano attività commerciali o la truffa vera e propria dell’8 per mille. Il giorno dopo, grande risalto al fatto che, grazie al divorzio da Veronica Lario, Berlusconi potrà essere riammesso al sacramento della comunione durante la messa!

When news first broke of his divorce and Lario’s allegations regarding “minorenni”, international observers speculated that the story might destroy il Cavaliere. But In fact, he remains as popular as ever. Why?

Perché il suo contro-racconto è stato rapidissimo e pervasivo, mentre sua moglie (la vittima) è stata zittita e insultata come una poco di buono e come cornuta (“Libero”, editoriale del direttore Feltri). La propaganda dell’Agenzia Stefani funziona e Berlusconi ne è un maestro. Sua moglie lo conosce da trent’anni e lo ha definito un uomo malato. Ecco un’altra domanda che avrei fatto a Berlusconi, se fossi stato ospite di “Porta a porta”: di che malattia sta parlando sua moglie, presidente?

What are the implications of the Berlusconi regime on the long-term future of italian democracy?

Il danno è già stato fatto. Siamo un Paese non pienamente libero. Gli italiani hanno disimparato che come cittadini hanno dei diritti e dei doveri. E occorreranno decenni perché gli italiani imparino di nuovo a rispettare le leggi, come era naturale invece negli anni passati anche grazie all’esempio dei grandi politici di allora: De Gasperi, Einaudi, La Malfa, La Pira, Dossetti, Berlinguer, Pertini, Scalfaro.

You won your case in court. What kind of reaction did you get?

I giornali ne hanno parlato senza troppo risalto nelle pagine interne (eppure era una notizia bomba: immagina Paul Merton che vince la causa contro Gordon Brown!), mentre la notizia della querela di Berlusconi contro di me era stata data in prima pagina.

Do you hope to return to tv?

Ovviamente. La tv non è un hobby: è il mio lavoro e c’è un pubblico numeroso che stravede per me (e io per loro). Il maccartismo è immorale e illegale.

Under which circumstance, do you believe satire can return to italian popular culture?

La satira italiana non se n’è mai andata. E’ solo sparita a forza dalla tv. Ma i censori dimenticano una cosa: il tempo è dalla nostra parte (Mick Jagger).

Intervista Art.21 (node 325)

L’accusa di volgarità è il pretesto principe per tappare la bocca alla satira. (Daniele Luttazzi)

di Stefano Corradino ( Art.21.it )

“Ho fatto un programma che ha avuto un gran successo di pubblico. Per cinque puntate non se n’è parlato, poi come ho toccato certi temi è stato cancellato. E a quattro giorni dalla notizia della sospensione c’è stato il buio più completo. Perché?” Daniele Luttazzi parla del suo “Decameron”, di satira e politica e spiega le ragioni che lo hanno portato ad organizzare per questa sera all’Ambra Jovinelli uno spettacolo speciale per riproporre la puntata mai andata in onda. Ieri in un’ora tutti i voucher per partecipare alla serata erano già terminati.

La motivazione ufficiale della sospensione del tuo programma è quella di aver insultato Giuliano Ferrara. Qual è la tua versione?

Non mi piacciono le dietrologie, ma può darsi che la ragione non sia tanto la battuta su Ferrara ma il monologo sull’enciclica del Papa. Come mi ha detto Dario Fo: quando si tocca la Chiesa è lì che cominciano i guai.

Altri motivi che secondo te possono aver spinto alla chiusura?

Io dico cose precise sulla realtà italiana. Il mio è un pensiero eterodosso rispetto a quello unico che sta imperando: quello che sposa la filosofia del precariato di massa e la logica della guerra. Siamo in tanti a pensarlo ma non abbiamo accesso ai mezzi di comunicazione di massa importanti come la televisione. Possiamo farlo nei nostri blog o a teatro ma quando riesci a raggiungere il pubblico e il programma ha successo ecco che viene chiuso. Paradosso che mi è stato fatto notare da un giornalista della stessa “La7”. “Era già successo”, mi ha detto. “Un programma raggiunge un picco di audience e poi per un motivo strano viene interrotto”. Davvero strano, no?

Hanno detto che andava chiuso perché è volgare.

L’accusa di volgarità è il pretesto principe per tappare la bocca alla satira. All’inizio del programma ricordavo, conscio delle critiche che sarebbero venute, che la satira non è volgare. E’ esplicita! Mantiene la sana oscillazione del nostro immaginario tra sacro e profano. Una volta le due cose convivevano, adesso in un tempo di nuovi integralismi solo al sacro viene concesso il diritto di esistere. Sbagliato. Il potere questo diritto vuole farcelo dimenticare e cerca di far ricadere la colpa della censura sul censurato. E vedere gente come Michele Serra sostenere che quando si attua la censura, metà della colpa è del censore e metà del censurato mi ha fatto accapponare la pelle: è il classico argomento utilizzato dalla destra per giustificare lo stupro: la colpa sarebbe anche della donna che ha la minigonna.

Si invocano limiti alla satira. E chi li dovrebbe stabilire?

E’ il classico argomento di chi vuole censurare. L’unico limite lo stabilisce chi la fa: è buffo che gente che non ne sa niente viene a dirlo a me che la faccio da 20 anni. Io scrivo cose che fanno ridere me. Posso sperare che piacciano a un pubblico. Ma non possiamo mai saperlo se mi chiudono la bocca.

Dopo la sospensione è stato scritto che hai copiato la battuta ad un comico americano.

Una diffamazione bella e buona perché il plagio è un reato, e se tu accusi uno di un reato non commesso lo diffami. Dal monologo di un comico americano ho preso volutamente l’elemento della vasca da bagno ( per alludere al fatto che per me Ferrara è il Rush Limbaugh italiano ). Poi ne ho recuperati, altri presi, tra l’altro, dalla tradizione satirica italiana medioevale (e dal Boccaccio stesso: in una novella il protagonista finisce in un tino di piscio e urina ). Da Rabelais, il “pisciare addosso “ e il “cagare in bocca”. Ci ho aggiunto la Santanchè in completo sadomaso, per alludere ad Abu Grahib. La mia battuta fa ridere perchè di fronte all’orrore di una guerra in Iraq e Berlusconi che “si dissocia” e dice “in fondo ero contrario alla guerra”, la mia ragazza chiede: “Daniele come fai a sopportare questo orrore?” E così le illustro il quadretto grottesco coi complici italiani della guerra in Iraq. La risata nasce dall’esempio assurdo fra le due volgarità.

E la battuta del comico americano è diversa?

Completamente. In quel monologo il comico imita un giornalista che piange e si eccita mentre gli pisciano addosso. Una cosa del tutto diversa. Quando una battuta ha un altro testo e fa ridere per un altro motivo è un’altra battuta. Sarebbe come dire, cambiando genere, che Andy Warhol ha copiato Leonardo da Vinci. Non è vero, ha aggiunto un altro significato all’opera di partenza. E la variazione sul tema è all’origine di tutta l’arte. Quindi non ho copiato alcunchè, poche storie! E sfido chiunque a dimostrare il contrario.

In Parlamento siedono ancora esponenti condannati per reati di mafia, e possono parlare liberamente. Ma quello pericoloso appare Luttazzi.

E’ il vero grande tema dell’Italia di oggi. Il sistema economico politico tollera magagne allucinanti ma non può sopportare il pensiero libero, eterodosso, non controllato. La tv deve poter ammannire la solita sbobba omogeneizzata. Quando viene fuori un programma come il mio la cosa da fastidio a molteplici livelli: la satira deriva da un’esigenza interna dell’autore satirico. Non è finzione, burletta, imitazione, sfottò. Io esprimo le opinioni in cui credo. Quindi cancellando il programma cancellano le mie opinioni.

A che genere “satirico” appartengono le conversazioni intercettate tra Berlusconi e Saccà? 

Al genere del reato. Berlusconi si difende dicendo non ha raccomandato nessuno ma fatto solo promesse. Per la legge, non va considerato un reato anch’esso? Uno che è stato capo di governo viene colto in fragranza di reato e non sente l’esigenza di vergognarsi e sparire dalla circolazione spontaneamente la dice lunga sulla degenerazione del senso comune e dell’etica pubblica. Un capo del governo di 30 anni fa che raccomanda delle attricette al direttore di una rete te lo immagineresti? E’ una cosa pazzesca!

Stasera porterai la puntata bloccata all’Ambra Jovinelli. Perché questa scelta?

Perchè a 4 giorni dalla notizia della sospensione c’è stato il buio più completo. Ho fatto un programma di successo. Per cinque puntate non se n’è parlato, poi come ho toccato certi temi è stato cancellato. La polemica sulla censura si è poi trasformata in una polemica sulla volgarità. La stampa mi ha sostanzialmente ignorato. Così come la politica che non ha pensato, non tanto di difendere me quanto la libertà di espressione. Poche eccezioni, tra cui Giuseppe Giulietti e gli amici di Articolo21, Franca Rame e Dario Fo i miei “amici satirici”, come Corrado e Sabina Guzzanti…

I tuoi detrattori hanno affermato che la colpa è tua perché hai agito senza senso di responsabilità.

Quale responsabilità? La responsabilità di un autore satirico è verso la sua satira. Se mi chiami dandomi carta bianca per fare satira io faccio satira, poi non mi puoi dire che non hai usato la tua libertà in modo responsabile, perché diventa un’illazione, un’offesa.

E’ quasi Natale. Rivolgi un augurio buono.

Lo faccio a tutte le persone, e sono veramente tante, che mi hanno manifestato il loro affetto trovando il tempo per raggiungermi con messaggi. La tendenza delle censura è di isolarti e tantissimi si sono preoccupati di farmi sapere che non solo. E’ bello tutto ciò.

Così diventi quasi “buonista”… E gli auguri a chi non li fai?

Te lo lascio immaginare!

By Daniele Luttazzi at 14 Dic 2007 – 15:24

Articolo 21 intervista Luttazzi

Nuovo programma dall’autunno, nuova rete. Avresti preferito tornare in Rai e vedere “rimarginata” la ferita dell’editto bulgaro?

L’editto bulgaro infatti riguarda la Rai: su di me dura da sei anni. Ed è ancora in vigore! E’ triste che una grande azienda si sia ridotta così, no? I politici ormai usano la Rai per fare pubblicità a se stessi. I dirigenti Rai, nominati dalla politica, devono rendere conto alla politica. Per cui non possono permettersi la satira, che per definizione è libera e può rovinare l’immagine edulcorata che i politici vogliono dare di sè. In questo modo, i dirigenti compiacciono i loro padroni, ma impongono il proprio servilismo agli abbonati Rai. Risultato: una pappa predigerita che non ammette nè Grillo nè i Guzzanti, che pure farebbero ascolti enormi. Questo meccanismo avvantaggia fra l’altro la concorrenza Mediaset. E’ un gioco truccato.

La7 offre spazi di liberta’ espressiva? Dovrai presentare il “copione” prima della messa in onda o sarai libero di “sparare a zero”?

In questi sei anni ho rifiutato diverse proposte da emittenti satellitari proprio perchè per loro sarebbe stato un problema affrontare satiricamente temi quali la politica e la religione. Su La7 avrò carta bianca. Niente controlli, come è giusto che sia. La satira controllata che satira è?

Ti abbiamo visto molto emozionato da Biagi, l’unico dal quale sei riapparso. Ne esistono pochi ormai di giornalisti con la schiena dritta?

Ce ne sono tanti. Meno male. Non mancano però le fetecchie: oggi il Corriere della Sera scrive che ” a Luttazzi in questi anni il ruolo di vittima è piaciuto anche parecchio “. Non mi è piaciuto per niente, invece. Ho subìto un danno enorme – umano, economico e professionale – per aver raccontato fatti veri relativi al signor Berlusconi. Al maccartismo di Berlusconi, una censura di tipo ideologico, si è aggiunto lo sberleffo dei servi, prontissimi a minimizzare la portata del sopruso. Ma dare addosso a chi subisce un sopruso è davvero da bastardi. Ce ne sono tanti. Purtroppo.

In tutto il periodo che sei stato forzatamente esiliato hai fatto teatro, hai scritto libri. La televisione, da esterno come l’hai vissuta?

Ti fa rabbia non poter realizzare tutte le idee che ti vengono in mente, non poter commentare l’attualità con la satira come facevi prima. La satira, come il giornalismo, ha a che fare con la libertà di espressione. Giuliano Ferrara ha detto in tv che io, Biagi e Santoro un bel calcione ce lo siamo meritati. Bè, un tempo questo si chiamava fascismo.

Che tipo di programma farai? E su che media di denunce pensi di attestarti a puntata?

Sarà un programma innovativo. Ci sarà da divertirsi.

By Daniele Luttazzi at 13 Lug 2007 – 09:43

“A” (node 303)

“A” mi ha intervistato: domande scritte, risposte scritte. Per problemi di spazio ( hanno abbondato con le foto, pare ) alcune domande sono saltate, con le relative risposte. Qui sotto le versioni integrali. In rossole parti tagliate. Buon divertimento!

“A” intervista Luttazzi

Domande di Donatella Calembo:

“School is boring” è il tuo secondo album, di solito il primo e’ figlio dell’incoscienza, soprattutto per chi come te ufficialmente fa un altro mestiere…! sul secondo non hai scuse , sei recidivo….!

( ride ) Un artista non fa un “mestiere”. E’ solo se stesso. Rivolgeresti questa domanda a David Byrne, che fa il musicista, il grafico, lo sceneggiatore, lo scultore, lo scrittore? Ti guarderebbe stupito e continuerebbe a baciare la sua ragazza.

I temi di questo tuo disco sono forti e spesso raccontano storie di uomini sopravvissuti alle avversita’, testi crudi dove la musica diventa consolatrice con la sua ricchezza.

Immagina il mondo senza musica. Ma adesso usciamo dal cervello di Gasparri.

C’e’ molta musica e molto varia, con una serie di collaborazioni fantastiche. Come hai riunito musicisti famosi come Stefano Di Battista, Andy Garvish e Ada Montellanico?

Massimo Nunzi, che ha arrangiato i brani e condotto l’orchestra, non si accontenta di Apicella.

Ci sono anche canzoni che hai scritto anni fa, ma sono cosi’ attuali anche adesso…

Quelle non attuali le ho lasciate fuori, per fortuna.

25 anni fa suonavi new-wave con il tuo gruppo “ze Endoten Control’s “. Perche’ non hai perseguito la strada della musica ?

L’ho fatto, solo che nessuno lo sapeva. Quante cose non si sanno. Lo sapevi che la balena non è un mammifero, è un insetto?

Come nasce il tuo amore per la musica, e i tuoi riferimenti in questo senso?

Mio nonno era musicista. Le mie passioni sono innumerevoli, da Mozart alla Motown, dai Beatles a Paolo Conte, da Sinatra ai Goldfrapp. Debolezza inconfessabile: gli Abba. A 14 anni mi masturbavo sulla bionda degli Abba. E non ho più smesso.

La musica ti “consola” del tuo esilio dalla tv?

Cosa c’entra? Mi viene in mente una melodia, vado al pianoforte. E la tv? E’ spenta. Perché guardare la Santa Messa?

Racconti che a casa hai due stanze, in una componi e suoni musica, nell’altra scrivi i testi dei tuoi libri e dei tuoi spettacoli, perche’ tieni cosi’ separate le due cose ?

Perchè sennò impazzisco. Almeno secondo le vocine che ho in testa.

Non hai mai cantanto le tue canzoni nei tuoi spettacoli…

La satira esprime il mio lato intellettuale, le canzoni quello emotivo. Cosa dovrei fare, cantare del Tfr ? Non sono i Pooh. D’accordo, neanche i Pooh cantano del Tfr. Però dovrebbero andare in pensione.Nelle canzoni c’è ironia, nella satira c’è ferocia. Non si può essere indulgenti con uno come Priebke.

Sei una persona molto riservata, si sa poco di te al di fuori dell’immagine pubblica. Forse le canzoni ti permettono di raccontare piu’ facilmente come sei ?

Illusa. Un artista, per dire la verità, mente sempre. ( Riservato io? Tu lo diresti su chi ti masturbavi a 14 anni, tesoro? )

I tuoi obbiettivi come artista e come persona, quali sono adesso.

Continuare a rispondere a queste domande.

Ti piacerebbe presentare il tuo “School is boring ” dal vivo?

Ho in mente un concerto live in cui fracasso chitarre elettriche contro una Papamobile in fiamme.

Domande di Fabrizio D’Esposito:

Se dico “Facci sognare” che cosa le viene in mente?

Che sono stato il primo comico a fare satira sul caso Unipol un anno fa, alla Festa Nazionale dell’Unità a Milano. L’episodio è riportato alle pag. 107, 108, 109,110 e 111 del mio nuovo libro, “Lepidezze postribolari”. A pag. 301 invece denuncio lo scandalo dell’indulto bipartisan su corruzione e grossi reati finanziari: lo chiamo il lodo Previti-Consorte. Mi sarebbe piaciuto parlarne in tv, ma non c’ero perché Berlusconi mi tolse di mezzo nel 2002. Così ne parlo a teatro, da un anno, col mio monologo Barracuda 2007, tutto sul governo Prodi: bugie, ignavie e cose buone. Una sola, per ora: aver sanato il bilancio dello Stato. Non è poco.

Le polemiche sui privilegi della casta politica, la paura dell’antipolitica, le relazioni pericolose con furbetti e banchieri. Ma l’Italia non doveva andare a sinistra?

Ci andrà quando tutti gli italiani impareranno a pagare le tasse. Oggi l’Italia è divisa in due: ci sono gli arci-italiani, alla Giuliano Ferrara, quelli per cui l’andazzo è giustificato dal fatto che “tutti fanno così”; e gli anti-italiani, alla Giorgio Bocca, quelli per cui le leggi vanno rispettate sempre, la magistratura va messa in condizioni di fare il suo lavoro, e i giornalisti non vanno ostacolati nelle loro inchieste.

Lei per chi ha votato alle ultime elezioni?

Io sono un anti-italiano alla Giorgio Bocca.

Lo rivoterebbe il centro-sinistra?

Sì, perché ho ben presente la squallida alternativa. Ma sono contrario all’elezione diretta del premier. E vorrei un proporzionale con sbarramento al 5%.

Veltroni alla guida del Partito democratico è la panacea giusta?

Questa è una domanda berlusconiana: la soluzione non è nell’uomo forte. Quanto al Partito Democratico, è un’operazione governativa che, parole di Fassino, dovrà essere “in sintonia con le esigenze del Paese”. Ma così fanno sparire anche la parte nobile del comunismo, ovvero la critica all’esistente, proprio oggi che il modo di produzione capitalista crea ovunque una piaga sociale terribile come il precariato di massa. Di sinistra c’è bisogno più che mai.

Lei è stato vittima del famoso editto bulgaro di Berlusconi. Mi riferisco al suo esilio televisivo che dura ancora oggi con il governo dell’Unione. Prova un po’ di invidia per i suoi colleghi tornati in tv?

Il sentimento dell’ invidia non mi appartiene, sono soddisfatto di quello che faccio. Provo però tanta rabbia per il sopruso prepotente di un vigliacco che si è fatto forte del suo potere e dei suoi soldi.

Possibile che nemmeno una terza fila dell’Unione in Rai le abbia telefonato e detto: “Vediamo Daniele cosa si può fare”?

No, perché a differenza di altri che in questi anni hanno continuato tranquillamente a lavorare in Rai, non ho mai chiesto aiuto ai politici. Sono un artista libero, non sono ricattabile: per i dirigenti tv, destra e sinistra, rappresento una grana. Come Grillo e i Guzzanti.

Immagini un miracolo: domani lei andrà in onda con una nuova serie di Satyricon. Da dove comincia?

Dall’Italia.

Nonostante lo sdegno da uomo di sinistra, ammetterà che le intercettazioni con Ricucci fanno anche ridere. Molti dicono che l’immobiliarista di Zagarolo ricorda Alberto Sordi. E’ d’accordo?

No, Alberto Sordi è Rutelli. A me quelle intercettazioni non fanno ridere, dato che spiegano perché questo Paese è come bloccato.

Torniamo al suo esilio dalla Rai. Petruccioli, Rizzo Nervo, Rognoni e Curzi sono gli uomini dell’Unione a Viale Mazzini. Li conosce?

No. Il cugino di Petruccioli, Oreste Scalzone, un anno fa in una intervista al Corriere della Sera gli ha consigliato di reintegrare Biagi e Santoro, ma di lasciar perdere Luttazzi. Sono pericoloso anche per un ex-terrorista. Fico!

Lei ha detto che in tv fanno carriera solo i paraculi: Fiorello, Bignardi, Bonolis, Gnocchi, Volo e Fabio Fazio.

La correggo, ho solo riferito quello che loro hanno detto di se stessi. Fiorello: “Sono centro-nullista, cerchiobottista.” Infatti difende il generale Speciale, ignorandone i gravi trascorsi denunciati da Padoa-Schioppa, perché “ ho cantato con lui ed è simpatico”! Poi fa cantare anche il simpatico Casini senza fargli una domanda sul caso del giorno: l’inchiesta di Catanzaro che coinvolge pesantemente Cesa, il segretario del suo partito. Bignardi: “Non parliamo dei suoi processi.” ( A Dell’Utri! Avercene, gente così! ) Bonolis: “Non sono né di destra né di sinistra, non me ne può frega’ de meno.” Volo: “Fiero di essere qualunquista.” Gnocchi invece faceva pubblicità alla carne Montana nonostante quello che il Corriere della Sera, Satyricon e Report hanno documentato sul gruppo Cremonini. Fabio Fazio: “Al pubblico non interessano le mie opinioni politiche.” Infatti un anno fa intervista Fassino, questi giustifica le sue telefonate a Consorte dicendo “Mi stavo solo informando”, e Fazio non gli replica nulla, neppure che è reato lanciare un’OPA avendo già il 51% delle azioni. Io avrei anche fatto notare a Fassino che uno che dice “ Prima di denunciare portiamo a casa tutto “ non mi pare uno che si sta solo informando.

Una curiosità su Ricucci e Fiorello: perché lei se la prende con gli ex di Anna Falchi? Invidioso?

Ho troppa stima di Anna per essere invidioso dei suoi ex.

Se le dico Brambilla, nel senso di Michela Vittoria, cosa le viene in mente?

Iva Zanicchi.

Bondi scrive poesie. E’ più credibile come poeta o politico?

Che quelle di Bondi siano poesie lo crede lui. Bondi è solo la lanugine dell’ombelico di Berlusconi.

Berlusconi rivincerà le elezioni?

No: la Casa delle Libertà e il Partito Democratico si fonderanno in un Grande Partito di Centro. Il nuovo partito non avrà alcun programma.

A destra, Veronica e Silvio sono in crisi, mentre Gianfranco e Daniela si sono separati. A sinistra, invece, i matrimoni resistono. Merito del Family Day e della Binetti?

Merito del “Crimen sollicitationis” di Ratzinger.

Nel suo ultimo disco, lei canta in inglese. Un altro segnale della sua scarsa fiducia verso l’Italia?

No, è che cantare in inglese mi rende più sexy.

Faccia almeno il nome di un ministro che le piace. Di Pietro, per esempio?

Mi piacciono i ministri competenti, ma preferisco non fare nomi. Perché avvantaggiarli?

Luttazzi, dica una cosa di sinistra.

Non sono la sua scimmietta, caro lei.

By Daniele Luttazzi at 5 Lug 2007 – 17:08

Daniele Luttazzi parla di School is boring:

Ho mille idee su quello che una canzone può essere e le elaboro scrivendo canzoni. Per evitare noiosi esiti didattici coltivo, anche in musica, il mio gusto per il paradosso e l’ambiguità. Credo inoltre nel potere dell’iki, la bellezza nascosta, e trovo che il significato emotivo di una canzone venga esaltato quando tale ricchezza l’ascoltatore se la conquista. L’ascolto di questo cd richiede la curiosità ideale dell’intenditore motivato ed esigente, non certo la fretta di chi si rinfresca con una gazzosa; una curiosità che lo induca al di là della immediata piacevolezza melodico/ritmica dei brani, che comunque considero sempre uno dei metri di giudizio più importanti.

La mia poetica è quella di John Zorn: includere tutto quello che mi piace e che non voglio perdere. Sono affezionato alla stratigrafia della mia cultura musicale: nell’infanzia, musica leggera italiana anni ‘60, l’opera lirica, Mozart. Verso i 16 anni, i Beatles di Sgt. Pepper. A 18 anni, la new-wave: Joy Division, Talking Heads, Devo, Police, Gaznevada. A 20 anni, il jazz: Bill Evans, Miles Davis. A 24 anni, gli arrangiatori anni 50 e 60: Nelson Riddle, Billy May, Neal Hefty, Quincy Jones. A 27 anni sono definitivamente esploso e da allora procedo in tutte le direzioni, di luce in luce: la Motown, Sinatra, il funky di Philadelphia, quello di Detroit, Battisti, Mina, Kurt Weill, Ella Fitzgerald, Paul Desmond, Nat King Cole, Michael Torke, Francis Poulenc, Aimee Mann, Paolo Conte, Jobim, Sergio Mendes, Marcos Valle, Edu Lobo, Aretha Franklin, Booker T. & the MG’s, Tom Jones, Sadao Watanabe, Prince, Stan Getz, Sammy Davis jr, Burt Bacharach, la disco, Earth Wind & Fire, Stanley Turrentine, Cole Porter, Kenny Burrell, Eumir Deodato, Gil Evans, Shirley Bassey, Sister Sledge, Jimmy Scott, Ed Motta, Supergrass, Betty Davis, Billy Preston, Skunk Anansie, Donny Hathaway, Linda Ronstadt, Bill Charlap, Wes Montgomery, Lou Donaldson, Gorillaz, Claus Ogerman, Yosuke Yamashita, Satie, Eels, Jun Miyake, Lena Horne, Audra McDonald, Bobby Timmons, Bobby Womack, Luiz Bonfa, Cesaria Evora, Barbara McNair, Stevie Wonder, Chucho Valdes, Clare Fisher, Omara Portuondo, The Crusaders, Diane Schuur, Gilbert&Sullivan, Dean Martin, Dimitri from Paris, Barry White, Buddy Rich, the 5th Dimension, Zoot Syms, Elvis Costello, Fred Hersch, Archie Bell & the Drells, Erykah Badu, Mongo Santamaria, Scott Joplin, Gene Chandler, Gene Harris, Lou Rawls, The Bar-Kays, Bebeto, Warren Vachè, Gonzalo Rubalcaba, Ruben Gonzales, Grant Green, Itzhak Perlman, Bernard Herrmann, John Hicks, Rossini, Massive Attack, KC&the Sunshine Band, Keith Jarret, Lee Morgan, Dinah Washington, Georges Auric, Gal Costa, US3, George Benson, Philip Johnston, Roberta Flack, Rod Stewart, Sly&the Family Stone, Tony Bennet, Gil Scott-Heron, Herb Alpert & the Tijuana Brass, John Pizzarelli, Judy Garland, Sparks, Rosemary Clooney, Verve, Wilson Pickett, Aaron Jay Kernis, Syl Johnson, Tavares, Al Green, Mark Anthony Turnage, John Barry, Naked City, Buddy Rich, Charlie Byrd, Charlie Mariano, Toru Takemitsu, Curtis Mayfield, Dakota Staton, Stan Kenton, Daniel Barenboim, Pizzicato Five, Rita Lee, John Zorn, Beyoncé e Silvia Syms.

L’esperienza mi ha insegnato che l’idea musicale è un seme i cui frutti migliori sono quelli imprevedibili: ho scritto l’ultimo brano del cd, Wet out, due anni fa, e solo dopo l’incisione mi sono accorto che il nucleo melodico era quello di A place of cries( 1980 ), ma in una tonalità maggiore. Se si analizza il brano, ci si accorge a questo punto che allo sviluppo musicale intercorso corrisponde uno sviluppo tematico/emotivo: nel 1980, un diciannovenne di buone speranze urlava la sua rabbia, la sua voglia di ribellarsi e di fiorire; nel 2005, divenuto uomo, è in grado di cantare il dolore dei sopravvissuti col disincanto e la comprensione della maturità raggiunta, l’energia degli esordi trasformatasi in intensità.

Mi piace ascoltare le novità alla radio. C’è di tutto: la band che suona come fosse soddisfatta di essere in radio; e il tizio che avrà successo, poi la casa discografica non gli rinnoverà il contratto e lui tornerà a fare l’odontotecnico.

Non sopporto Coltrane, Zappa e l’heavy metal. A questo proposito: la fase calante della carriera di Marylin Manson prefigura un revival pop come Alice Cooper precedette il fiorire di Def Leppard e Quiet Riot? Chi vivrà, vedrà.

By Daniele Luttazzi at 15 Giu 2007 – 09:02

Interviste random 2 (node 221)

Intervista a Luttazzi di Emanuela Marmo (marzo 2004):

Ci sono sviluppi dopo il tourbillon scatenato dal tuo racconto su Moro?

La Procura di Genova ha acquisito il materiale relativo (testo scritto dello spettacolo e videocassetta della serata) e prima o poi si pronuncerà in merito (“oscenità”). L’Ordine dei giornalisti, che aveva aperto un’inchiesta dopo le notizie date da certi giornali e telegiornali, l’ha archiviata dopo aver esaminato le prove. Però (siamo in Italia) chi mi ha diffamato in quel modo non ha subito lo stesso rigore da parte dell’Ordine (può un critico teatrale formulare giudizi su uno spettacolo che non ha visto e continuare lo stesso a fare il suo lavoro? Può un direttore del tg2 in quota AN attaccarmi in un editoriale delle 13 e 30 senza aver assistito al fatto e, una volta rivelata la bufala, non chiedermi come minimo scusa?)

Censurare la satira è censura di libertà di pensiero e di opinione, che ciò avvenga dimostra che i mezzi di comunicazione di massa non sono veramente della massa. Credo che il seguito che le tue trasmissioni ottenevano, abbia dimostrato che la censura alla tua libertà di pensiero e di opinione ha reciso la nostra libertà di scelta. E dunque la censura non è una pena inflitta a un singolo, ma è una castrazione collettiva. Cosa succede, quando a un punto di vista non si vuole concedere la comunicazione e dunque la memoria? Ed è veramente possibile censurare la libertà di pensiero?

La libertà di pensiero è l’unica cosa che è possibile censurare. Una volta (e ancora oggi, altrove) ti impedivano fisicamente di lavorare (vessazioni fisiche, carcere, confino). La censura di nuovo tipo consiste nel negarti l’accesso alla comunicazione di massa. Faccio monologhi in teatri da 1000-2000 posti. Per arrivare ai 7 milioni di spettatori che raggiungevo istantaneamente con una sola puntata di Satyricon mi ci vorrebbero più o meno 35 anni. Mi difendo concentrandomi sul mio lavoro (scrivere battute) e mantenendomi curioso di tutto.

Quali sono, secondo te, la forza e le caratteristiche dell’impatto della satira nella coscienza della persona che legge o in quella che assiste allo spettacolo? In cosa essa si differenzia dalla comicità?

Ogni autore (comico o satirico) intende suscitare la risata più grande possibile. La comicità ha più a che fare col corpo (la meccanicità di Bergson), la satira con le idee (il Super io di Freud è all’origine dell’umorismo e della satira, in quanto espressione dell’istanza parentale).

Mi spiego meglio: la satira si serve del corpo ridicolo come strumento per dire altro (cfr Rabelais), mentre la comicità è solamente un corpo ridicolo (cfr Mr. Bean). La liberazione maggiore viene dalla satira: la comicità non intacca i tuoi valori, la satira invece può convertirti all’ignoto. La satira esprime un giudizio, la comicità no. È il motivo per cui alcuni spettatori si rifiutano di ridere a battute su temi per loro sensibili, temi cioè che riguardano la struttura del loro mondo di valori.

Lenny Bruce diceva: «La realtà è quello che è, non quello che dovrebbe essere». Le ideologie, gli -ismi, le religioni vertono su “quello che dovrebbe essere”. La satira si occupa di ciò che è. Dal contrasto fra i due punti di vista nasce la risata. O l’offesa.

Quando la satira poi riesce a far ridere su un argomento talmente drammatico di cui si ride perchè non c’è altra soluzione possibile, si ha quella che nei cabaret di Berlino degli Anni ’20 veniva chiamata la“risata verde”. È opportuno distinguere una satira ironica, che lavora per sottrazione, da una satira grottesca, che lavora per addizione. Questo secondo tipo di satira genera più spesso la risata verde. Ne erano maestri Kraus e Valentin.

La risata del pubblico è anche un modo con cui esso comunica all’autore che non è complice dei personaggi che egli mette alla berlina. Nella risata alla battuta satirica, più che un segno di godimento, si trasmette una partecipazione più profonda con cui il pubblico merita la sensazione di essere riscattato dall’autore da ciò che egli condanna. Senti questa specie di “solidarietà” con il tuo pubblico?

Elencarli, i motivi per cui si ride è inutile e non lo faccio mai. Ed è inutile perchè (questo è il vero segreto) non si ride dei contenuti di una battuta, ma della tecnica retorica di una battuta o di una scena. È la tecnica a far scattare la risata. Ecco perchè, quando un giornalista fa la parafrasi di una battuta, questa non ti fa ridere: il giornalista, con la sua approssimazione, ha rovinato il meccanismo. La realtà storica e le contingenze servono invece a spiegare perchè NON si ride, e questo è tutto un altro discorso.

Nella distinzione che poni tra satira ironica, per sottrazione, e satira grottesca per addizione, a quale senti più vicina la tua? Pensi che ci siano argomenti particolari, più tagliati per l’una che per l’altra?

L’intensità di un comico è nell’ampiezza del suo spettro. L’ironia è la norma, il grottesco è una perversione del gusto ed è più raro. Io ce li ho entrambi. L’unico argomento del grottesco è il dolore.

Non sono molti i contributi critici dedicati alla satira. Non sono del tutto persuasa che la volgarità a cui ricorre questo genere sia una motivazione che possa bastare a spiegare la “distanza di sicurezza” che separa la critica dalla satira. Forse, una ragione più vicina alla realtà è che essa stessa è critica e quindi l’opera satirica non è considerata come “testo” da interpretare, spiegare, commentare, quanto piuttosto da condividere o biasimare. Pensi che lo stesso possa dirsi per la critica giornalistica? O ci troviamo in una situazione diversa e di fronte a motivazioni diverse?

La satira è di gran lunga superiore al giornalismo, richiede arte. Incide sulle dinamiche psicologiche e se ne serve. Sfrutta le strutture antropologiche dell’immaginario per contribuire all’elasticità dello spirito con una vera e propria sociatria. Non se ne scrive perchè è sottovalutata, come tutto ciò che muove al riso.

La satira è stata definita “persuasione negativa”, ovvero come un procedimento retorico che utilizza le medesime regole del discorso persuasivo, ma con fini rovesciati rispetto, ad esempio, all’oratoria dei politici. Come commenteresti questa definizione?

Se il fine dell’oratoria politica è persuadere la gente sulla bontà dell’invasione in Iraq, la satira che vi si oppone è “persuasione positiva”, secondo me. La retorica è una. Quello che cambia è il punto di vista.

Quali sono i requisiti fondamentali che un testo satirico deve avere per raggiungere il suo scopo?

Deve essere spietato, ma con una grazia tutta sua .

A volte si osserva con preoccupazione un fenomeno: opere giudicate sovversive, impudiche, rivoluzionarie vengono presto integrate nella cultura ufficiale. Come fa la satira a resistere a questo assalto? Un espediente che ho giudicato interessante – nelle modalità con cui vi ricorre la rivista satirica «Private Eye» – è la manipolazione del nome di persona. Il nome di persona è quasi un’icona, la lettura della sua configurazione grafica immediatamente reca l’immagine che su quel nome il politico ha costruito e consegnato alla gente. Quindi alterare il nome proprio è il primo passo per destabilizzare l’autorità e la credibilità che su di esso si sono edificate.

La prima cosa che ha fatto Emilio Fede dopo Satyricon è stata chiamare Marco Travaglio “Tramaglio”, e me “Luzzetti”. Così come Forattini adopera tutte le tecniche della satira per dare addosso agli avversari di Berlusconi, realizzando un esempio squisito di satira da lacchè. Il fenomeno nuovo è che in Italia, con Berlusconi, sono cadute le distinzioni fra Re e giullare. Il Re fa il giullare per confermare il proprio potere assoluto. Il che lo rende ancora più odioso. La censura gli serve per evitare che il vero giullare gli faccia da specchio, evocando la sua finitudine. E quindi l’illusorietà del suo potere.

Quello che viene integrato, sempre, è il cadavere della satira. Di Lenny Bruce parlano compiacenti solo adesso che è morto. Da vivo dava fastidio. La satira quindi resiste all’assalto in un solo modo: restando viva.

Esiste un bersaglio contro il quale la satira si muove, ma esiste anche un pubblico di destinatari che assiste. In base alla tua esperienza, quali argomenti o quali contesti incontrano le maggiori resistenze da parte del pubblico?

La satira, dai tempi di Aristofane, si occupa di quattro temi principali: politica, sesso, religione, morte. Ed è dai tempi di Aristofane che questi temi incontrano le maggiori resistenze da parte del pubblico.

I palinsesti televisivi sono pieni di programmi dedicati alla comicità. Pensi si tratti di intrattenimento o di satira?

Non esprimono punti di vista, quindi sono mero intrattenimento: l’equivalente spettacolare dello zucchero filato. Di una dieta a base solo di zucchero filato si muore.

Come nasce un tuo testo?

L’arte consiste nel nascondere l’arte. Un testo, una battuta, un disegno , comportano tecnica e amore. Alla fine del lavoro, solo l’amore si deve vedere.

Scrivo tutti i giorni dalle 9 di mattina, dopo la lettura dei giornali, alle 6 di sera. Mentre scrivo un racconto, mi vengono in mente altre idee, che appunto su un quadernetto. Quando devo scrivere un testo nuovo, apro il quadernetto per vedere se c’è qualche idea buona. Ho un armadio pieno di quadernetti.

Qual è stato il tuo percorso formativo?

Educazione cattolica rigorosa (i miei erano dirigenti dell’Azione cattolica negli Anni ’50), capo scout con incarichi nazionali nelle riviste dell’associazione. Liceo classico, poi medicina. Due anni di lavoro gratis in un policlinico universitario in attesa del bando di concorso per ricercatore in immunologia. Una paralisi esistenziale che mi avviliva. Un pomeriggio leggo Tropico del cancro e decido di cambiare totalmente la mia vita. Ci sono riuscito e ogni mattina mi sveglio felice e riposato.

In che modo è cambiato il tuo lavoro rispetto agli inizi?

Non è cambiato affatto.

La satira fa riferimento a fatti specifici, di cui col tempo si può perdere la memoria. La distanza geografica o temporale dal reale svolgimento dei fatti può condizionare la reazione di riso alla battuta. Pensi che questo ne diminuisca l’importanza rispetto ad altre forme espressive? Pensi che il contesto attraverso cui un’opera satirica veicoli incida sull’efficacia della sua ricezione?

Il contesto incide senz’altro: in una dittatura, una battuta appena allusiva pesa di più. Col tempo, il riferimento storico si perde e la battuta smette di far ridere. Che importa? Lo spirito si mantiene intatto nei secoli. Lo spirito che animava Aristofane è identico a quello di Woody Allen. Gli uomini passano, l’umanità resta.

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Ed ecco la famosa intervista a Rolling Stone. La parte in rosso venne censurata per parare il culo a qualcuno.

Intervista a Rolling Stone (novembre 2004):

Partiamo dalla fine: ci hai lasciato scrivendo a Dagospia: “La mia collaborazione con Rolling Stone è terminata a causa di un’intervista-marchetta a Carlo Rossella”.

Possiamo davvero parlare di questo?

Tentiamo.

Ah, caspita: con piacere. Ecco, a mio giudizio quell’intervista, in un numero speciale su Bush, non toccava una questione chiave. Ovvero:Carlo Rossella è un responsabile indiretto della guerra in Irak. Perché ricevendo nell’ottobre 2002 un falso dossier sullo scambio di uranio tra Irak e Niger, invece di appallottolarlo e buttarlo nel cestino come doveva fare, lo passò all’ambasciata americana a Roma. Bush subito iniziò a usare l’argomento come buona ragione per invadere l’Irak. Il Los Angeles Times rivelò l’abbaglio nel luglio 2003. Marzo 2004: Colin Powell dice che la CIA aveva messo in guardia Bush della bufala. Luglio 2004: Bush ammette che era incorso in un errore, ma dà la responsabilità alla CIA. Solo che ormai eravamo in guerra da più di un anno.

L’intervista a Rossella da noi pubblicata risale all’estate 2004.

Quindi era già nota la smentita. E a maggior ragione era un’intervista molto sbagliata, perché in un numero sulla guerra non puoi chiedere a Rossella solo qual era il suo gruppo preferito negli anni ’60 o che donne frequentava in Russia. Quando sfiori i problemi, per me stai facendo una marchetta.

Tu lo hai fatto notare all’autore?

Ho scritto a Rolling Stone una mail per spiegare perchè avevo deciso di andarmene. L’autore mi ha risposto che non avevo capito, che era una cosa ironica. Per me era ruffiana e insopportabile. Soprattutto in un numero su Bush. Nel momento in cui uno dei capi del potere giornalistico in Italia viene blandito, e un giornale giovane, che si rivolge a ragazzi che vogliono informarsi, dà ai suoi lettori una pagina da Verissimo, beh, scusate ma a me non va bene. Ci fu poi uno scambio di mail interno -doveva restare segreto, ma si è scoperto per caso-in cui l’autore ammetteva che si sarebbe trovato in tv con Rossella nella giuria di un premio. Quindi non mi ero sbagliato, il tono affettuoso aveva un motivo. Su Dagospia ho solo risposto alla domanda di un lettore, che non aveva capito perchè me ne fossi andato. Sono pronto a tornare, se la situazione viene ripulita.

Così ora lavori con Maxim. Come ti trovi?

Benissimo. Il direttore è Andrea Monti, col quale ho già lavorato in piena libertà su GQ. In America, i giornali maschili sono stati fondamentali per la satira: su Playboy hanno scritto tutti i grandi, da Lenny Bruce in poi.

Però per Il Foglio non hai voluto scrivere.

Ferrara mi ha cercato, anche se all’epoca di Satyricon sparò a palle incatenate contro di me. Lui, come Rossella, è uno dei giornalisti italiani che hanno scelto per sé un ruolo particolare nel sistema informativo italiano, quello di fare da propagandista del Premier e della sua forza politica.

Ferrara, che non è grasso, è pieno di sé, rientra nella categoria del libertinaggio intellettuale. Si diverte ad assumere una posizione, anche quando sa che è immorale, per vedere fino a che estremi può essere portata, gli piace vedere se il gioco regge. Quando mi ha offerto uno spazio sul Foglio io gli ho risposto che per me il contesto è importante. La sua mossa era furba: se avessi accettato, da quell momento non sarei stato più credibile come antagonista di Berlusconi.

Ma al tempo in cui tu sparavi “palle incatenate” sul Premier, pubblicavi per la Mondadori.

Con le aziende di Berlusconi i problemi cominciano quando lui entra in politica. Da quel momento, lui usa le sue aziende a scopi di propaganda e non tollera le voci contro. Avevano un’opzione sul mio nuovo libro. Dovevano pubblicare Satyricon nel maggio 2001. Ma scoprono che ci sono le elezioni, e decidono di pubblicarlo dopo, a luglio, che è un modo per ucciderlo, editorialmente. E togliendo dal retrocopertina una frase.

Ovvero?

“Luttazzi è un cretino”. Detta da Marcello Dell’Utri al Messaggero. Mi hanno detto: “L’abbiamo tolta, ma che fastidio ti dà? Era una frasetta”. Ed io: se è una frasetta, lasciatela. Ma loro sapevano che non era una frasetta. Così me ne sono andato.

Te ne vai spesso. Anche da Mediaset. Tra l’altro, dopo che sei andato via hai detto: “Chi lavora a Mediaset è complice”.

Ci ho lavorato fino al 1997. Non era ancora emerso nulla di quanto si è saputo poi, grazie alla mia intervista a Marco Travaglio e alla cronaca seguente. Nel 1999, Berlusconi poteva ancora dire: “Di All Iberian, di sistemi off-shore alle Bahamas non so assolutamente nulla”. Solo nel 2001 il suo avvocato inglese, Mills, ha rivelato che i soldi per All Iberian venivano dalla Silvio Berlusconi Finanziaria in Lussemburgo. Mediaset è parte della macchina mediatica al servizio della politica, e chi sta lì può essere strumentalizzato. Quando Berlusconi dice: “I nemici ce li ho in casa”, e cita Costanzo, le Iene, Striscia la notizia… Beh, loro ci fanno la figura delle foglie di fico. La mia non è un’accusa a chi ci lavora, ma uno spunto di riflessione.

E’ un buffo club, quello degli epurati. Tu, Biagi, Santoro… E ora Mentana. E’ strano sentirvi sempre evocati insieme.

Santoro ha detto che saremo legati a vita. Non ci frequentiamo, ma dopo il famoso diktat bulgaro del Premier è nato un rapporto di solidarietà. Mentana non c’entra nulla, con gli epurati. Mentana è uno che ha fatto gli interessi del padrone fino all’ultimo e continua a farli. Ora fa finta di aggiungersi all’elenco perché gli conviene. Anche a sinistra hanno detto: “Giù le mani dall’indipendenza di Mentana”… Me la ricordo bene, all’epoca di Satyricon, la sua indipendenza: sulla mia schiena.

Un comico, cioè Benigni, ha causato problemi a un giornalista, cioè Biagi. Un giornalista, cioè Travaglio, ha causato problemi a un comico, cioè tu. Incrocio curioso, no?

Non del tutto. Intanto Benigni non è un semplice comico, ma un grande autore satirico. E la satira è un’espressione giornalistica perché commenta i fatti quotidiani. Uno dei più grandi autori satirici di tutti I tempi, Karl Kraus, era anche un grandissimo giornalista ed editore. Ciò che dà fastidio nella satira, come abbiamo visto anche in passato con Fo, Grillo, la Guzzanti, è proprio che la satira si soffermi sui fatti, li ricordi alla gente. Hanno censurato Blob che si era limitato a mostrare le frasi dette da Berlusconi negli ultimi 10 anni: per lui è pericoloso che il pubblico le ricordi.

Però è anomalo che un comico intervisti un giornalista.

In Italia, forse. Ma Barracuda e Satyricon sono talk-show all’americana. Io ho introdotto questo genere in Italia. Genere che prevede un conduttore -comico che faccia monologhi sull’attualità, e che poi intervisti chi gli pare. Ho intervistato Anna Falchi, e il Corriere della Sera mi ha accusato di volgarità perché ho annusato i suoi slip. E ho intervistato Travaglio, perché ho letto il suo libro e diceva cose clamorose. Ogni invito aveva una sua logica all’interno del filone affrontato in quella particolare puntata.

Io ho cose da dire, e le dico come meglio credo. C’è chi dice che gli artisti devono stare zitti e non intervenire. A me piace che uno si impegni, che mostri le sue idee, e ci si possa confrontare. A me non piace il piccolo cabotaggio. Né mi piace che si dica “Non bisogna demonizzare Berlusconi” quando lui sta cannoneggiando in ogni modo, lavorando per eliminare fisicamente ogni possibile ostacolo, gridando al complotto contro di lui.

C’è o c’è stato un politico che tu hai stimato?

Adriano Olivetti. Imprenditore visionario, che ha ideato una fabbrica a misura d’uomo. Un luogo di lavoro ma anche di elevazione della persona. Fu avversato dai colleghi e dalla Democrazia Cristiana. Mi viene in mente lui perché ora siamo agli antipodi. Per gli imprenditori di oggi il lavoro è merce. E al governo c’è un imprenditore.

Quella copertina dell’Espresso, con la scritta “Vota Luttazzi”… Ci hai fatto un pensiero, a candidarti?

No, io faccio quello che sono in grado di fare, e che mi piace fare. Poi, quella copertina era preoccupante, perché evidenziava l’assenza della sinistra dalla campagna elettorale. D’Alema fu il primo a prendere le distanze da me. Io faccio satira, ho certe idee, e se uno ha certe idee le deve esprimere. Io credo in una democrazia informata, in cui la gente riceve informazioni. Nelle ultime elezioni la gente ha votato senza interrogarsi su quanto stava facendo.

Ma possiamo ancora dire che se la gente si comporta in un certo modo è perché non è informata?

Sto portando in teatro un nuovo monologo, Bollito misto con mostarda. Ci ho messo un anno e mezzo a scriverlo. Rivedendo il materiale su cui l’ho costruito, mi sono reso conto che c’erano notizie di un anno fa che avevo già dimenticato. E seguire l’attualità è il mio mestiere: figurati la gente che non lo fa. Notizie che un telegiornale dopo l’altro sovrappone, rimuove, minimizza. Ma ti posso fare un altro esempio. Ho tradotto i vecchi libri di Woody Allen e sono stato intervistato in proposito da Alain Elkann. Che mi ha chiesto: “Ma lei perché non fa più televisione?” Mi sono ritrovato a raccontargli tutta la faccenda, Travaglio, il Premier che chiede la mia testa dalla Bulgaria eccetera. E lui fa: “Ah. Ma davvero?” Ti sto parlando di un consigliere del ministro Urbani, uno scrittore e giornalista. Un uomo che si occupa di comunicazione. E non era informato!

Ma come mai uno con la tua padronanza dialettica ha offerto il fianco agli attacchi con le parole “Quest’Italia di merda”?

La frase che citi è quella con cui congedai Travaglio al termine della nota intervista: “A questo punto mi chiedo in che Paese viviamo. Comunque volevo ringraziarti perché scrivendo questo libro e parlando come fai, dimostri di essere un uomo libero. E non è facile trovare un uomo libero in questa Italia di merda”. Mi hanno denunciato per vilipendio alla Nazione e la Procura di Roma ha aperto, d’ufficio, un fascicolo, archiviato nell’ottobre 2002 perché per il giudice “la frase, di contenuto certamente greve, va inserita nel contesto della trasmissione che Luttazzi stava conducendo e – come lui stesso ha precisato al pm e in una successiva puntata del programma incriminato – tendeva a stigmatizzare i fenomeni di affarismo e contiguità al crimine organizzato che si stavano illustrando: si può essere politicamente d’accordo o in radicale contrasto con le tesi che l’autore ha palesato, ma la sua rimane manifestazione di libera espressione di pensiero costituzionalmente garantita”. Non saprei dirlo meglio. Qualunque cosa, estrapolata dal suo contesto, può essere strumentalizzata. In quel contesto, era una frase pertinente ed efficace, quella che volevo dire.

Ogni tanto la tua posizione sembra: se non vi piace, è perché non capite – oppure non siete liberi. Tendi a contrattaccare.

Io quello che faccio lo faccio perché mi diverte. Poi se qualcuno mi attacca sul piano intellettuale, ho qualche strumento per difendermi. La gente si diverte con le cose che faccio, viene a vedermi da anni. Non penso che lo faccia pensando: “Stasera non ho voglia di ridere: andiamo a vedere Luttazzi, va’ “.

Ora però vieni seguito non solo perché fai ridere, ma perché fornisci argomenti – politici – a chi non ha la tua abilità dialettica e la tua capacità di documentare.

La satira non è mai solo questione di ridere. Offre un punto di vista.

Ma quando dici “Io faccio quello che mi diverte”, includi la scena del tuo spettacolo col cadavere di Moro e Andreotti che sogna di penetrarne i buchi delle pallottole?

Quella scena, l’hai vista? Neanch’io. Infatti non c’era. Ma alcuni giornali l’hanno raccontata prendendo spunto da un’agenzia ANSA fasulla, in cui si parlava di una fantomatica scena di sodomia! In realtà era un racconto di satira grottesca letto in proscenio da un attore. L’obiettivo del grottesco è far percepire l’orrore di una vicenda. Non è la satira cui siamo abituati in Italia: la si ritrova nel cabaret degli anni ’20 e ’30, poi è stata cancellata dal carico di sofferenze della guerra. Aggiungo che io avevo spiegato in apertura di serata che ci sarebbero stati momenti di satira molto diversi. Satira ironica, che fa ridere, e satira grottesca, che può far male. Perché porta alla risata della disperazione, dell’impotenza. La risata verde. Era forte, perché coinvolgeva in un colpo solo tutti i cardini satirici: politica, religione, sesso e morte. Quello che ho fatto è stato accentuare l’interazione tra gli elementi. Non era di buon gusto? Rabelais e Swift, che hanno esplorato questi lati oscuri della nostra personalità, non si sono mai posti il problema del buon gusto.

Certo tu te lo poni raramente. E in certe cose che hai scritto pare emergere una fascinazione per le secrezioni.

Ho una predilezione per il comico grottesco. E poi, in genere, la satira ha a che fare col corpo.

Chi ti piace dei comici venuti fuori negli ultimi anni?

Molti di loro non dicono assolutamente nulla. Sono televisivi. Cercano la fama con un vestito buffo e un tormentone. In Barracuda avevo ideato un personaggio, Elver il clown, che piombava in trasmissione e ripeteva solo il tormentone “Sì o no? Sì o no?” Era una parodia di quello che stava arrivando. Anni dopo, a Mai dire Gol è apparso il personaggio di un clown che aveva solo un tormentone. L’hanno tolto quando gli hanno ricordato il precedente di Elver.

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Intervista per un quotidiano sardo (giugno 2005):

Racconta in sintesi “Bollito misto…”

Sono 370 pagine di divertimento assoluto. Satira, grottesco, umorismo, comicità pura, slapstick sono impiegati con dovizia e maestria per raccontare nell’ordine: il mio viaggio in Iraq ( missione: intrattenere le truppe al fronte ); l’orrore della situazione politico-sociale-economica-religiosa italiana; e come convertirsi alla kabbalah con Madonna e i suoi amici.

Insomma, è un libro imperdibile.

Quante copie ti aspetti di vendere?

Tutte.

Un critico ha detto che sei un tipo pericoloso…

Sono solo un ragazzo gentile con una luce satanica negli occhi.

Dici che c’è una recrudescenza reazionaria in Italia? Perché?

Lascio che a questa domanda risponda la Chiesa e vado al mare.

Berlusconi è bravo come playboy?

Così com’è bravo a onorare il patto con gli italiani.

Cofferati al rave party…

C’è una foto di Cofferati al rave in cui accenna un sorriso. Quindi quella sera era letteralmente strafatto di exctasy.

Che effetto ti ha fatto la resurrezione di Bossi?

La domanda è: che effetto ha fatto a Luisa Corna.

Un politico che ti piace.

Perché dargli questo vantaggio?

Un’idea che non ti piace.

La guerra per esportare la democrazia.

Fai i nomi per un Governo ideale…

Se scegliessimo a casaccio i ministri fra i passanti che pagano le tasse, avremo già un governo più credibile.

L’Italia si salverà?

No. Leopardi l’aveva già capito secoli fa.

Cosa ti preoccupa maggiormente?

La vigliaccheria della massa.

Il tuo filosofo di riferimento.

Hume.

Dove vai in vacanza?

In una acciaieria di Piombino.

Come ti difendi dal caldo?

Mi insinuo nel gelo che c’è fra Veronica e Silvio.

Possiedi un i-pod? Se sì, cosa c’è dentro?

Ne ho quattro: uno per il jazz, uno per il pop, uno per la classica e uno per gli effetti sonori di frenate automobilistiche.

Tre libri da leggere in spiaggia.

“Bollito misto con mostarda” di Luttazzi, “ Ulisse “ di Joyce e il menù della Baia a Torvaianica.

Giochi al Sudoku?

Mi rifiuto di perdere tempo con le boiate. Il mio gioco preferito è rimorchiare pallavoliste brasiliane.

Soldi, sesso, successo, cosa ti eccita di più?

Il sesso. Soldi e successo li lascio volentieri a Briatore e bin Laden.

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Maxim intervista Luttazzi (novembre 2004):

“Bollito misto con mostarda”. Di che parla?

Satira d’attualità. Commenterò quello che sta capitando in Italia e nel mondo: guerra, terrorismo, religione e ciò che succede quando la politica è in mano a reazionari del calibro di Bush, Blair e Berlusconi. I quali si stanno dando un gran daffare per risolvere la guerra in Irak. O almeno, il gran daffare di chi se ne sbatte delle sorti del mondo.

Pigi Battista sulla “Stampa” ti ha dato del “manganellatore”.

Dall’epoca di Satyricon, appena faccio qualcosa di nuovo, i tromboni ne approfittano per ergersi a difensori del buon gusto. La satira non ha niente a che fare col buon gusto. Come dice Mel Brooks, se non è eccessiva non fa ridere. Ma il loro scopo è un altro: strumentalizzare il tutto per mettermi a tacere.

Perché Berlusconi si è lamentato del Grande Fratello, che lui stesso manda in onda?

Berlusconi teme i reality show, perché sono una concorrenza sleale. La grande operazione di Berlusconi è quella di isolare l’opinione pubblica dai fatti che a lui non conviene far sapere. Riduce il parlamento a un consiglio d’amministrazione che deve solo ratificare la sua volontà. Fa passare leggi in suo favore, come la Cirami o la Gasparri, o lo scandaloso condono edilizio tombale che sana la sua villa in Sardegna. E racconta bubbole. In Italia, secondo lui, le cose sono migliorate da quando è al governo, e miglioreranno sempre di più. E dato che i fatti non confermano questo assioma, Berlusconi semplicemente nega i fatti, dando la colpa alla stampa comunista. Come se i fatti fossero comunisti. Ma esiste Internet, e un’Europa dove l’informazione è libera, e Berlusconi non riesce più a nascondere i disastri che sta combinando.

Questo cosa c’entra con il Grande Fratello?

Nel Grande Fratello a un certo punto i concorrenti possono essere eliminati col voto. Berlusconi ha fatto approvare una riforma della Costituzione in base alla quale il premier diventa un sovrano assoluto. E difficilmente potrà essere cacciato. Quindi capisco che non voglia più il Grande Fratello: perché la gente si ricorderebbe di come funziona una democrazia.

By Daniele Luttazzi at 6 Dic 2005 – 14:29

Interviste random al sottoscritto (node 216)

Trend: si infittiscono le richieste di laureandi per interviste al sottoscritto sul tema satira e censura da inserire in tesi di corsi sulla comunicazione o sulla letteratura. Rispondo volentieri, ma prima accertatevi che alle vostre domande io non abbia già risposto nelle interviste pubblicate in questo blog.

Di seguito, alcune interviste random più o meno recenti che completano il quadro. Spero vi rendiate conto, comunque, che mentre noi siamo qui a ridere e a scherzare, da qualche parte, magari proprio in questo momento, Ricucci si sta scopando Anna Falchi.

Intervista per tesi di laurea (ottobre 2005):

Quello che mi interessa è il rapporto tra la satira e l’informazione; secondo te, soprattutto al momento attuale, qual è il rapporto tra i due generi?

La satira è un commento spietato e divertente su fatti che accadono. La satira si nutre di notizie.

Inoltre, la satira può dare notizie: pochi italiani conoscevano i fatti inquitanti emersi nel processo a Dell’Utri, prima della mia intervista a Marco Travaglio nel 2001. Quattro anni dopo, sulla base di quegli elementi, Dell’Utri è stato condannato in primo grado a 9 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa.

Nel 2001 però il clan berlusconiano scatenò contro di me un attacco senza precedenti, a suon di querele miliardarie ( ho già vinto quelle intentatemi da Berlusconi e da Forza Italia ), gogna mediatica ( cfr i tg e gli opinionisti e gli house organ del biscione, ad es. Panorama, il Giornale e il Foglio: gente che leccava il culo a Berlusconi da vent’anni dava a me del fazioso! ) e ukase bulgaro ( impedirmi di lavorare in Rai, oltre a procurarmi un ingente danno economico e professionale, ha avuto due significati: intimidatorio, e di censura dell’informazione ).

Il presidente dell’ordine dei giornalisti Petrina, dopo l’intervista a Travaglio, ti ha accusato di esercizio abusivo della professione giornalistica; ma allora la satira non ha nessuna possibilità di informare il proprio pubblico senza incorrere in polemiche e denunce?

L’accusa di Petrina non stava in piedi e infatti non ha avuto seguito: il talk show è un genere che prevede interviste da parte del conduttore. Era solo un tentativo meschino di giustificare la mordacchia che mi hanno imposto. In Francia, un ministro è stato costretto a dimettersi quando si è scoperto che faceva pagare allo Stato l’affitto di un appartamento. La notizia era vera: che fosse uno scoop del giornale satirico “Le Canard enchainè” non fa differenza, oltralpe. Da noi la rivoluzione francese deve ancora arrivare. In realtà, da sempre la satira sbugiarda le menzogne del potere, e il potere cerca di impedirglielo: Cleone considerava Aristofane fazioso, dato che Aristofane lo metteva alla berlina. Ma aveva ragione Aristofane.

Il format di tg duel, breve tg satirico che segue il tg2, presentato da Gene Gnocchi, era un’idea tua; fin dai tempi di Tabloid la tua satira prende di mira anche gli stessi meccanismi del linguaggio giornalistico: credi che, soprattutto ora, la satira sia un elemento essenziale da collegare alle notizie, magari per innescare una riflessione nel pubblico sui temi che nei tg non vengono approfonditi?

La satira esisterà sempre, è una categoria dello spirito umano. I tentativi di soffocarla sono solo patetici. Più il potere si basa su bugie e mistificazioni, più le mordacchie aumentano. La satira esprime un punto di vista e ricorda i fatti: con la risata, aiuta a far vedere le cose in prospettiva. Ma è importante non fare confusione: TgDuel non è satira, è comicità. Non a caso Mauro Mazza ( AN ) l’ha affidata a Gnocchi, che è sì simpatico, ma pericoloso come un tortellino in brodo.

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Altra intervista per tesi (ottobre 2005):

Come giudichi l’attuale panorama della satira italiano? E riguardo alla stampa, perche’, secondo te, non esiste piu’ un giornale satirico italiano a diffusione nazionale? E quanto ha influito su tale stato l’uso spesso troppo disinvolto di querele e citazioni miliardarie?

La satira italiana gode di ottima salute. Lo provano gli ostacoli che incontra di continuo. Quanto ai giornali satirici, hanno cicli di vita ben definiti. Duravano 4-5 anni, poi le vendite calavano, poi passavano 10 anni, poi si ricominciava. Certo le querele non aiutavano. Adesso poi c’è internet e un giornale satirico è ormai obsoleto.

Quante minacce di querela hai ricevuto durante la tua carriera e con quali modalita’? Secondo te è plausibile dire che il diritto alla tutela dell’onore nel nostro paese spesso viene utilizzato spregiudicatamente come “diritto alla minaccia”?

Minacce mai. Quando hanno voluto, mi hanno querelato. E’ sempre successo: la satira è un momento libero che il potere non può ammettere. In Paesi più civili del nostro (Francia, Inghilterra ) uno sta più attento a querelare a vanvera, specie quando ha torto. Da noi la lentezza della giustizia avvantaggia chi ti vuol tappare la bocca a prescindere. Quando si scopre che non lo hai diffamato, sono passati 5 anni. Durante i quali nessuno ti ha dato udienza, per paura della querela a monte.

Quante querele hai ricevuto invece?

5, per diffamazione. Berlusconi (20 miliardi. Ha perso e dovrà risarcire le spese legali.) Forza Italia (11 miliardi. Hanno perso, ma hanno fatto subito ricorso. ) Mediaset e Fininvest (5 miliardi ciascuna. Processi in corso.) Cremonini (120 miliardi. Processo in corso.)

Puoi riassumermi brevemente la citazione e l’esito del “caso Tamaro” (per “Va’ dove ti porta il clito”)?

La Tamaro mi accusò di plagio. Se avesse vinto, avrebbe ottenuto così il sequestro immediato del mio libro da tutto il territorio nazionale. Perse. Il giudice dimostrò che il mio libro ricordava il suo perché il mio libro era una parodia del suo ! La Tamaro perse poi anche il ricorso.

Quante battute non hai pubblicato o hai buttato via per paura di incappare in procedimenti giudiziari?

Nessuna, mai. Se una battuta mi fa ridere, la dico.

Come pensi che il tuo “caso” e le varie querele possano incidere sui giovani autori che cominciano ora a fare satira? E quando hai cominciato tu c’era meno paura per le citazioni o no?

Mi sembra che l’intimidazione abbia sortito l’effetto sperato. In tv, adesso i comici fanno, al massimo, blande allusioni. La battuta documentata, che ricorda un fatto, che fa nomi e cognomi, non c’è più. Quando ho cominciato io, i politici erano più distanti da queste cose. Adesso che basano tutto sulla propria immagine non possono permetterti di parlar di loro liberamente.

Qual è la verita’ sulla fine di Lenny Bruce? E inoltre: dava noia perche’ faceva satira politica o soprattutto per la satira sui costumi sessuali degli americani?

E’ quella che si sa: morì di overdose. Dava fastidio perché miscelava la religione al sesso alla politica allo spettacolo alla società alla legge, in anni di post-maccartismo, con un atteggiamento che anticipò il flower power degli hippie anni 60.

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Questionario di Maria Luisa Schinko per un quotidiano friulano (novembre 2005):

Qual è il primo libro letto?

Non mi ricordo. Ero onnivoro e la biblioteca di mio padre nutritissima. A 6 anni provai a tradurre le poesie di una English literature con esiti spassosi per tutti.

L’ultimo?

James Purdy, The house of the solitary maggott.

Il libro sul comodino?

Gaston Bachelard, L’impegno razionalista.

Quello che Le ha cambiato la vita?

Henry Miller, Tropico del cancro. Avevo 26 anni e decisi che avrei smesso con la medicina per dedicare la mia vita alla comicità.

Il più regalato?

Philip Roth, Lamento di Portnoy.

Quello lasciato a metà?

Baricco, Oceano mare. Ho letto la prima frase e l’ho regalato a una ragazza che si era comportata da stronza.

L’autore friulano più amato?

Pasolini, of course.

L’autore italiano?

Gadda.

L’autore straniero?

John Barth.

Il genere preferito?

La satira menippea.

Il personaggio maschile da imitare?

Ulisse.

Il personaggio femminile da corteggiare?

Jodelle.

Quello che ha detestato?

Fantozzi.

Il libro da portare su un’isola deserta?

Come costruire una barca.

Il momento della giornata in cui preferisce leggere?

La mattina.

Il luogo in cui preferisce leggere?

Il mio studio, circondato da una pineta che porta alla spiaggia.

Il titolo più bello?

W. Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate.

Una frase da ricordare?

Un haiku di Matsuo Basho:

Batto le mani / e con gli echi comincia a tramontare / la luna estiva.

Il più bel film tratto da un libro?

I tre giorni del Condor, con R.Redford. Da un romanzo di James Grady.

Quale libro avrebbe voluto scrivere?

V.Nabokov, Il dono.

Qual è il libro che Le somiglia di più?

L. Sterne, La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo.

Un titolo da suggerire?

K.Vonnegut, La colazione dei campioni.

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Terza intervista per tesi (febbraio 2005):

Mi darebbe la sua definizione del termine “censura”?

Censura è impedire che una persona possa esprimere pubblicamente il proprio punto di vista. Può essere attiva ( la persona e/o le sue opere vengono rimosse d’imperio ) e passiva ( la persona e/o le sue opere non hanno più l’accesso ai mass media ).

La censura è sempre esistita: lei nota delle differenze tra quella che caratterizzava la televisione nei primi anni di vita e quella di adesso?

La differenza è enorme. In passato ( anni 50 e 60 ) si trattava di una funzione pubblica: il censore impediva le offese allo Stato, alla religione, alla morale. Oggi i censori difendono gli interessi del capo del governo.

La televisione italiana fa un larghissimo uso dell’autocensura: secondo lei, cos’è l’autocensura?

Parlare d’altro per convenienza.

L’autocensura può essere giustificabile, in certi casi?

Mai, se sei una persona integra.

Lei si è mai autocensurato? Se si, per quali ragioni?

Mai. L’unico criterio, per un comico, è la propria risata. Se una cosa lo fa ridere, la dice. Così superi anche la censura del tuo Super-io: se una cosa ti fa ridere, la dici anche se ideologicamente non la condividi. La pulsione inconscia, grazie al meccanismo comico, raggiunge la coscienza beffando il controllo del Super-io.

Perchè la censura colpisce sopratutto i comici che fanno satira? Eppure anche la satira è tutela dall’art.21 della nostra Costituzione.

La satira è un punto di vista e un po’ di memoria. Cioè commenta in modo divertente dei fatti. E’ la memoria dei fatti a dare fastidio. La RAI arrivò a censurare BLOB che aveva fatto un semplice collage delle frasi dette da Berlusconi durante i suoi 10 anni di attività politica. Il semplice collage evidenziava le menzogne reiterate dell’attuale capo del governo.

Secondo lei, la censura è ineliminabile? Secondo lei, qual è la soluzione per eliminare/limitare la censura?

Una società resa adulta da una educazione alla libertà avvertirebbe il bisogno di una democrazia vera, non sarebbe spaventata dall’eterodosso e giudicherebbe intollerabile, ovvero riprovevole, la censura. C’è tanto lavoro da fare.

La censura non dovrebbe esistere in una democrazia; secondo lei in Italia il problema è dibattuto a sufficienza? Viene affrontato in maniera giusta?

No. Parlarne correttamente significherebbe ricordare che oggi la censura c’è, difende gli interessi di Berlusconi, ne occulta i reati gravissimi ed è pervasiva.

Non potendo andare in televisione le restano i teatri: è vero che in passato ha avuto problemi a presentare gli spettacoli in alcune città? Anche adesso?

In Lombardia, il distributore teatrale è filoberlusconiano e così la Lombardia è verboten. A Roma, il mio ingaggio di una settimana al teatro Olimpico, quest’anno, è saltato dopo un’intervista a Repubblica in cui illustravo i contenuti del mio nuovo monologo. Così mi affitterò da solo l’Auditorium: odio essere censurato. Specie dai pavidi.

Lei ha fatto trasmissioni anche a Mediaset, ha subito censure anche in quelle occasioni?

A Mai dire gol, su 80 battute settimanali me ne venivano approvate 8: quelle divertenti, sì, ma non troppo abrasive. (La Gialappa’s scartava alcune mie battute con la scusa che il loro pizzaiolo sottocasa non le avrebbe capite. Perché loro erano più intelligenti del pizzaiolo sottocasa.) Dopo una mia battuta (“Priebke condannato all’ergastolo. Si vede che non ha fatto in tempo a iscriversi a Forza Italia.”) ci furono interrogazioni parlamentari e strigliate varie. Risultato: alle riunioni del lunedì mattina cominciò a partecipare anche il produttore Mediaset di quel programma. Si sinceravano in anticipo.

Nel 96 feci il talk show Barracuda su Italia 1. Nella prima puntata intervistai Claudio Martelli. Su Berlusconi, Martelli disse:-Berlusconi non è un politico, è un piazzista.- La frase venne tagliata a mia insaputa al montaggio. Dissi che me ne andavo, era una censura intollerabile. Mi mostrarono il mio contratto che conteneva una penale miliardaria. Finii il programma come da contratto e poi lasciai Mediaset.

(Aggiornamento: nell’intervista a Vanity Fair dell’8 dicembre 2005, Fatma Ruffini, l’eminenza grigia di RTI, all’epoca producer di Barracuda, dice di me:- Abbiamo avuto qualche scontro. Certe battute di Luttazzi erano troppo volgari, io le tagliavo.-

Vanity Fair:-Oggi rifarebbe un programma con Luttazzi?-

Fatma:-Non penso che il Luttazzi di oggi accetterebbe i miei tagli.-)

(Insomma, il problema era la mia volgarità, non la loro censura! Ma una battuta satirica esprime un’opinione ed è questa che ti tagliano. La volgarità è il pretesto principe. In America tagliavano Lenny Bruce, ma erano gli anni 50!)

(Oggi non lavorerei a Mediaset non per i tagli di Fatma, ma perché a partire dal 2001 sono uscite le sentenze su Dell’Utri, Previti e Berlusconi, e ho letto gli atti dei relativi processi. Vorrei che li leggesse anche Fatma.)

(-Hai letto l’intervista a Fatma su Vanity Fair?-

-L’ho letta? Non passa giorno che non legga Vanity Fair.-)

La puntata di Satyricon in cui intervista Travaglio le è costata diverse querele, come procedono?

Travaglio parlò di quanto stava emergendo nel processo di Palermo su Dell’Utri e i suoi rapporti con la mafia. Oggi, quattro anni dopo, Dell’Utri è stato condannato a 9 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Le quattro querele per diffamazione (Berlusconi chiede 20 miliardi, Fininvest ne chiede 5, Mediaset 5 e Forza Italia 11) avevano l’unico scopo di impedirmi di continuare a parlarne e di vessarmi economicamente. Una censura violentissima della libera informazione.

Altra forma di censura: il Corriere della Sera mi intervista (7 gennaio 2005, pagina 36) e taglia il paragrafo in cui parlo delle sentenze a carico di Previti e Dell’Utri. (Nell’ultima risposta, ci sono tre puntini … e poi la mia conclusione, che in questo modo è campata in aria e sembra pretestuosa.)

Altro tipo di censura, più subdolo: nella stessa intervista, un box laterale ricorda che “Luttazzi 3 anni fa è stato al centro delle polemiche tv per la satira su Berlusconi”. No: le polemiche erano sull’intervista vera a un giornalista vero che parlava di fatti criminali veri.

In quei due passaggi, il caposervizio del Corriere ha fatto gli interessi del manovratore.

Sia Bonolis che Panariello lo avevano invitato a partecipare alle loro trasmissioni, ma dovendo rimanere muto, paradossale no? Secondo lei questo sarebbe stato un episodio di censura?

Di censura e di banalizzazione della censura precedente, quella subita per Satyricon. Se avessi accettato, tutto sarebbe sembrato una burletta, un gioco. Sia Bonolis che Panariello, d’altronde, sono stati protagonisti di espisodi eclatanti e vergognosi di autocensura pubblica. E infatti continuano a lavorare a pieno ritmo. Così sei gradito: supino e irrilevante.

Crede che un editore (televisivo, giornalistico, etc.) abbia il diritto di controllare i contenuti delle trasmissioni, pezzi, spettacoli, etc. che il suo mezzo diffonde?

Se per controllo si intende la censura delle idee che lui non condivide, non ne ha il diritto, no. Un editore che ha questo vizietto non dovrebbe fare l’editore, non ne è deontologicamente in grado. Un editore vero promuove la libertà di espressione e di critica. Altrimenti è un servo e un propagandista.

Secondo lei, interventi dell’editore sul contenuto dei programmi, pezzi, spettacoli, etc. diffusi possono essere giustificati in qualche modo? Se sì, in quali casi?

A parte l’attenzione per i bambini (ma allora anche i telegiornali dovrebbero avere il bollino rosso “solo per adulti “, dato che la cronaca è violenta) non c’è altra giustificazione se non quella della censura bieca. Certo, a nessuno piace passare per censore. Li riconosci tutti dalla frase:”Non sono un censore, ma…” che premettono a ogni loro censura. La variante che oggi va per la maggiore è “Questa non è censura, è una scelta editoriale.” (Del Noce, RaiUno) Impedire la libertà di satira e di informazione è diventata una scelta editoriale! E non se ne vergognano neppure! Una risata li seppellirà.

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Intervista di Luca Barachetti (giugno 2004):

La satira in Italia ha parecchi problemi di sopravvivenza. In questo senso tu sei un esempio. Partiamo dai fatti più recenti: Baudo ti invita alla puntata di “Novecento” del 10 novembre sul tema della satira. Il tuo intervento viene tagliato delle parti più caustiche e ridotto. Il giorno dopo parecchi giornali, tra cui Repubblica, sottolineano la povertà del tuo intervento. Eppure un critico televisivo dovrebbe notare quando un programma è tagliato, e Baudo ha dichiarato più volte di apprezzarti. Il giorno dopo Repubblica ha chiarito i tagli. Che successe in quella circostanza?

Il giorno dopo, Repubblica non ha chiarito un bel nulla. Anzi: nonostante una mia lettera circostanziata, il critico incapace (Sebastiano Messina) ha continuato a sostenere una mia complicità con Baudo nella vicenda! La logica e la deontologia, a questo punto, imporrebbero la rimozione del critico cieco. Finché questo non accadrà, a Repubblica avranno una rubrica scadente di recensioni tv.

Quanto alla satira, è dai tempi di Aristofane che viene osteggiata dal potere. I bastardi fanno il loro dovere, i comici il proprio.

Pochi giorni dopo, ventiquattro novembre, teatro dell’Archivolto di Genova, vanno in scena per la prima volta i tuoi “Dialoghi Platonici e altre storie”, regia di Giorgio Gallione: i discepoli Platone, Timeo, Menone, Gorgia e Fedone discutono di alcune tematiche dell’attualità. Nella pièce c’è anche la lettura di un testo sull’orrore della vicenda Moro, in cui, a detta dell’ANSA, di Libero, del Giornale e del Messaggero, Andreotti sodomizza la vittima delle Br. Querela da parte della vedova Moro malamente informata sui fatti, scandalo sui giornali e applausi commossi in teatro. In realtà il testo parla d’altro e non ha nessun intento sacrilego (anzi c’è un forte senso di pietas nei confronti di Moro). Piuttosto si dovrebbe parlare di grottesco, o grottesco satirico: ci puoi spiegare che cos’è il grottesco satirico e perché l’hai scelto?

Rimando per completezza al piccolo saggio sul grottesco che ho pubblicato sul mio sito in calce al brano. (ndr, anticipo qui, come spunto iniziale, due delle definizioni più brevi ed esaurienti del concetto di grottesco, quella di Esti Sheinberg: “Il grottesco è un’espressione ironica irrisolvibile, un ibrido che combina l’ironico con l’orripilante”; e quella di Wolfgang Kaiser: “Il grottesco è il mondo straniato. Ma gli elementi di esso che ci sono familiari e naturali non si mostrano strani e pericolosi all’improvviso… ne siamo colpiti e terrificati in modo così potente perché è il nostro mondo che cessa di essere affidabile”).

Più note sono state le querele per l’intervista a Marco Travaglio, la sospensione di “Satyricon” e l’editto bulgaro di Berlusconi. Qual è la tua situazione a livello giudiziario?

Le querele, tutte per diffamazione, sono cinque: una di Berlusconi (venti miliardi), una di Fininvest (cinque miliardi), una di Mediaset (cinque miliardi) e una di Forza Italia (undici miliardi). A queste va aggiunta quella del Gruppo Cremonini (l’avvocato è Virga, lo stesso di Confalonieri) che mi chiede ben centoventi miliardi, sempre per diffamazione: avevo letto un articolo del Corriere della Sera relativo a un blitz dei Carabinieri in un loro stabilimento (l’Inalca, a Rieti) dove lavoravano nottetempo carne avariata.

Al di là della comparsa da Baudo censurata, come sono i tuoi rapporti con la RAI e le altre emittenti private? Hai proposto loro progetti?

Forse non si è capito: le tv in Italia sono tutte controllate, direttamente o indirettamente, da Berlusconi. Siamo in un regime di monopolio. Chi dà fastidio non ha accesso. Molti mi dicono:-Perchè non vai a La 7 ?- Perchè La 7 è una tv che da accordi non può fare più del 3,5 % di share. La parte giornalistica è coordinata da Ferrara, quella spettacolare da Costanzo. Controllano tutto.

La mia idea, semplice ed economica, di una striscia quotidiana di satira sulle news, non interessa a nessuno. Durante la mia partecipazione da Baudo, lo share del suo programma balzò dall’8% al 20% ! Satyricon raggiungeva 7 milioni e mezzo di spettatori. E in seconda serata! Se non interessano questi ascolti, e questi introiti pubblicitari, il problema è politico.

E con la gente?

La gente mi manifesta una solidarietà commovente. Spero che questo si traduca in un voto preciso alle prossime elezioni.

Negli ultimi tempi sembra che anche il teatro subisca tentativi di censura, ad esempio Dario Fo con “L’anomalo bicefalo”. Tu hai incontrato qualche particolare ostacolo nel portare in giro i tuoi spettacoli?

Dario Fo provano a censurarlo dagli anni ’70. Nel frattempo ha preso il Nobel. Questo mi fa ben sperare. È interessante il meccanismo con cui i politici possono influire sul teatro. A parte l’erogazione ministeriale di incarichi, intendo. Le rassegne di teatro esistono grazie agli sponsor (banche, enti, ecc…) Se un grosso sponsor, attivato da un politico bastardo, dice:- Luttazzi meglio di no,- in quella città il mio spettacolo salta. Succede per certo in Lombardia, Veneto, Puglia. Altrove, chissà.

Mi pare di poter dire che in Italia c’è una grossa ignoranza nei confronti della satira e anche della comicità. A scuola, ad esempio, la letteratura comica viene spesso solo sfiorata e si parla raramente di genere carnevalesco o delle teorizzazioni di Michail Bachtin; sui giornali i comici vengono giudicati secondo i canoni e la tradizione del teatro e non del genere comico. Quanto conta l’ignoranza nell’opera di censura che si sta attuando nei confronti dei satirici come te?

Magari fosse ignoranza. Basterebbe fargli leggere dei libri per risolvere il problema. No, la censura ha a che fare con un’idea fascista della politica. Per il fascista, la politica non è partecipazione, ma controllo. Tutto qui.

La satira ha come sua caratteristica essenziale quella di essere contro il potere dominante e, quindi, il suo grado di libertà d’espressione equivale ad un gradiente di democrazia.

La satira è contro il potere in generale, non solo quello dominante. E sì, la libertà d’espressione è un indice di democrazia fra i più importanti.

La satira è un genere multisfaccettato e fortemente influenzato dai tempi. La gente, a riguardo, ha parecchi dubbi; i politici forse anche più: tra i vari motivi della chiusura di “Raiot” della Guzzanti è stato anche dato quello che il programma era un’invettiva. Ma l’invettiva fa parte della satira, giusto?

Certo. L’accusa mostra l’ignoranza di certi rappresentanti del popolo.

Altro atto d’accusa: la satira non deve informare. In questi tempi di informazione pilotata e bugie che scatenano le guerre, i comici sono quantomeno costretti a informare.

La satira, essendo un commento caustico sui fatti, informa per forza. Se non lo fa, non è satira, ma presa in giro bonaria, sfottò reazionario. Ad esempio, la gag del “Cavaliere mascarato” su Striscia non è satira.

Oltre alle accuse, anche la confusione: per molti anche “Striscia la notizia” o “Le iene” fanno satira; per altri ancora pure il Bagaglino. Perché questi programmi non si possono considerare satirici?

In ultima analisi, perché vengono trasmessi da Mediaset. A Mediaset mandano in onda solo quello che gli fa comodo. Guai a toccare davvero il capo. Il fatto è che da quando Berlusconi fa politica, ogni sua azienda è propaganda. Se credi di starci dentro e di agire liberamente, sei come minimo un illuso.

Ci potresti dare una definizione di satira? E magari consigliare pure alcuni libri che chiariscano la questione?

La satira è un punto di vista divertente (quello dell’autore) unito a un po’ di memoria (dei fatti commentati). Invece di leggere saggi sull’argomento, credo sia meglio goderne direttamente frequentando autori del calibro di Laurence Sterne, Mark Twain, Karl Kraus, Lenny Bruce.

Collegato al concetto di satira c’è quello di tabù. Che cos’è un tabù? Perché la satira “uccide” i tabù? Come si genera il meccanismo del riso?

Per Freud, i tabù sono il fondamento della civiltà, e trovo ci sia del vero. Una comunità non potrebbe esistere senza tabù (ad esempio, quello dell’incesto). Più in generale, i tabù hanno radici nel mito e sono frutto dell’ignoranza su quanto ci determina e condiziona. L’arte, non solo la satira, ha fra i suoi effetti quello di illuminare gli angoli bui del nostro immaginario e in questo risiede buona parte della sua importanza. Quanto ai meccanismi del riso, non posso parlarne. Sono un tabù.

Ora volevo soffermarmi su alcuni aspetti della tua carriera artistica. Quali sono gli artisti che maggiormente ti influenzano?

L’elenco sarebbe troppo lungo. Per la comicità, Woody Allen e Lenny Bruce. Per le arti figurative, Picasso e Tex Avery. Per il cinema, Hitchcock e Buñuel. Per la musica, Mozart e John Zorn. Per la letteratura, John Barth e Vladimir Nabokov. Per il ciclismo, Eddy Merckx.

I tuoi spettacoli sono molto diversi nei contenuti: a volte fortemente politico-sociali (come “Adenoidi”); altre volte più di costume (come “Sesso con Luttazzi”). Quelli politici nascono da un tuo lavoro di documentazione preciso e illuminante, quelli di costume invece?

No, anche “Sesso con Luttazzi” è uno spettacolo politico. La politica riguarda i rapporti di forza fra gli individui e i conflitti che questi generano. Per questo, sia il potere economico (il marketing) che quello ideologico (la religione) usano il sesso per controllare le persone. E’ la lezione di Foucault. Se parli di sesso come ne parlo io, fai politica. La satira di costume la lascio agli inglesi.

Una cosa che mi colpisce della tua produzione è che le tue battute hanno una loro autonomia anche sulla pagina del libro, a differenza di molti altri comici che non sanno fare ridere se non sul palco, e poi riportano le parole del palco sulla carta. Tu, invece, come lavori?

Prima scrivo un racconto. Dal racconto ricavo il monologo. Sono due cose diverse, ma il racconto viene prima.

”Satyricon”, tra i tuoi spettacoli, è quello che ha un riferimento letterario più evidente. Titolandolo così volevi rimarcare un parallelismo tra i nostri tempi e il decadimento morale dell’età in cui Petronio scrisse quell’opera?

La decadenza morale è propria di tutti i tempi. E dato che l’ontogenesi segue la filogenesi, per ciascuno di noi la data esatta della decadenza si situa al periodo della pubertà.

Il teatro ti offre la possibilità di stare a stretto contatto con le persone. Come vedi il rapporto tra le persone e l’informazione? C’è voglia di informarmi veramente e superare gli steccati politici in cui è ingabbiato oggi il giornalismo italiano? Io, che ho vent’anni e vivo in una realtà tipicamente provinciale, sento nei miei coetanei poca voglia di informarsi e informare e ancora meno interesse a non lasciarsi ingannare…

Il tuo campione non è significativo. Neppure il mio. Mi pare però di scorgere un rinnovato interesse alle cose del mondo, e non solo da parte delle nuove generazioni.

Che cosa si deve fare per arrivare ad avere un bagaglio informativo pulito?

Avere la pazienza di verificare nel tempo quelle fonti di informazione che non censurano i fatti ne’ li edulcorano a scopi di propaganda. Ad esempio il Tg Uno di Mimun è pessimo. E infatti è stato premiato con l’Oscar della tv di Daniele Piombi e Gigi Vesigna.

By Daniele Luttazzi at 5 Dic 2005 – 17:49

Luttazzi e i fumetti – 3 febbraio 2004 (node 177)

Luttazzi e i fumetti

intervista di Alessandro di Nocera (www.comicus.it)

Luttazzi è un artista poliedrico, poco inquadrabile. Chi ne ha seguito i passi fin dall’inizio sa che il suo campo d’azione non si limita alla comicità e alla satira. Le sue performances sono un vero e proprio studio sulle molteplici possibilità che i media offrono alla comunicazione nella sua accezione più ampia e sperimentale (teatro, televisione, letteratura, arte grafica, musica, ecc.).

Luttazzi ha fatto esperienza anche coi fumetti: collezionandoli, realizzandoli, adattandoli in lingua italiana, affiancandoli (quando i suoi straordinari pezzi apparivano sulla rivista “Comix”), utilizzandoli come elementi di spunto per i suoi testi.

Ci è parso quindi interessante andare un po’ a indagare sui suoi rapporti col linguaggio delle nuvolette.

Allora, Daniele: a cavallo tra il 1992 e il ’93 traducesti per le Edizioni Telemaco di Daniele Brolli “#$@&! – L’antologia di Lloyd Llewellyn” di Daniel Clowes. Nell’introduzione a quel volume dimostravi di avere gusti precisi e grande competenza per ciò che attiene gli artisti e le opere del mondo dei comics. Ora, siccome i lavori di Clowes – ieri più che oggi – erano un oggetto di culto per un pubblico di eletti, potresti dirmi come ci sei arrivato? Sei partito dalla lettura dei fumetti più popolari e, diciamo così, mainstream? E, se sì, chi è stata la prima guida – il tuo personale Virgilio – che ti ha introdotto a questo medium?

Devo la mia solida formazione nel campo del fumetto a mio zio Alfonso, pittore, che era un appassionato collezionista dei maestri. A 8 anni conoscevo già tutti i classici editi in Italia negli anni Cinquanta e Sessanta (Topolino, Flash Gordon, il principe Valiant, l’Uomo mascherato, Mandrake, Rip Kirby). Tra le riviste ricordo “Il Vittorioso”, “Il Giorno per ragazzi” con le mirabolanti avventure di Dan Dare. E ancora gli albi di Blake & Mortimer, Diabolik, Valentina (!), Michel Vaillant e “Linus”. Leggevo anche il Giornalino delle edizioni Paoline. Avevo già i miei disegnatori preferiti (Alex Raymond, Mac Raboy, Milton Caniff e Jacovitti). Verso i 14 anni (siamo negli anni Settanta), compaiono in edicola i fumetti Marvel, primo vero shock culturale della mia generazione. Colleziono “Uomo Ragno”, “Devil”, “Thor” e “Fantastici Quattro”, e più tardi “Capitan America”: ogni testata fino al numero 60-70. Mi innamoro di Jack Kirby , John Buscema (Silver Surfer!) e Jim Steranko. Alla fine degli anni Settanta, “Alterlinus” mi fa conoscere i francesi di Metal Hurlant (Moebius, Druillet) e Andrea Pazienza, mentre “Il Male”, “Cannibale” e “Frigidaire” si incaricano del secondo shock culturale, più profondo e duraturo: mi imbatto nei lavori indimenticabili di Tamburini, Liberatore, Scozzari, Mattioli e Mannelli. Uno dei vantaggi di abitare in Romagna era la possibilità di frequentare Bologna, e in particolare la mecca del fumetto, Alessandro Distribuzioni. E’ lì che comincio a leggere “The Comics Journal” e ad aggiornarmi periodicamente sulla produzione fumettistica mondiale. Compro regolarmente “Eightball”, l’albo di Daniel Clowes. In tutta Italia, all’epoca, eravamo solo in due a conoscerlo: io e Daniele Brolli, che poi lo avrebbe editato proponendomi la traduzione.

Hai continuato a seguire le sue storie anche successivamente?

Da allora non mi perdo alcun lavoro di Clowes.

Che cosa ti attrae del suo universo narrativo e della sua poetica?

Mi piace il suo neorealismo visionario. Il suo tratto è perfetto per il genere (cfr. la fronte sudaticcia di certi personaggi, ecc.). Sa descrivere la noia della provincia americana come nessun altro.

Quando rievochi il tuo primo approccio ai fumetti Marvel usi la definizione “shock culturale”. Sembra forse un luogo comune parlarne per chi come noi è nato negli anni Sessanta, ma in che modo – analizzando la cosa con gli occhi di oggi – i personaggi di Lee, Kirby e soci ti colpirono e perché collezionavi gli albi italiani solo fino ai numeri 60-70? Ti venivano fatalmente a noia?

La fantasia di Stan Lee era fuori dal comune. Era un creatore di mondi. Dopo il 60esimo numero, circa, subentravano, in genere, sceneggiatori e disegnatori che non mi interessavano più. A proposito: prima, quando nominavo i miei artisti Marvel preferiti, ho dimenticato di citare John Romita sr. e Gene Colan.

Il secondo “shock culturale” a cui invece fai riferimento riguarda la scoperta di riviste come “Il Male”, “Cannibale” e “Frigidaire”. Si trattava di pubblicazioni che proponevano delle visioni satiriche della politica e della società ferocissime e assolutamente inedite per il nostro paese. Quando oggi si parla del tuo modo di fare satira si tira in ballo subito il modello Lenny Bruce o David Letterman, ma in che modo gli artisti che apparivano su quelle pagine hanno “lavorato” sul tuo immaginario e sul tuo approccio all’arte della satira (che comunque – grazie alla tua particolare presenza scenica e al tuo candore stralunato – ha un che di fumettistico e cartoonesco)?

Il Male, Cannibale e il primo Frigidaire hanno scolpito una volta per tutte la mia sensibilità artistica. Non si può più tornare vergini dopo aver letto Ranx Xerox o Zanardi. Era il periodo dei miei 20 anni. Vi associo automaticamente: il Settantotto, Bologna, il Dams, il sesso, i Gaz Nevada, i Devo, gli Skiantos, i Talking Heads, i Residents, i Confusional Quartet, il punk, il mio gruppo musicale (Ze Endoten Controls), l’università, Radio Alice, Kossiga, l’eroina, la p38, lo stragismo di Stato. Una nuova generazione si presentava alla ribalta con tanta rabbia e tantissime idee. Lenny Bruce e Letterman li ho scoperti dopo.

Quali altri autori apprezzi in modo particolare?

Herriman (Krazy Kat) e Winsor McCay (Little Nemo). Fra gli autori moderni che prediligo non posso non ricordare Bill Kriegstein, Jules Feiffer, Art Spiegelman, Bill Sienkiewicz, Howard Chaykin, Frank Miller, Igort, Harvey Kurtzman, John Kricfalusi (“Ren & Stimpy”), Charles Burns, i fratelli Hernandez (“Love and Rockets”) e F.C. Ware (l’autore di “Jim Corrigan”). Inoltre, tutto quello che nella loro vita hanno realizzato i cartoonist Tex Avery (il genio della MGM ) e Stephen Bosustow (“Gerald McBoing Boing” e “Mr.Magoo”) mi rende felice come una pasqua. Fra i vignettisti prediligo Jaro Fabry, E. Simms Campbell, Irwin Kaplan e Gahan Wilson. Fra gli illustratori di copertine per paperback, in assoluto Robert McGinnis.

E che mi dici del tuo conterraneo Magnus? Che ricordo hai di questo narratore immenso? Lo hai seguito nei suoi lavori personali come “Lo Sconosciuto” o “I Briganti”? E, a proposito di comicità a fumetti, leggevi “Alan Ford”? Apprezzavi l’umorismo di Max Bunker?

Magnus mi piace moltissimo, soprattutto nei suoi lavori personali (“Lo Sconosciuto”, “I Briganti”, “La Compagnia della forca”, “Le 110 pillole”, “Nekron”). Max Bunker è perfetto per un tredicenne, poi stufa.

Se ti dicessi che in tempi recenti nell’universo della DC Comics Lex Luthor è diventato da qualche anno presidente degli Stati Uniti, ti fischierebbero le orecchie? Ricordo che in un tuo libro antologico del 1999 – “Adenoidi” – comparve un bizzarro pastiche intitolato “Martini contro Galactus”. Era un testo scritto nel 1994, in cui ti divertivi a imbastire dei grotteschi cross-over in cui il cardinale Martini si alleava con Silver Surfer e altri supereroi Marvel per sconfiggere i rappresentanti del Male (Mefisto; Galactus il divoratore di mondi, ecc.). E a un certo punto tiravi in ballo anche l’Uomo Ragno del 2099. Praticamente era una parodia del modo “fumettizzato” in cui la chiesa cattolica spesso tende a dipingere un già di per sé assurdo conflitto metafisico tra le forze del Bene e quelle demoniache. Qual è il tuo attuale rapporto con il genere supereroistico? Ti diverti a seguirlo oggi come allora?

I fumetti della DC Comics li ho sempre trovati troppo infantili per i miei gusti. Quelli della Marvel non li leggo più da tempo, ma ogni tanto chiedo agli amici che ci lavorano a che punto sono le vicende dei personaggi più importanti. Trovo orripilante che si siano messi a riscrivere gli inizi di quelli più famosi, allo scopo di conquistare il pubblico più giovane.

Be’, se gli esponenti dell’attuale governo hanno cercato di ostracizzarti, dopo questa dichiarazione i fan di Superman, Batman e Co. vorranno mettere addirittura una taglia sulla tua testa! Eppure hai detto che tra i tuoi cartoonist preferiti c’è Frank Miller, l’autore de “Il ritorno del Cavaliere Oscuro” e “Ronin”, prodotti della DC Comics. Per non parlare poi di capolavori come “Watchmen” e “V for Vendetta”, scritti dall’inglese Alan Moore sempre per la stessa casa editrice. Ti riferivi forse alle storie prodotte negli anni Sessanta e Settanta? Quelle, per intenderci, pubblicate tanti anni fa dalla Cenisio?

Certo, mi riferivo alla DC Comics anni Sessanta e Settanta. Miller e Moore sono fra i miei preferiti. Ho letto tutto quello che hanno fatto. “Elektra Assassin” di Miller e Sienkiewicz (Marvel) per esempio, è un gioiello.

Italiani, giapponesi, sud-americani, franco-belgi?

Fra gli italiani di oggi, Francesca Ghermandi (scrissi l’introduzione al suo “Yawatha Pete” ), Gabriella Giandelli, Igort, Stefano Ricci e Massimo Giacon. Dei giapponesi il mio preferito è “Akira”. Di recente, gli amici di Mondo Bizzarro mi hanno fatto scoprire autori stratosferici: Takato Yamamoto, Mark Ryden, Daniel Ouellette e Joe Sorren.

Il tuo recente “Capolavori” è una raccolta di sketch e di ritratti a mano libera realizzati con una linea sottile e delicata (e adesso che mi hai svelato chi sono i tuoi vignettisti e illustratori preferiti, percepisco meglio le influenze del tuo stile). Hai mai pensato – vista la tua passione per il medium delle nuvolette – di scrivere e disegnare anche storie a fumetti?

Una serie a fumetti l’ho disegnata: “Le avventure dei Pezzati”. Era per il mensile “Giochiamo”, organo ufficiale dei lupetti Agesci (Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani), a metà degli anni Ottanta. La serie venne interrotta sul più bello perché poco ortodossa. Non ho più fatto fumetti da allora, ma non ho mai smesso di disegnare. Da piccolo mi ero ripromesso di imparare a disegnare bene e posso dire di esserci riuscito. Quando disegno, il tempo si ferma e torno alla mia infanzia. E’ un piacere meraviglioso e profondo.

In che senso “Le avventure dei Pezzati” era “poco ortodossa” ?

I Pezzati cadevano in un fiume contaminato dalle sostanze chimiche versate dall’azienda di un proprietario privo di scrupoli. E questo li trasformava in super-eroi con super-poteri. Temporaneamente. Giusto il tempo necessario per dare una bella lezione all’industriale, che fra l’altro era il padre di Silvia, una dei Pezzati. La storia prevedeva un lieto fine, ma è rimasta incompleta.

Su quale personaggio dei comics ti piacerebbe lavorare, realizzandone magari uno one-shot?

Su Silver Surfer, il mio preferito fra tutti.

By Daniele Luttazzi at 2 Nov 2005 – 13:04

Parla Luttazzi – 21 marzo 2001 (node 176)

Parla Luttazzi, intervista di Curzio Maltese, La Repubblica, 21 marzo 2001

Caro Luttazzi, allora questa sera su Raidue non va in onda il suo Satyricon ma quello di Fellini.

E’ uno scandalo. Si tratta di una manovra elettorale contro il Polo. Quel film trasuda anti berlusconismo, Trimalcione è una chiara metafora, anche fisica, del Cavaliere. Fellini aveva previsto tutto, d’accordo con Veltroni. Senza contare il precedente di Ginger e Fred, dove Fellini ridicolizza Berlusconi, nella parte di Ginger. Mi domando dove andremo a finire. Spero che intervengano la commissione di vigilanza, i presidenti delle Camere.

Vedo che nonostante tutto non le hanno fatto passare la voglia diridere.

Sono un ottimista, come in fondo tutti i comici. Se non pensi che il mondo possa essere migliore, come fai a far ridere sulle sue storture?

E’ una stortura la reazione del Polo, la richiesta di dimissioni deivertici Rai?

Ma che cosa ho fatto in fondo? Ho fatto qualche domanda. In una democrazia le domande sui personaggi pubblici sono lecite. Siamo in democrazia, no? Lo ripeto soprattutto per quelli che da giovedì mi controllano il telefono.

I leader e i giornali della destra l’accusano di avere organizzatotutto a fini elettorali, lei, Freccero e i capi dell’Ulivo vi sietetrovati con il guru americano Greenberg e…

E’ insultante. Ma no, ridicolo. Nessuno sa nulla del mio programma finché non registriamo, compreso Freccero. E poi quali sarebbero I mandanti, i capi della sinistra? Ma se perfino D’Alema mi ha attaccato! Ma chi non usa la libertà non la capisce. E’ andata nel modo più semplice, ho letto il libro di Travaglio, mi è piaciuto. Raccontava cose importanti, documentate. Non aveva avuto nessuna querela, soltanto non se ne parlava. Io sono curioso. Mi sono detto, lo invito io e vediamo che cosa succede .

Bene, ora ha visto che cosa è successo? Se l’aspettava?

Davvero no, non avevo il minimo sospetto. E’ stato un interessante esperimento sociologico dal vivo sul grado di libertà in Italia.

E perché c’è stata questa reazione, secondo lei?

Non lo sapevo ma l’ho capito leggendo l’Herald Tribune. Dice che avrei infranto un lungo e tacito patto fra maggioranza, opposizione e grande parte dell’informazione per cui in Italia dei temi scabrosi della fortuna di Berlusconi non si deve fare menzione. E l’autore, James Walston, aggiunge che però sono domande politiche in cerca di risposte. Per molto meno Clinton è stato crocefisso sui giornali e sulle tv americane e costretto a spiegare nel dettaglio i suoi rapporti con la Lewinski. Beh, giuro che non pensavo che in Italia la democrazia funzionasse in maniera così diversa, che le domande non si potessero fare. Non disturbate il conducente, insomma. Ma disturbare il conducente è il mio mestiere.

Ma le era già capitato di avere guai con i politici, per esempio con le battute contro il ritorno dei socialisti.

Già. Stefania Craxi commentò: chissà dov’era questo cuor di leone di Luttazzi quando mio padre era presidente del consiglio. Io me lo ricordo. Nell’88 feci una battuta su Craxi e sparii dalla televisione per quattro anni.

Si aspetta la stessa sanzione se vince la destra dopo il 13 maggio?

In una democrazia un politico ha tutti i diritti di dire: “non mi èpiaciuto”. Quello dove un politico può dire: “non mi è piaciuto,quindi non va più in onda” si chiama regime.

Dicono che non c’era contraddittorio.

Non è colpa mia, invito da mesi Berlusconi e non mi risponde. Come del resto Rutelli. E Fini, Storace, Bossi. Hanno accettato soltanto Pannella, Di Pietro e Fassino”.

Violante l’ha criticata per quel “in questa Italia di merda”.

“L’Italia di merda” era riferito agli argomenti di cui avevo parlatocon Travaglio. L’Italia della mafia, dell’omertà sui potenti, delle stragi, dei soldi sporchi, come la vogliamo chiamare, Bel paese?

Cossiga ha detto che un guitto non può processare Berlusconi.

Mi onoro di essere un guitto, un clown, ma non ho processato nessuno. Ho soltanto fatto domande. Una cosa normalissima, se non fosse che nessun altro le aveva mai fatte in televisione. Sui giornali sì, sui libri sì, in tv mai. Tutto qui. Non sono un eroe. Soltanto di una cosa sono davvero orgoglioso, che il mio Satyricon sia servito a far mandare in onda l’intervista a Paolo Borsellino, un documento straordinario, incredibilmente censurato.

In tv certe cose non si dicono…

Io ho rispetto del pubblico, mi rivolgo a gente adulta. Questi politici invece disprezzano gli elettori, considerano gli italiani una massa di bambini scemi da tutelare, ai quali va somministrata una pappa omogeneizzata. Vogliono decidere quello che può o non può essere mandato in onda per cittadini incapaci di decidere da soli. Hanno un’idea spaventosa degli italiani.

By Daniele Luttazzi at 1 Nov 2005 – 11:47

Capolavori – novembre 2002 (node 175)

Capolavori, intervista di Gomma per Feltrinelli.it, novembre 2002.

Il libro è illustrato. Non sapevo che disegnassi…

Nella vita coltivo tre grandi passioni: l’umorismo, il disegno e la musica. Disegno da quando ho quattro anni. Mio zio era un allievo di Vespignani. Dipingeva in una soffitta dove io andavo volentieri perché lui mi dava fogli e pennarelli. Quel piacere lo rinnovo ogni giorno da allora. Il libro raccoglie disegni fatti negli ultimi vent’anni. Sono i personaggi delle storie che racconto. Disegnarli mi aiuta. Gli stili variano a seconda della tecnica adottata. Ad esempio la stlizzazione anni cinquanta, che mi piace molto, richiede un certo tipo di penna. Per gli ultimi ritratti invece uso un pennarello che ho trovato in America e che dà effetti simili a quelli del pennello. Quanto alla musica, all’inizio degli anni ottanta suonavo e cantavo nei ze endoten control’s, un gruppo new wave. Continuo a scrivere canzoni. Ada Montellanico ne ha incisa una, Sometimes, nel suo ultimo disco.

La tua scrittura è sintetica e velocissima. E’ una ricerca stilistica o qualcosa legato al tuo modo di stare in scena?

Come dice Shakespeare nell’Amleto, “La brevità è l’anima del motto di spirito.” E in effetti la tendenza di una buona battuta è quella di esprimere il massimo col minimo dei termini utilizzati. Per cui si lima, si lima e si lima per arrivare all’essenziale. “Mio nonno era un duro. Un vero duro. Sulla sua lapide c’è scritto: Cazzo guardi?” Quando certi giornalisti cercano di riprodurre le battute parafrasandole, si perde l’effetto. Non è il contenuto di una battuta a far ridere. E’ il meccanismo. C’è un vecchio esperimento di teatro che consiste in questo: se dici qualcosa che non è una battuta, ma ha il ritmo di una battuta, il pubblico ride lo stesso. Chi pratica il mio tipo di racket segue regole analoghe a quelle dei poeti. “In ogni uomo di spirito c’è qualcosa del poeta”, scriveva Bergson, ed è verissimo. Esattezza, innanzitutto. Sintesi. E poi il ritmo. Non a caso tutti i comici monologhisti suonano uno strumento. Quanto alla velocità, Mack Sennett insegna che più è forsennata, più fa ridere. E’ uno dei motivi per cui parlo velocissimo. L’altro motivo è che da piccolo balbettavo e un foniatra mi insegnò a dire frasi complesse senza impaperarmi. Il controllo del respiro è fondamentale. Mi alleno in piscina nuotando in apnea per allungare il fiato. Così riesco a tirare fuori frasi più lunghe del normale con un fiato solo. Gli spettatori respirano inconsciamente con me, poi arrivano al punto in cui vanno in apnea e restano come sospesi. Quando arriva la battuta, tornano a respirare e ridono ancora più forte. Uhmmm, questo era un mio piccolo segreto.

Dopo la cacciata dalla Rai hai avuto, nel rapporto diretto col pubblico a teatro, un’esplosione di popolarità. Come la spieghi ?

La gente si accorge quando una persona in tv non finge. E ovviamente è entrata in gioco la dinamica di Davide e Golia: si parteggia sempre per la vittima. Nella famosa intervista a Marco Travaglio ho fatto domande legittime, che molti avrebbero voluto fare, che erano nell’aria ma che nessun giornalista accreditato faceva, all’interno di una campagna elettorale alla camomilla, con una sinistra allo sbando e che non voleva darlo a vedere. L’Espresso titolò: Vota Luttazzi! Non c’era altro. Ho costretto la gente a schierarsi e questo si paga.

Tornassi in Rai domani, rifaresti tutto quello che hai fatto?

Certo, perché la domanda che ho posto un anno fa (“Cavaliere, dove ha preso i soldi?”) è ancora senza risposta. Sono stato querelato per diffamazione, ma questo è assurdo. Per preparare le mie domande mi sono documentato leggendo sentenze e atti processuali. Si può essere denunciati solo perché si è capaci di leggere? La gente ha il diritto di essere informata. Non è un caso che Berlusconi stia tentando di controllare tutti i mezzi di comunicazione più importanti e diffusi. A botta calda, molti miei amici mi chiedevano, facendomi molto arrabbiare: ”Ma chi te l’ha fatto fare?” Se fai satira non hai nè il carattere nè il tempo di fare calcoli di convenienza. Ti basi su un altro criterio di giudizio e di interpretazione della realtà. E’ la piccola verità di ogni risata: uno deve fidarsi di questo. Si tratta di qualcosa che va al di là delle ideologie e che sta in piedi solo perché fa ridere.

Torniamo a Capolavori. La satira è spalmata su numerosi argomenti, non c’è solo la politica.

Da Aristofane a oggi, i temi della satira sono sempre quelli: politica, religione, sesso e morte. Non faccio eccezione.

Facendo satira, colpiscono di più il pubblico le battute sulla religione o quelle sulla droga?

In Italia fa arrabbiare senz’altro di più la religione. La droga è un fenomeno sentito ancora come marginale. Io ho un punto di vista un po’ particolare: vengo dal riminese dove negli anni settanta l’eroina ha falcidiato un’intera generazione. Molte canzoni che eseguivo col mio gruppo trattavano di questo argomento perché i nostri coetanei cadevano uno dopo l’altro come in un’ecatombe. Delle nuove droghe so poco, non frequento più le discoteche. Per quanto riguarda la religione, le cose stanno così: siamo ancora un Paese cattolicissimo, vieni educato fin da piccolo al catechismo parrocchiale, vieni plagiato continuamente. Le mie battute sottolineano il fatto che la religione, come molti altri metodi interpretativi del reale, è una pura convenzione. Come ti inculcano il credo nell’aldilà potrebbero inculcarti il credo in qualsiasi altra cosa. Le religioni, e le ideologie in genere, non mi piacciono perché le persone smettono di vedere la realtà per come è. Ma la grande lezione di Lenny Bruce è “la realtà è ciò che è, non ciò che dovrebbe essere.” La religione ti impedisce di farlo e la persona in questo modo si perde.

Sui media si vede oggi molto sesso esplicito. Veline e letterine, coi loro corpi esposti, sono diventate un modello per le ragazze più giovani. Dove trovi lo spazio creativo per fare satira riguardo al sesso?

Guardo come il fenomeno altera i rapporti interpersonali, come cambia le relazioni umane. Già Foucault, quarant’anni fa, scriveva che il sesso viene utilizzato dal potere come mezzo di controllo. Lo fa anche la Chiesa: controllando il sesso, controlli la persona. Inoltre, il sesso sbandierato diventa un narcotico. Non bisogna confondere questo aspetto con quello legato alla tradizione comica: la risata è legata alla liberazione del corporeo. Di qui gli spettacoli di varietà, coi comici accanto alle soubrettes. Le ipocrisie di oggi sono diverse da quelle degli anni ’60 o ’70. Non avrebbe senso rifare Le tentazione del dottor Antonio o Myra Breckinridge. Ma i reazionari ci sono sempre. Quando Berlusconi disse che voleva riaprire le case chiuse perché non sopportava che i suoi figli vedessero spettacoli indecenti per la strada, commentai: ”Smetta di portarli a Canale 5.”

By Daniele Luttazzi at 1 Nov 2005 – 14:44

La mia sfida ai cinque tabù della Rai – 3 marzo 2003 (node 174)

La mia sfida ai cinque tabù della Rai, intervista di Andrea Scanzi, il manifesto, 3 marzo 2003

Il suo ultimo spettacolo, Adenoidi, è ovunque sold out. La clandestinità teatrale rafforza il legame fisico-affettivo tra artista e spettatore. In tv, Luttazzi non ci può andare. “Ed è un peccato. La tv offre possibilità tecniche che il teatro non ha.” Paga ancora le polemiche di Satyricon. Berlusconi non ha risposto. Ha querelato.

Lui, Forza Italia, Fininvest, Mediaset e Cremonini ( il boss della carne ) mi chiedono più o meno 160 miliardi di lire. Non ce li ho. Non faccio l’idraulico.

L’anno scorso Berlusconi ha imposto l’esclusione dalla Rai di Biagi, Santoro e Luttazzi.

Un dirigente Rai mi ha spiegato che esistono cinque temi tabù su cui non si può ironizzare liberamente come piace a me:; la religione, il capo dello Stato, gli handicap fisici, le razze diverse e l’omosessualità. L’ho ringraziato. La prossima volta che torno in tv, in diretta, la prima battuta che dirò sarà: “ Cristo d’un Dio!, dice Ciampi, quello zoppo di un negro è una checca! “

Qualcuno ti chiede ancora se esiste la censura in Italia.

Io ne sono una prova. Quando lavoravo a Mediaset con Barracuda, come primo ospite mi mandarono Martelli. Gli chiesi di Berlusconi. Mi rispose:” Berlusconi non è un politico, è un piazzista.” Quella frase non andò mai in onda. La tagliarono al montaggio senza avvertirmi. Questa è la libertà di Mediaset.

E Le iene? Striscia?

Quella non è satira. E’ giornalismo con sfottò. E lo sfottò è sempre reazionario. Io aspetto che Striscia faccia un’inchiesta sul falso in bilancio di Berlusconi, non sul suo fard. Sono trasmissioni funzionali a Berlusconi, perché danno l’illusione che le reti Mediaset siano libere.

In Adenoidi attacchi duramente Costanzo.

Ho visto la sua intervista a Berlusconi prima della pausa estiva. Avrebbe potuto chiedergli di tutto: la depenalizzazione del falso in bilancio, il processo Lodo Modadori, il conflitto d’interessi, All Iberian… Costanzo non chiese nulla. Pochi giorni dopo, ho fatto uno spettacolo alla festa de l’Unità di Reggio Emilia. In programma c’era un’intervista a Fassino fatta da Costanzo. La sinistra deve smetterla di confondersi con questi personaggi.

A proposito, la sinistra come sta?

Mi ricorda i quadri di Jackson Pollock. Un caos espressionista, spesso astratto.

Con Berlusconi sei durissimo.

Il suo governo, oltre che fascista, è pure illegale. La legge italiana vieta a chi ha concessioni pubbliche di candidarsi. E il delirante “editto di Arcore” scritto per lui da Giuliano Ferrara conteneva passaggi eversivi. Repubblica presidenziale, giustizia sottoposta all’esecutivo, affossa-mento della tv pubblica: è il programma di questo governo, scritto vent’anni fa da Licio Gelli. Stanno realizzando una sorta di golpe al rallentatore. Devono andare via. Ci siamo vaccinati, adesso basta.

Quando hai capito che volevi fare teatro?

A Santarcangelo di Romagna, dove sono nato, vidi il Dialogo di Gaber e Mistero buffo di Dario Fo. Rimasi totalmente affascinato. Con un amico facevo a gara a chi riusciva a far partire gli applausi. A fine spettacolo, Fo disse:” Per curiosità, chi erano quei due cretini che applaudivano a caso?”

Quando tornerai in tv?

Al prossimo governo. Forse.

By Daniele Luttazzi at 1 Nov 2005 – 14:47

La satira urla sul palco – 28 febbraio 2002 (node 173)

La satira urla sul palco, intervista di Gianfranco Capitta, il manifesto, 28 febbraio 2002

Daniele Luttazzi torna in scena portando per tutta l’Italia il suo Luttazzi Satyricon. Intanto prepara un film, “satirico e politico”, e continua a divertirsi moltissimo. Gli vengono ormai attribuite dal governo responsabilità ingenti rispetto all’ultima campagna elettorale. In tv, nonostante i record di ascolti, non torna. Perché?

Perché c’è questo governo. La scusa ufficiale è che i varietà costano. Ma Satyricon faceva guadagnare tre volte la sua spesa. La mia proposta è fare cinque minuti di satira quotidiana dopo il Tg2. Rispondono:-Non ci interessa.- E’ dieci anni che cercano l’alternativa a Striscia la notizia, gliela offro, non gli interessa. A proposito di Rai, proprio oggi Freccero dovrebbe essere destituito e mi dispiace moltissimo perché l’azienda, e potremmo dire addirittura il Paese, perdono un artista della tv, uno che sa inventare programmi e palinsesti. Così come mi dispiace che si nomini un presidente della Rai, Baldassarre, semplicemente perché è ben visto in Vaticano e per le sue uscite sull’aborto.

Che effetto ti fa essere diventato una sorta di “nemico pubblico” responsabile con Santoro e Biagi di non si sa quanti voti persi da Berlusconi?

Un tempo Berlusconi diceva che le mie battute su di lui gli facevano guadagnare voti. Ora che i processi si stanno avvicinando, afferma che gliene ho fatto perdere. L’ Herald Tribune apprezzò che qualcuno ( io ) facesse finalmente domande in campagna elettorale. Fare domande non ha mai fatto male a nessuno. Nascondere le risposte spesso sì. Io l’ho invitato diverse volte, e anche Rutelli, proprio per far loro domande libere. Hanno preferito Vespa.

Tu sei un oggetto “imbarazzante” non solo per Berlusconi, ma anche per i leader della sinistra.

Massimo D’Alema, il giorno dopo la mia intervista a Marco Travaglio, disse che Satyricon era un boomerang per la sinistra. La satira è un punto di vista e un po’ di memoria. Fare memoria è una cosa scomoda, da una parte e dall’altra.

By Daniele Luttazzi at 1 Nov 2005 – 14:38

Capolavori – intervista 29 dicembre 2002 (node 172)

Capolavori, intervista di Rodolfo Di Giammarco, La Repubblica, 29 dicembre 2002

Un inventario di facce, busti, profili e pose con corredo di mini-testi fulminei. Qual è il significato di questo libro spiazzante, Luttazzi?

Il mio ideale è sempre stato quello di scrivere libri brevi e divertenti che possano essere capiti da tutti, anche da Gasparri.

Da quand’è che disegna?

Disegno da quando avevo quattro anni, quotidianamente, per motivi di igiene.

Un bilancio del 2002?

Un bell’anno lontano dalla tv trascorso a frequentare ragazze, mentre Berlusconi era con Buttiglione, Tremonti, Fini e Bossi. Non lo invidio.

By Daniele Luttazzi at 1 Nov 2005 – 14:46

Benvenuti in Italia – 28 marzo 2002 (node 171)

Benvenuti in Italia, intervista di Enrico Arosio, L’espresso, 28 marzo 2002

E’ sano un Paese, domanda Eco, dove solo i comici danno il via al dibattito politico?

Da tempo questo non è più un Paese sano. Eco imputa ai comici la loro bravura. Ma i comici fanno il loro mestiere. Sta agli altri, politici e giornalisti, riprendere a farlo.

Cos’è questa storia che a teatro annullano i suoi spettacoli all’ultimo momento?

In certi regioni arrivano telefonate di sponsor o di politici locali che negano sovvenzioni future se nel cartellone c’è il mio nome. Sono saltate date in Puglia, in Lombardia e in Veneto.

Il suo modello è sempre Lenny Bruce?

E Woody Allen. Da Bompiani uscirà la mia nuova traduzione dei tre libri di Allen, a cominciare da “Getting even”. Nuovo titolo: “Rivincite”, al posto di “Saperla lunga”. Negli originali ho scovato molte battute non tradotte e due racconti inediti. Nei libri italiani, usciti negli anni 70, le traduzioni erano molto approssimative o addirittura sbagliate, specie nelle parti in slang o in yiddish. Ho lavorato tre mesi per ripristinare la tecnica di Allen. Sarà una bomba. Riporterà il sorriso sul volto di Eco.

La accusano di eccedere con il sesso.

Parlo di politica, sesso e religione, ma ci si ricorda del sesso perché evoco situazioni scabrose. Ho una missione da compiere.

Vuole liberare un Paese cattolico?

Voglio liberare me stesso.

By Daniele Luttazzi at 1 Nov 2005 – 14:42

Provoco, ergo sum – 10 luglio 2003 (node 170)

Provoco, ergo sum, di Stefania Rossini, L’espresso, 10 luglio 2003

Visto da vicino, Daniele Luttazzi è esattamente come appare in tv: ochi accesi, muscolatura rigida, linguaggio torrentizio e colto, risata di gola come intercalare. Inutile chiedersi se stia replicando il suo personaggio di comico o se davvero la sua natura sia questa: rapsodica, severa, elitaria, razionale e, soprattutto, blasfema.

L’intervista a Travaglio ha cambiato la sua vita. Se ne è mai pentito?

Neanche un po’.

La rifarebbe?

Certo. Berlusconi ha fatto la vittima perché è il suo modo di lucrare consensi, ma ciò che davvero non ha sopportato è che sia stato un comico, all’interno di un programma di intrattenimento, a far parlare l’autore di un libro che lo riguardava.

Forse non ci siamo abituati. Lei non è Bruno Vespa.

Ho fatto ciò che Vespa non farebbe neanche sotto tortura, ma che in altri Paesi si fa normalmente. Tutti dicono di ammirare David Letterman, lo showman americano che dà del tonto e del cocainomane a George Bush, ma se arrivasse in Italia durerebbe mezzo secondo.

Ha provato a ripresentarsi in Rai?

Eccome! Dicono: non ci interessa. C’è tutta gente nuova e molto ubbidiente. Carlo Freccero, che è un genio della tv, è tenuto in una stanzetta a fare nulla.

Ma lei cosa va a proporre?

Un monologo satirico di un quarto d’ora, da mandare in onda ogni sera dopo il tg. Sarebbe la vera alternativa a “Striscia la notizia”, farebbe grandi ascolti. Ma hanno paura di non potermi controllare e di ritrovarsi un programma per un pubblico intelligente, mentre loro pensano di avere solo un pubblico da educare.

Ammetterà però che qualche volta ha esagerato. A quale pubblico si riferiva, per esempio, mangiando in diretta cacca al cioccolato?

A tutti, cioè alle persone capaci di entusiasmarsi, di stupirsi, di irritarsi o anche di scandalizzarsi. Le feci riguardano il corpo, quindi da una parte il comico, dall’altra il sacro. Ci sono ancora popolazioni, come gli indiani Pueblo, che bevono urina e mangiano feci nelle loro cerimonie religiose. Loro non hanno dimenticato che non c’è sacro senza cacca.

Anche sui temi del sesso lei non conosce mezze misure…

E perché dovrei? Essere osceni è il mestiere del comico. Inoltre il corporeo e la sua oscenità si impongono con evidenza se sei uno spirito sensIbile. Pensi a Mozart, che è il mio Dio, e alle lettere licenziose che intratteneva con la cugina. Da Aristofane in poi gli argomenti della satira sono quattro: politica, religione, sesso, morte. Non se ne esce. Questi temi occupano la nostra vita e le relazioni che abbiamo con il prossimo. Il campo da dissodare è vastissimo e il mio unico cruccio è che non basti il tempo di una vita per farlo.

Nel suo “ 101 cose da evitare a un funerale “, una sua battuta dice: “Evitare di avvicinarsi alla bara e mettersi a fare paragoni fra la lunghezza del proprio organo sessuale e quello del defunto.” E’ sicuro che se ne possa ridere?

Si può, si deve. Quella battuta essenziale riguarda i temi primari. C’è la morte, c’è il sesso, c’è il sacro e forse c’è anche la politica. E’ una cosa normalissima.

Tanto normale non è. C’è solo lei in Italia a prendere a cazzotti questi temi.

In Italia forse. Ma nella storia della letteratura ce n’è a bizzeffe. Faccio un nome a caso: Rabelais.

Lei è sempre stato così o ha trovato un modo formidabile per essere unico?

Sono sempre stato così. A sette anni, mettevo in scena omicidi nelle varie stanze della casa: facevo recitare i miei fratelli e chiamavo i miei genitori ad assistere alle rappresentazioni.

Chi erano gli assassinati?

Non si sa. Ho capito più tardi che forse ero alle prese con una reminiscenza della scena primaria. A quattro anni sorpresi i miei che nel buio facevano l’amore. Fu una cosa impressionante, mi sembrava che qualcuno stesse strangolando mia madre e scoppiai a piangere disperatamente. Mia madre cercò di rassicurarmi, accesero la luce, quella notte mi fecero dormire con loro, era tutto ok. Io non ne ero convinto. C’era qualcosa che mi sfuggiva.

Ha avuto un’educazione cattolica?

I miei erano persone sensibili, dei pedagogisti illuminati. Erano però anche dirigenti dell’Azione cattolica, con una certa fissazione per la religione. Ho fatto il boy scout fino a vent’anni. Col tempo mi sono reso conto che la religione è un modo di interpretazione del reale come ce ne sono tanti. Ma il fatto che non lo si ammetta e che si tenda a nobilitare con la religione la coercizione o il plagio mi dà fastidio. D’altra parte ho fatto studi medici.

In cosa l’aiuta la medicina?

A intuire la radice biologica della religione. Né Marx che la denunciava come oppio dei popoli né Freud che la metteva fra le grandi illusioni potevano indagare l’aspetto biologico di questa grande consolazione di massa. In noi potrebbero esserci delle tracce mnestiche legate al periodo uterino, l’eden in cui abbiamo vissuto nove mesi meravigliosi. Perché non pensare che tutto nasca dalla nostalgia di quel periodo? Abbiamo un sentimento edenico, non lo troviamo nella memoria e lo elaboriamo in una religione.

Alla fine non posso non chiederglielo. Per lei la comicità è una difesa?

E’ l’ultima difesa.

By Daniele Luttazzi at 1 Nov 2005 – 14:49

State a casa a fare i compiti – novembre 2003 (node 168)

State a casa a fare i compiti, intervista web di Federica Fracassi e Jacopo Guerriero, novembre 2003 (www.nazioneindiana.com)

Che ruolo ha, nella tua comicità, il concetto di tabù, inteso in un senso sociale, politico o sessuale?

DL Il potere economico e quello religioso condizionano la vita delle persone in vari modi. Molto spesso, nella storia dell’umanità, sono state definite tabù delle aree di comportamento edificate allo scopo di tenere insieme una società. Questo l’aveva già notato Freud, anche se in modo meno sistematico di Michel Foucault. Ma quello che faccio non è dire: “Questo è un tabù, adesso esploriamolo…”. Per me la comicità è la via maestra. Ogni mattina mi metto al tavolo e incomincio a scrivere le mie cose. Scrivo moltissimo, alla fine tengo al massimo tre, quattro battute. Quelle che salvo, però, sono oro colato. La comicità è un metodo che ti consente, se la pratichi con dedizione, di arrivare dove non pensavi mai di poter arrivare, di spingerti verso una zona che non avevi previsto all’inizio. Tutta l’elaborazione teorica, svolta a riguardo della comicità, è compiuta a posteriori e non serve al comico. Se tu leggi Il moto di spirito di Freud dici: “Ok, ma adesso?”. Forse, addirittura, sarebbe meglio che il comico si tenesse alla larga da questi testi. Potrebbe finire come il millepiedi che cammina perfettamente con tutte quelle sue zampe ma, appena glielo fanno notare, finisce per bloccarsi. La comicità è un criterio da cui partire. Da sempre la comicità porta in scena l’osceno. In linea teorica è possibile domandarsi: “Perché l’osceno è tale?”. “Perché l’osceno rimane fuori dalla scena?”. Il comico però, dai tempi di Aristofane e di Plauto, porta sul palco persone con falli enormi, persone che architettano danni a carico della società degli anziani e a favore della nuova società nascente etc. etc. senza bisogno di analisi teoriche a monte. Il comico pratica lo spirito comico. Nel mio caso particolare questa tensione si unisce a un mio certo rigore contro tradizioni che trovo assolutamente inconciliabili con i miei sentimenti. Ad esempio io sono per la poligamia. E per me è drammatica questa cosa: nel nostro contesto sociale io non posso ufficializzare questa mia pratica. La realizzo, ma non posso ufficializzarla. E’ strano.

In Italia ci sono ancora tabù?

Sì, moltissimi. Alcuni la gente non li percepisce nemmeno come tali, li percepisce come natura e questa è la cosa più grave. Non si riesce per esempio a capire che buona parte di tutto quello che ti viene inculcato è “Cultura”, si pensa sempre molto che “quello che è sempre stato sempre sarà”. Mi sembra che a questo riguardo sia necessario spezzare una lancia a favore della lettura, la lettura è fondamentale. Io ho avuto un’educazione cattolica molto rigida, i miei erano dirigenti di Azione Cattolica: grazie alla lettura mi sono davvero liberato da una serie di veri e propri modi di guardare la realtà, ho dovuto fare tabula rasa degli strumenti con cui percepivo il mondo e ora ho la sensazione di essere molto più libero.

Solo grazie ai libri?

Sì, grazie ai libri e alle persone che hanno condiviso con me un certo tipo di percorso. Se rimani isolato rischi di diventare pazzo. Siamo esseri razionali e, secondo me, davanti a problemi metafisici occorre partire da un semplice assioma: che nessuno ne sa niente. Siamo su un pianeta e quindi divertiamoci, esploriamolo.

Ci sono tabù che tu non hai ancora superato?

No, non ho tabù particolari. Ma, come ricordavo prima, questo discorso c’entra e non c’entra con la mia comicità; la mia logica non è: “Ecco il tabù, adesso mi ci butto!” Un esempio? Io non ho mai fatto uso di droghe eppure sono del tutto favorevole a ogni liberalizzazione. Personalmente non mi piace cedere il controllo, ma neppure mi va che debba essere messo fuori legge chi prova liberazione nell’assumere certe sostanze. Non è un caso che ogni volta che si insedia un governo di un certo tipo i discorsi che senti sono cose come: “Tutte le droghe sono uguali, adesso mettiamo in galera anche chi consuma marijuana”. Salvo poi garantire con leggi le multinazionali del farmaco che producono gli anti-depressivi per le massaie che, povere, diventano controllate senza sapere di esserlo. Ecco: è questo che a me non va. Un tabù, in definitiva, è un archetipo dell’immaginario. E’ qualcosa che non conosciamo e che ci terrorizza, che istintivamente sentiamo come pericoloso per la nostra integrità psichica e che dunque teniamo alla larga. Il mito ci permette di avvicinarci a queste aree nascoste, ci consente di avvicinarci al Minotauro. Con la comicità, però, possiamo ridere del Minotauro, anche senza sapere cosa sia, qualunque cosa esso sia.

Perché, nell’introduzione a La castrazione e altri metodi infallibili per prevenire l’acne, scrivi: “Uno dei motivi per cui mi ostino a fare satira è che mi piace far ridere la gente. No, è una bugia. Ogni volta che faccio una battuta e la gente ride, giuro a me stesso che mi vendicherò”?

Da comico mi rendo conto, auto-esplorandomi, di quali sono i molteplici motivi per cui uno fa comicità. Una cosa che si tiene nascosta (ma di cui uno deve essere per forza consapevole se sale su un palco a far ridere la gente) è che i comici sono dei killer.

Discutendo tra noi, mentre venivamo qui, usavamo per te proprio questo termine…

Eh…Per fortuna il comico sublima questa pulsione, che è un tabù, e la veicola per far ridere. C’è un aspetto naturale della risata che è stato poco esplorato: il riso mostra le arcate dentarie e questo, antropologicamente, è segno di spavento nei confronti di un avversario. Chiaro che, oggi, questo atteggiamento si è del tutto dissipato. Di fatto, però, la pulsione di morte rimane. La comicità è Dioniso, il concetto d’ironia –normato da una maggiore riflessione intellettuale- viene dopo. La comicità ha a che fare con Dioniso proprio perché si relaziona al corpo: quindi -e questa è forse la maggiore intuizione di Freud- da un lato c’è sì il riso sfrenato, ma dall’altro c’è anche la morte. Freud ha avuto due o tre intuizioni potenti, ma il resto credo sia un insieme di bubbole clamorose.

Cosa pensi dei comici italiani, perché i loro libri vendono così tanto?

E’ un motivo ben poco nobile. E’ una conferma del fatto che la gente legge poco e male. Non a caso non entrano mai in classifica i libri di quei comici che sono tali nel senso nobile del termine, come ad esempio Alessandro Bergonzoni, che sta a casa a fare i compiti e quando esce ti porta il risultato delle sue ricerche. Noi non siamo un paese colto. In Inghilterra, ogni volta che nasce un nuovo comico, un comico vero, questa cosa viene celebrata come una vittoria. I giornali ne parlano, il suo repertorio entra subito nel discorso culturale del paese. In Italia essere comici significa essere irrilevanti, a meno che uno non faccia business, programmi di grande successo. Ma è un gatto che si morde la coda: perché per arrivare a quel punto devi far ridere la gente con motivi da gregge, devi rinunciare ad ogni tecnica nuova. I personaggi che spesso entrano nell’immaginario collettivo, in Italia, si basano su materiale comico che dal punto di vista tecnico è irrisorio.

Quindi si può fare un serio lavoro critico anche sui comici…

Uno cosa che pochi sanno è che fra i comici esistono vere e proprie gerarchie, stabilite dai comici stessi: noi sappiamo chi è bravo e chi è pessimo. Fra di noi tutti lo sanno. Sappiamo chi fa i compiti a casa, chi è davvero meritevole in modo del tutto indipendente dal successo di pubblico, da quello che scrivono i giornali ecc. Al riguardo, peraltro, va anche aggiunto che la maggior parte dei giornalisti non è in grado di giudicare i comici. Quando va bene li analizzano da un punto di vista teatrale, ma anche questo è sbagliato. Il comico va valutato rispetto a tutta la tradizione comica da cui proviene. Si ammette la specialità nel giornalismo sportivo e non in questo ambito, in questo mare magnum della comicità. Non è incredibile? Spero che questa pletora di libri dei comici serva a far sì che la gente si stufi, che incominci piano piano a capire chi vale e chi no. Uno dei comici più grandi in Italia si chiama Maurizio Milani ed è quasi sconosciuto. E’ un genio, davvero. Ha pubblicato un libro per la stessa casa editrice che pubblica tutti gli altri libri dei comici e per me è uno scandalo che nessun giornalista di grido lo abbia segnalato come l’artista grandissimo che è.

Molti comici sostengono che i politici rubano loro il mestiere. Quali sono i perché della satira, oggi?

Si può ancora fare satira oggi, su tutti. Quello cui accennate voi è un argomento molto milanese, è una cosa che ho sentito dire già da Paolo Rossi, da Ovadia. “Bossi fa il comico, Berlusconi ci toglie il mestiere…”. No. Questi personaggi utilizzano la barzelletta –cioè il luogo comune- per distrarre, generalizzare. Il comico fa esattamente il contrario. La satira è un punto di vista, unito a un po’ di memoria. Il punto di vista ce lo metti tu (quindi è ovvio che devi avere anche una formazione, una tua moralità). La memoria, invece, significa ricordare nomi, cognomi e fatti, cui fai seguire un tuo commento. Questo, oggi, in TV non viene accettato. Quando facevo Satyricon Dario Fo è venuto ospite e ha spiegato in modo illuminante la differenza tra sfottò e satira. In TV, oggi, viene accettato solo lo sfottò: la parodia bonaria, la caricatura, l’imitazione. Fiorello che imita La Russa è sfottò, non è satira. Non a caso Saccà, ex direttore della RAI, più volte ha ripetuto: “Fiorello è il più grande autore satirico che l’Italia abbia in questo momento”. E’ un tentativo di turlupinare tutti quanti, ovviamente. Fiorello è un bravissimo intrattenitore, forse il più versatile in assoluto, oggi. Ma quella che fa non è satira. Idem “il cavaliere mascarato” di Striscia la notizia. E’ sfottò, non è satira. Lo sfottò è reazionario. Non cambia le carte in tavola, anzi, rende simpatica la persona presa di mira. La Russa, oggi, è quel personaggio simpatico con la voce cavernosa, il doppiatore dei Simpson di cui Fiorello fa l’imitazione. Nessuno ricorda più il La Russa picchiatore fascista. Nessuno ricorda gli atti fascisti e reazionari di questo governo in televisione. Che Ricci dica: “Io faccio satira” è una cosa sciocca. Fa finta di non sapere, miliardario e saputo com’è, di essere una foglia di fico di Berlusconi, il quale infatti può dire: “I nemici peggiori io ce li ho in casa”. Quando ne parliamo insieme Ricci mi dice: “Siamo diversi, tu fai una satira di commento, mentre io faccio l’inchiesta, sono più giornalistico”. Allora io rispondo che aspetto il giorno in cui farà una battuta feroce sul conflitto d’interessi di Berlusconi. Non accadrà mai…La verità è un’altra ed è antica: il soldo corrompe. Fino alla mia intervista a Marco Travaglio uno poteva ancora lavorare a Mediaset e far finta di non sapere. Berlusconi, fino al ’99, diceva tranquillamente che di All Iberian non sapeva nulla. Oggi, invece, le sentenze ci sono, si sa benissimo tutto quanto e per le persone intelligenti come Ricci è del tutto evidente perché Berlusconi sta al governo. Se tu, oggi, continui a lavorare a Mediaset, da comico, vuol dire una cosa sola: che sei complice. L’appello che si impone a questi autori, che si dicono di sinistra e che continuano a lavorare lì, è cruciale: smettete di fare le foglie di fico! Striscia la notizia, Le Iene, La Gialappa’s stessa…tutti autori di sinistra che in realtà guadagnano miliardi lucrando con una rete di Berlusconi. E’ troppo comodo.

E’ per questa tua intransigenza che vieni considerato il più cattivo di tutti? Biagi e Santoro prima o poi li rivediamo in onda. Su di te siamo scettici!

Io lo sono anche al loro riguardo. Finchè non li rivedo in video non ci credo. Il vero problema è che io ho dimostrato che in TV è possibile fare programmi d’ascolto anche con persone non ricattabili. Io non sono per nulla ricattabile. Non appena venne fuori la famosa intervista a Travaglio, Il Giornale di Paolo Berlusconi (ricordiamo chi è il personaggio: uno che, nella vicenda di Cerro Maggiore, ha patteggiato per cento miliardi pur di non finire in galera per tre anni) pubblicò la mia dichiarazione dei redditi. Cercavano la magagna, ovvio. Ma io sono libero, non ho mai fatto cose in nero, ho sempre pagato le tasse, possono tranquillamente cercare. Perché so benissimo che se sei ricattabile certe cose non puoi farle, non sei libero fino in fondo. Invece io lo sono.Quando viene una persona ospite in un mio programma io non mi sento condizionato. Non sono lì perché mi ci ha messo un partito politico. Non è vero ad esempio, come si è detto più volte, che Satyricon era stato organizzato apposta prima delle elezioni. Il programma di satira di “quella famosa campagna elettorale” era l’Ottavo Nano. Io ero l’outsider. Io ero andato da Freccero già un anno prima, con il programma già scritto (tredici puntate), tutto fatto tranne i monologhi sull’attualità. A lui l’idea era piaciuta e mi aveva detto: “Un programma già scritto? E’ la prima volta che mi capita in quarant’anni. Ok, si fa”. Io ho invitato nel mio programma, per mesi, non solo Berlusconi, ma anche D’Alema. Io avrei fatto domande libere anche a lui. Ma naturalmente nessuno dei due è venuto. Loro vanno da Vespa, da Costanzo. Gente che è organica al sistema, un sistema che si chiude a riccio quando sente il pericolo, il corpo estraneo. Un tipo di programma come Satyricon creava un doppio imbarazzo: da una parte era un programma televisivo libero, senza filtri se non l’intelligenza del pubblico, e la gente se ne rendeva conto con un effetto straniante. (C’era gente che mi telefonava e mi diceva: “Grazie Daniele, per venti minuti ho creduto di vivere in un paese senza censure”). Dall’altra i lavoratori del settore si sentivano spiazzati. Io facevo quel genere di domande che loro si sognano di poter fare, ma sanno benissimo di non essere in grado di farle… e infatti non le fanno.

Con questo spettacolo con cui sei in tournée, Sesso con Luttazzi, puoi reagire?

Al potere il teatro non interessa più di tanto. E’ come i libri. E’ irrilevante. Da un certo punto di vista, anche se è triste, il ragionamento non è sbagliato. Con Satyrycon facevo sette milioni e mezzo di spettatori, con uno spettacolo teatrale, per arrivare a queste cifre, quanto tempo impiegherei? E non è finita qui: loro controllano i mezzi di comunicazione e in questo modo, se non viene data notizia del tuo spettacolo, a teatro tu non esisti. In quanti si chiedono perché, oggi, con il mio spettacolo che apparentemente non fa satira politica, vengo al Franco Parenti mentre prima ero sempre allo Smeraldo? Il motivo è che il proprietario dello Smeraldo, pur di aggiudicarsi la gestione del Teatro Lirico, ha fatto socia con Dell’Utri. Chi lo sa, davvero, cosa sta succedendo in questa città? Però non vorrei sembrare troppo triste. Al contrario, per me, questi sono tempi entusiasmanti, mi danno motivazioni di continuo. Perché mi dico: “Porca miseria da me non passano!”. E poi incontro te, Federica, e te, Jacopo, e mi dico: “Neanche da voi passano”. E andiamo avanti così, stiamo a vedere cosa succede…

Quanto conta il tuo corpo in scena? Il più delle volte sembra sottratto. Ci hai fatto venire in mente il bunraku, questa forma arcaica di teatro giapponese, dove un’ enorme marionetta viene manovrata da almeno tre uomini. L’uomo che manovra il bacino e il volto della marionetta è il più bravo, è talmente bravo che non si vede più il suo corpo, si guarda solo la marionetta.

E’ così. Io vivo una mitologia personale del comico: il comico deve semplicemente dire sì alla comicità e deve essere un tramite perché la comicità si manifesti. Anche per questo do grande rilievo alla tecnica: se venite a vedere il mio spettacolo domani, troverete gli stessi gesti calibrati di oggi. Esattamente. La maggior parte dei comici, invece, utilizza la comicità per uno scopo personale, per diventare famosi. E’ la differenza più grossa di questo mondo. Prima parlavamo di Milani. Un altro dei grandi ed insospettabili teorici della comicità, con cui è possibile fare questi discorsi da iniziati, è Raul Cremona. Un altro ancora è Francesco Salvi. Con Raul non mancano le divergenze, ma c’è sempre grande stima. Lui ha una straordinaria tecnica da entertainer americano. Me lo ricordo quando faceva Domenica In con Frizzi. Lui, da comico, riusciva a pensare in anticipo tutte le variazioni possibili che sarebbero accadute in scena. Il presentatore era completamente inadeguato, lo considerava un impiastro che dava fastidio, la sua grande generosità di comico non veniva riconosciuta. Frizzi avrebbe dovuto semplicemente affidarsi a Raul e lui avrebbe portato a termine il tutto molto più brillantemente senza l’intervento di una spalla. Tornando, però, con maggior rigore alla domanda che mi facevate va detto che sì, certo, avete ragione, il mio corpo è spossessato, in scena non sono più io. Per me è evidente. E’ che alla base c’è un ritiro della volontà in nome di un qualcosa di più grande, la comicità appunto.

Le parole invece quanto contano? Come incontri i gusti del tuo pubblico? Certe volte sembri mirare ad uno shock.

Le parole contano molto. Perché la comicità è una ringhiera sull’abisso. La gente ride perché tu, per un attimo, le mostri questo abisso, ma poi anche devi riportare a casa il pubblico e insieme si può ridere per lo scampato pericolo. Questo tipo di operazione è ovvio che lo puoi fare dopo mezz’ora che parli con gli spettatori, prima no. Qualche volta nei bis mi piace lasciare lo spettatore nell’abisso, trasformo tutta l’energia calda in fredda, congelo i miei spettatori. Ci deve essere, di personale, una certa perversione e una conoscenza della tecnica. Per me la parola è fondamentale, dunque, anche in questo spettacolo. La scelta è precisa: qui la parola scientifica (pene, vagina, clitoride, tessuto trabecolare spugnoso) mantiene altissimo il livello della discussione, perchè non voglio che il pubblico venga portato a pensare che la materia crassa significhi banalizzazione dell’argomento. Bisogna guardare ai grandi. Prendiamo le lettere di Mozart alla cugina: sono piene di riferimenti alla merda, al piscio, alla vagina, al sesso…Poi senti la sua musica e dici: “Quest’uomo è Dio”. La verità è che non c’è contraddizione: non può esistere nessuna altitudine d’ispirazione se non sei una persona sensibile e, se sei una persona sensibile, il corpo si impone con la sua evidenza. Io faccio l’ottovolante tra altissimo e bassissimo, tra infinitamente grande e infinitamen-te piccolo, tento di svolgere una funzione di educazione, mi viene da dire, svergino l’immaginario delle persone in modo consapevole.

In questo spettacolo tu compi un’elevazione del sangue mestruale…

Alludevo proprio a questo. E’ una cosa che la gente vede, apprezza, di cui ride, ma non si rende conto di che potere d’eversione ha quel gesto. Lì convergono tutte le mie ricerche sulla religione. Noi sappiamo che nella Bibbia viene narrata come vincente una religione di tipo patriarcale rispetto a una religione di tipo matriarcale, propria invece dei Cananei. Nella religione patriarcale è il serpente ad essere il simbolo del male, nella religione matriarcale, invece, il serpente significa fertilità, vita. La Bibbia celebra la vittoria della religione patriarcale su quella matriarcale. Il sangue mestruale per me significa religione della madre. Nella messa si eleva il sangue del Figlio, qui io, invece, alzo il sangue della Madre. Io creo uno stravolgimento antropologico della religione, che tu vivi sotto forma di parodia ma che poi, quando torni a messa, senti davvero come tale.

Veniamo alle domande migliori. Cosa si prova a essere un sex symbol?

(ride e finge di rimproverarla) Vergogna! (A questo punto Federica ha l’ardire di porre una domanda da cui Jacopo, prontamente, si dissocia)

Anch’io sono poligama. Mi sposi?

(ride di nuovo) Bisogna organizzarsi…

By Daniele Luttazzi at 1 Nov 2005 – 14:52

Intervista a Luttazzi (node 167)

di Enzo Mangini, CARTA, novembre 2003.

EM: Dio è morto, Marx pure, ma Luttazzi gode di ottima salute. Scongiuri. Bandito dalla televisione dopo gli exploit di Satyricon, nel 2001, il comico di Santarcangelo di Romagna ha lasciato un grande vuoto anche al teatro Olimpico di Roma, dove dal 3 al 12 novembre è andata in scena la versione 2004 del suo classico “Sesso con Luttazzi”. Monologo che dal 1993 è in continuo aggiornamento: ogni cinque anni una versione nuova. Un windows sovietico, praticamente. Da pochi giorni, poi, è in edicola un dvd con Adenoidi 2003. Un one man show: protagonista Silvio Berlusconi.

DL: Adenoidi 2003 dura due ore e un quarto. La prima ora è una berlusconeide, che si occupa di quello che ha fatto questo governo da un anno a questa parte. L’edizione 2002 trattava di quello che il governo aveva fatto da maggio 2001, data della mia epurazione dalla Rai, fino all’ottobre successivo. Con Sesso con Luttazzi, invece, mi sono preso un anno sabbatico. Purtroppo il materiale per la satira politica in questo paese non manca, lo si vede tutti i giorni. Dico purtroppo perché l’Italia è diventata un paese a democrazia limitata, in cui si cerca di mettere la mordacchia all’informazione e alle voci che non seguono il coro. L’informazione è sempre più omologata, ma la cosa più triste è lo sberleffo dei nuovi padroni del vapore. Se dici che in Italia non si può esprimere liberamente la propria opinione, questi, che sanno benissimo di tenerti gli scarponi sul torace, ridono, ti scherniscono pure. È avvilente.

Ma si sta poi così male lontano dalla televisione?

Non dalla televisione, ma dalla possibilità di incontrare un pubblico più vasto. La tv è solo un mezzo per esprimere delle idee, in modo efficace. Io non sono Bonolis, non faccio intrattenimento puro e semplice, esprimo dei punti di vista. La satira è fatta così: esprime opinioni in maniera comica. Per queste opinioni sgradite mi tengono lontano dall’accesso televisivo. La cosa scandalosa è che oggi, una cosa del genere viene data per scontata, quasi normale. Abbiamo un padroncino che governa il paese come un’azienda e, giova ricordarlo, non c’è niente di più antidemocratico di un’azienda, specialmente ora con le leggi che il padroncino ha fatto approvare. Bene, in un Paese così, viene considerato normale che uno non possa andare in televisione a causa delle proprie idee. Siamo in una situazione latinoamericana. Ieri (lunedì scorso, ndr) dopo lo spettacolo, Baudo mi ha chiamato e mi ha invitato in Rai nel suo programma, per una puntata dedicata alla censura televisiva. Si sarebbe parlato di Grillo, e avrebbero fatto vedere filmati censurati e spiegato i motivi della censura. Allora gli ho detto: ‘Fantastico, fate vedere anche la mia intervista con Marco Travaglio?’ E Baudo: ‘No, quello è troppo!’ Mi diverto a cogliere queste occasioni, perché mi piace esplorare le contraddizioni. Per cui, ti chiamano, ma devono comunque controllarti. Nella versione originale, avrei dovuto dire le mie opinioni su Valeria Marini, Alba Parietti… ma gli ho detto: ‘Perdonami, ma questa cosa non la faccio, non ha senso, i motivi per cui sono stato cacciato sono molto seri, se vuoi manda in onda dei ministri e poi chiedimi le mie opinioni su di loro’. ‘Perfetto’, fa Baudo, ‘dimmi tu che ministri vuoi’. E io: ‘Tremonti, il vicepresidente del consiglio Fini, Bossi, Gasparri’, che sono i responsabili di tante leggi liberticide approvate in questo paese. E lui fa: ‘Beh, allora mettiamo anche D’Alema e Rutelli’, ‘Perché?’ ‘Per par condicio’… Va bene, mettiamo anche D’Alema e Rutelli, ne ho anche per loro. Durante Satyricon, invitai per tanto tempo Silvio Berlusconi, che ovviamente non venne, ma invitai anche D’Alema, e non venne neppure lui. La spiegazione che mi do è che questi personaggi hanno bisogno di conduttori televisivi che in qualche modo facciano parte del giochetto. Per cui vanno da Bruno Vespa o da Costanzo.

Un altro dei bersagli di Adenoidi 2003 sono proprio i giornalisti…

La situazione della stampa italiana è abbastanza drammatica e non a caso la redazione del tg1 di recente è insorta con un comunicato che lamenta la perdita di credibilità di quel telegiornale, alla faccia del direttore Clemente J. Mimun. Ed è vero: le notizie vengono cassate, edulcorate, la cronaca politica è affidata al pastone di Francesco Pionati, che esalta sempre l’operato del governo, anche in maniera invereconda. In tutti i paesi democratici sono i media che controllano il governo. Da noi è il contrario.

Non ti pare che questo sia cambiato con la guerra, anche in quei paesi che di solito si portano a modello?

In America e in Inghilterra, ma soprattutto in America, a molte voci dissidenti è stata messa in sordina. Penso a Noam Chomsky, per esempio, e ad altri che si levavano per far capire i pericoli di questa guerra. I falchi se ne sono fregati e hanno fatto la guerra. Adesso, però, si sta verificando quello che i pacifisti avevano paventato: vietnamizzazione del conflitto, il fatto cioè che la guerra diventa permanente. Una parentesi: la guerra permanente significa permanente riduzione dei diritti civili; è ovvio che alle destre fa comodo una situazione di questo tipo. Una guerra continua, non gli pare vero. Il fatto che poi abbiano mentito per giustificarla, aggiunge crimine al crimine. L’Onu ha dimostrato la sua inefficienza. Tuttavia, anche in questi paesi, la verità è emersa: c’è stampa che continua a indagare, a fare e a farsi domande. Bush e Blair sono sotto accusa. In Italia, invece, dove è il governo che controlla i media, il problema non viene neanche posto. Si nascondono notizie con altre notizie o con dei clamorosi annunci che servono a distogliere l’attenzione.

Per esempio?

La notizia più grave di quest’anno è un clamoroso scandalo di corruzione giudiziaria. Anzi il più grande scandalo di corruzione giudiziaria di questo Paese, per il quale Cesare Previti è stato condannato in primo grado a undici anni di carcere. Uno scandalo enorme: Previti ha corrotto dei giudici del tribunale di Roma con soldi di provenienza Fininvest, cioè soldi dell’azienda del presidente del consiglio. Una settimana dopo parte l’affaire Telekom Serbia. Adesso abbiamo capito che è un grande imbroglio, però per tre mesi il tg1, il tg2, Libero, il Giornale, Panorama e perfino il Corriere della sera hanno titolato sullo scandalo Telekom Serbia. Sono le cosiddette notizie flash-bang, quelle che servono ad abbagliare per distogliere l’attenzione dalle notizie vere, quelle importanti.

La storia di Beppe Grillo, però, dimostra che la censura c’era anche prima..

Ho cominciato nel 1988 e ho conosciuto anche la mordacchia socialista, che nella sostanza non era molto diversa. Allora, però, c’era il pentapartito e il proporzionale: gli equilibri erano più rispettati. In un recente articolo che ho scritto per Micromega auspico il ritorno al proporzionale, che non a caso i padri della costituzione avevano adottato per l’Italia, perché registra meglio gli umori politici italiani, che sono molteplici e mercuriali. Il maggioritario invece era stato auspicato trent’anni fa da Licio Gelli nel suo piano piduista, perché sapeva che, in una democrazia debole come la nostra, avrebbe portato all’avvento di un novello Perón. E infatti questo è avvenuto. Berlusconi sta facendo dei danni enormi a questo Paese, è evidente, tutte le parti sociali sono contro di lui, anche Confindustria comincia a prendere le distanze, ma il sistema è bloccato e non c’è modo di mandarlo a casa. Tangentopoli è stata la degenerazione del proporzionale, ma se i politici rubano non vuol dire che le regole vadano cambiate. Bisogna mandare via i politici che rubano. Come si fa a sconfiggere la criminalità organizzata? Evitiamo di votarla alle elezioni.

A proposito di Tangentopoli, non ti senti a disagio a difendere i giudici?

Perché mai? Non difendo certo i giudici corrotti da Previti. Difendo alcuni magistrati, in particolare quelli di Milano e Palermo, che con la loro attività hanno cercato di colmare il deficit di senso etico della classe politica. Non è che i giudici facciano politica, i giudici difendono la legge che i politici hanno violato. Quando poi capita che forze di governo, quelle che dovrebbero difendere le istituzioni, attacchino personalmente i magistrati, sapendo che essi non possono intervenire nella querelle, anche se sono sottoposti a una gogna mediatica, allora, sento il dovere, come cittadino, di difendere questi giudici. Loro, facendo rispettare la legge, difendono tutti noi.

Il paese è davvero quello che viene rappresentato in tv?

Sono tempi duri, ma secondo me anche entusiasmanti, ti rimotivano in continuazione. Vedo una nuova voglia di partecipare, specialmente nei giovani, nei ventenni, nei trentenni. Dopo una fase di riflusso, si sta riscoprendo il fatto che se ti lasci fare, ti fanno, e quindi occorre muoversi per riprendere possesso della nostra vita, delle nostre esistenze e, fondamentalmente, della nostra società.

Tutto questo però tarda a farsi sentire nei partiti della sinistra. Sembra anzi che sia stata la satira a riempire il vuoto di coscienza…

L’Espresso fece una copertina, durante la campagna elettorale, col titolo ‘Vota Luttazzi’. Mi fece piacere, ma fu anche inquietante. Durante la campagna elettorale non puoi scrivere ‘vota un comico’, perché vuol dire che la politica non esiste più, e infatti in quella campagna elettorale la sinistra non esisteva. Continuo a non capire perché il candidato fosse Rutelli. Rutelli è inesistente. Basta un’imitazione per distruggerlo. Un’imitazione di Berlusconi, invece, lo rende più simpatico, meno pericoloso, perché nasconde il nocciolo di violenza di quell’uomo, che è enorme, il suo nocciolo di eversione costituzionale, che è enorme. Licio Gelli ogni tanto fa finta di adirarsi, e dice di voler chiedere i diritti d’autore per il programma di governo che Berlusconi gli ha copiato. Sta a noi vigilare.

La satira che prende il posto anche del giornalismo?

Nel mio caso la distinzione non si pone, dato che sono anche giornalista. In realtà ogni autore satirico lo è, quando si occupa della cronaca. Ci sono altre cose che mi preoccupano. Allontanano de Bortoli dal Corriere e solo Corrado Stajano, per protesta, si dimette. Avrebbe dovuto dimettersi tutta la redazione di fronte a quella che era, chiaramente, un’occupazione del potere: togli il direttore che parla dei processi di Previti, e ne metti un altro, massone, Stefano Folli, che in qualche modo evidentemente garantisce certe cose. Quali non lo so, ma altrimenti non starebbe lì. Poi vedo gli editoriali di Galli della Loggia, di Panebianco e di Ostellino. Ostellino è arrivato a sostenere che la mafia guadagna sì i soldi in modo illegale, ma poi li ricicla nell’econo-mia legale, quindi, in fondo, è anche un fattore di sviluppo economico. Ora se sei un cittadino di Milano e non ti vergogni di comprare un giornale che sostiene certi tesi, anche per paradosso, vuol dire che c’è da riguadagnare un sacco di terreno perduto, perché il senso del vivere civile si è proprio smarrito. Non si possono fare paradossi su queste cose, non bisogna confondere i piani.

Non ti suona strano come invito, per un autore satirico?

Ma ogni autore satirico è portato a distinguere i piani e gli ambiti. Non è ridicolo che un presidente del consiglio abbia paura di un comico? Dietro c’è un disegno coerente. Permettere e alimentare solo lo sfottò (le corna, il mascara, l’altezza, le canzoni di Apicella) gli serve per recuperare sul piano del kitsch, e quindi a rendere tollerabili, gli atti del suo governo, che invece è davvero pericoloso, davvero reazionario, davvero repressivo.

Anche sul sesso?

Il mio primo obiettivo, con Sesso con Luttazzi, è divertire e informare. C’è ancora una grande ignoranza sul sesso, complice anche la scuola italiana, e certamente il ministro Moratti non agevola un’informazione corretta. Sono favorevole al fatto che nei licei si distribuiscano preservativi, perché è puro perbenismo parlare del fenomeno e ignorare che spesso i primi contatti sessuali avvengono in età liceale. Su qualunque argomento penso che si debba informare correttamente. Anche sulla droga, no? Rischi collegati, eccetera. Poi uno sceglie… Quindi lo spettacolo parte da qui e dalla mia curiosità sull’argomento, che ho coltivato nel tempo. Do anche delle dritte enormi, come quelle su una tecnica, di cui nessuno sa nulla, per prolungare l’orgasmo maschile. A quel punto in sala scende un silenzio di tomba, perché tutti vogliono saperne di più. Penso che non esistano tabù sessuali, esistono solo delle aree enormi di ignoranza che poi rischiano di sfociare nelle perversioni. Ci sono delle realtà italiane, stando almeno alle cronache, come il Veneto, la Toscana o il Lazio, dove il sesso viene praticato in modo estremo e alla fine, poco naturale. Se reprimi da una parte, c’è uno sfogo violento dall’altra. È quasi un fenomeno di fisica.

Torniamo, allora, a parlare di libertà?

Il collegamento è enorme e lo tracciava Michel Foucault già negli anni ’60. Il potere religioso e quello economico usano da sempre il sesso per controllare le persone. È ovvio che la liberazione personale passa da quella sessuale, perché il sesso determina non dico ogni secondo, ma quasi, della nostra esistenza. Non vorrei esagerare con una visione sessocentrica, ma di fatto questo è: siamo dominati da pulsioni di cui non ci rendiamo conto e che non controlliamo. Invece, il potere economico, con la pubblicità, e le chiese, con i divieti morali, le usano. Dominano il desiderio: creano dei desideri artificiali, che tu non sapevi di avere (la vita lussuosa, la vita eterna ) e ti propongono delle soluzioni altrettanto artificiali, che non corrispondono alla realtà. È faticoso informarsi, è faticoso essere indipendenti. Da soli si può fare ben poco, bisogna unirsi e provare a diffondere la consapevolezza di esigenze vere. Perciò appoggio il movimento e il movimentismo, anche se preferisco non stare in prima fila nei cortei o apparire in pubblico. Non mi va di essere strumentalizzato. Penso, però, che non ci sia altra pratica per agire nella realtà, che la realtà stessa. La regola per essere incisivi è fare e continuare a farlo. Continuare. Io continuo con la satira.

By Daniele Luttazzi at 1 Nov 2005 – 14:53

Intervista a Daniele Luttazzi (5-11-2004) (node 166)

di Stefania Zolotti

Può capitare, ma è raro. Sedersi su una poltrona del teatro ed accorgersi, a luci spente, che il corpo comunica attraverso ogni sua parte. L’occhio osserva, ma nel frattempo le labbra sorridono e la mente coglie per rielaborare. Si tende la muscolatura, si affina l’udito per il desiderio di non disperdere neanche un sibilo – nella satira tutto può avere valenza simbolica e significare qualcosa -. Le mani fremono inseguendo applausi e il gusto della sua intelligenza è così piccante che quasi arriva in bocca. Sul palco della Fenice, a Senigallia, c’è Daniele Luttazzi, trainer perfetto di uno sport ormai raro chiamato intelligenza.

“Beh, se questa fosse sempre la reazione del pubblico sarebbe davvero l’optimum. Del resto l’umorismo è una branca specializzata della retorica. Quando uno ascolta un oratore, dovrebbe essere davvero “mosso” dalle parole. Qui simbolicamente parlo di mostarda che ha un doppio riferimento: il pizzicorio della satira ma anche il gas mostarda, sostanza tossica utilizzata nella prima guerra mondiale.”

Il tuo Bollito misto con mostarda è pura attualità. Avevi già pronto un altro canovaccio se le elezioni americane avessero premiato Kerry?

No. Ci sarebbe però stato un aggancio diverso e avrei sicuramente parlato dei riflessi che quella vittoria avrebbe avuto sul centro sinistra. Il resto era identico. E’ comunque sempre uno spettacolo in evoluzione. Pensa che questo lavoro durerebbe integralmente quattro ore: lo sforzo è compattare tutto quanto e ridurre la durata. Un condensato di pensieri che mi costringe a parlare poco di tutto. Ma è meglio così. E del resto lo spettacolo ha due fili conduttori: paura e religione, che per me sono sinonimi. Se cominci a fare troppe digressioni perdi il filo. E sei perso tu. Non deve succedere.

Parliamo della paura. Nel corso del tuo monologo accenni brevemente al libro Città panico. Esigenze di tempo ti costringono a parlarne appena. Cosa rappresenta per te questo testo?

Paul Virilio è un architetto francese che negli ultimi dieci anni si è segnalato come filosofo. Ideatore della dromologia, scienza che parte da questo assunto: l’invenzione di ogni tecnologia è anche l’invenzione dell’incidente ad essa relativo. L’invenzione del treno, ad esempio, è anche l’invenzione dell’incidente del treno. Sembra una considerazione irrilevante ma non lo è affatto. La storia della tecnologia moderna è tutta una storia di accelerazioni continue. Le invenzioni vengono fatte per accelerare, un tempo per gli uomini, oggi per le informazioni. La conseguenza pratica è devastante. Il diritto è innanzitutto luogo di diritto: nel momento in cui la società delle comunicazioni annulla le differenze tra gli Stati, e gli Stati stessi, di conseguenza annulla anche i luoghi e il diritto in essi rappresentato. Vuol dire che abbiamo diritti da deportati, in quanto non c’è più territorio. Ecco spiegato quel senso di inquietudine che tutti quanti – o almeno i più avvertiti – provano. Ecco la guerra, con l’invenzione della bomba come suo incidente massimo. E’ una percezione che lui ha identificato. La paura serve alle destre mondiali per controllare, e alle religioni per plagiare.

La politica permea ogni tuo lavoro. Pensi si possa ritrovare una matrice comune tra i politici?

Preferisco pensare che non sia così perché altrimenti il qualunquismo sarebbe subito alle porte con l’affermazione di rito “E’ tutto un magna magna”. L’umorismo del Bagaglino, ad esempio, è la classica satira reazionaria di destra proprio perché ogni loro battuta ha come sottotesto “E’ tutto un magna magna”. Le differenze ci sono eccome, invece. Pensiamo alla Costituzione repubblicana: ci sono politici che la difendono e politici che cercano di scardinarla. Qualche giorno fa ho ricevuto una mail da un fan, il quale mi chiedeva i criteri per valutare un politico. Io ne ho due: innanzitutto, se ha rapporti con la mafia. Come si vince la malavita organizzata? Cominciamo col non votarla alle elezioni! Secondo: per lui la politica è partecipazione o controllo? Per un politico di sinistra, la politica dovrebbe essere partecipazione. Alla destra piace invece il controllo. Io sono per la partecipazione, che come ricordava Gaber, è libertà.

E il legame tra politica ed informazione?

Strettissimo. Questo spettacolo è un lavoro di oltre un anno e mezzo. Ogni battuta ha alle spalle una notizia e il difficile è proprio mettere in fila e collegare fra loro le notizie. La cosa che in genere nessuno fa. La gente non ha tempo, né memoria o voglia di mettere insieme i pezzi. E’ opportuno allora che ci siano persone come me che vadano in giro a ricordare cosa succede, a mostrare il quadro d’insieme.

L’episodio per te più emblematico dei pericoli di un’informazione controllata?

Quello che mi è successo lo scorso anno a Genova, dopo un mio spettacolo al Teatro dell’Archivolto. La lettura scenica si intitolava Dialoghi platonici e altre storie. L’agenzia ANSA uscì con una notizia falsa: “…c’è una scena in cui Andreotti denuda e sodomizza il cadavere di Moro”. Pazzesco. Fu il pretesto per attaccarmi da più parti. In realtà un attore leggeva sul palco un mio racconto, di satira grottesca, in cui si narrava di un incubo di Andreotti, che sognava di penetrare i fori di proiettile di Aldo Moro. Durava dieci minuti. In teatro era evidente il mio senso di pietas per Aldo Moro, il pubblico ha colto il senso e applaudito con compostezza. In quell’occasione fu alimentato ad arte il caos. Interrogazioni parlamentari, minacce di querele. Era tra l’altro appena scoppiato il caso RAIOT, e cercavano pretesti per mettere paletti alla satira.

Come ne sei uscito?

Da quando ho capito l’andazzo, videoregistro sempre quello che faccio. Quando la procura di Genova aprì l’inchiesta io consegnai semplicemente il video della serata. Anche l’Ordine dei giornalisti aprì un’inchiesta, che venne ovviamente archiviata. Ma giornali come Libero, Il Messaggero e Il Giornale per una intera settimana pubblicarono articoli pesanti. I loro critici teatrali commentarono la serata senza neanche aver visto lo spettacolo. Soltanto da l’Unità e dal manifesto mi telefonarono per sapere davvero cosa fosse accaduto. Repubblica, su Genova, pubblicò un articolo stupendo a firma di una insegnante di letteratura antica che colse l’occasione per offrire paralleli tra me e l’antica satira di Aristofane. La cosa grave è che non solo manca l’interesse ad informare correttamente, c’è addirittura malafede.

Che cosa ti rimanda il pubblico?

Grande partecipazione e voglia di resistere alla decadenza. Ci sono anche pubblici tremendi, però. Andate a Rovigo, è impressionante. Feci lì Tabloid, che mieteva successi ovunque. A Rovigo non risero neppure a una battuta. Ci fu solo un applauso di circostanza alla fine. A Rovigo non mi chiamano più. Come in Lombardia, ma per motivi diversi. Ogni regione ha un suo distributore teatrale, il gestore lombardo è berlusconiano. Mi dà ospitalità il teatro Franco Parenti, storico palco di Dario Fo.

Stai dando un allarme.

In questo paese c’è una situazione di assoluta anormalità. Ieri una televisione tedesca è venuta a Roma a farmi un’intervista. E non facevano altro che ripetere: “Ma non è possibile!” Non è possibile!” E invece sì, a forza di strappi su strappi, un po’ alla volta la costituzione viene cancellata. Siamo ora al passaggio finale, che è il controllo della magistratura. Come auspicato da Gelli 30 anni fa.

By Daniele Luttazzi at 1 Nov 2005 – 14:55

Criminoso – 15 marzo 2003 (node 160)

Criminoso, intervista di Livia Teglio, 15 giugno 2003.

Satira politica, critica della religione, analisi sociale: a Daniele Luttazzi piace affrontare temi rilevanti. E’ un comico polemico, fedele ai suoi punti di vista, straordinario nel rendere divertenti, attraverso la verità e l’ironia, gli argomenti più scabrosi. Non offende le persone: solo i loro pregiudizi. Vidi un suo monologo a teatro, qualche anno fa, e ricordo di essere rimasta colpita dalla sua favolosa gentilezza blasfema. Luttazzi è l’antidoto alla comicità tranquilla e blanda che la tv commerciale ha ormai imposto all’uditorio mondiale come modello, la comicità che ha lo scopo di rassicurare e intontire con i suoi parossismi prevedibilissimi. Luttazzi è il tipo che tutta quella merda se l’è mangiata.

Come mai non ti vogliono in tv?

Hanno paura di me e questo mi piace. Sanno che faccio ridere su cose di cui non vogliono che si rida. Ho una sensibilità particolare. Credo di essere l’unico ad aver trovato esilarante “Il silenzio degli innocenti”. Sono morto dalle risate: un tipo che uccide donne grasse per scuoiarle e indossarle come fossero cappotti! Ululavo. La pubblicità di quel film ammoniva: “E’ così pauroso che stringerete i braccioli della poltrona finché le vostre nocche non saranno bianche. Non riuscirete a dormire dopo aver visto questo film.” Ho pensato: “Io mi sento così dopo aver visto un film con Boldi e De Sica. Cammino avanti e indietro per la stanza, non riesco a dormire, sono spaventato. Faranno un altro film natalizio, quei due? Cos’è, hanno firmato un patto col diavolo? Ognuno dei loro film fa schifo. Come ci riescono? Forse dovrebbero scuoiare Boldi e De Sica e mettere le loro pelli addosso a persone divertenti.”

Non ti piace la comicità alla Vanzina?

Preferisco i film porno a quelli dei Vanzina. I film porno sono meno prevedibili.

Hai mai pensato di fare cinema?

Un anno fa ho ricevuto una proposta interessante dai produttori dell’incredibile Hulk. Dovevo interpretare il pacco dei suoi pantaloni. Ho rinunciato a causa di un impegno teatrale con la Compagnia della Rancia: ero il primo linfocita T ad abbandonare la nave nel musical sulla vita di Freddy Mercury.

Ci sono argomenti su cui vieti a te stesso di fare battute?

No. Mi stupisco sempre quando qualcuno trova offensiva la battuta su un argomento scabroso e poi ignora l’evento in sè. Non ho mai visto un monologo comico bombardare popolazioni civili per prendersi il loro petrolio.

Cosa faresti se potessi tornare in tv?

Vorrei essere il protagonista di una versione rinnovata del Grande fratello. Io dentro la casa con Elio Vito e un martello. Qualcosa che non avete mai visto. E non vorrete più rivedere.

Ti resta il teatro.

Faccio monologhi da 15 anni e il mio entusiasmo è intatto. Il rischio, col tempo, è di fare le fine del ginecologo che non si diverte più a drogare e stuprare le sue pazienti.

Come si diventa comici?

Non c’è una regola, ma il fatto di non avere un soldo, abitare coi tuoi genitori ed essere ancora vergine a 33 anni aiuta. Se ci riesci.

Qual è il segreto della – – –

Rapido. Devi essere rapido.

E’ stata una gavetta dura?

Una volta mi sono trovato sul naso un’unghia mangiata. Facevo spettacoli in posti improbabili in coppia con un mio amico comico che aveva un’emiparesi. Io andavo in scena prima di lui. Sapevo il suo pezzo a memoria. Una volta decido di fargli uno scherzo e recito il suo pezzo, emiparesi e tutto. Quindi lo presento dicendo:- E adesso un comico che rifà esattamente quello che faccio io, ma solo per prendere in giro chi ha degli handicap.- Lui entra e non fa in tempo a cominciare che uno del pubblico gli urla:- Bastardo!-

Qual è la comicità migliore?

Quella che illumina angoli bui della mente. Pensa a Giuliano Ferrara dentro una vasca da bagno con Berlusconi e Dell’Utri che gli pisciano addosso e Previti che gli caga in bocca. Va già meglio, no?

L’umorismo è l’arma più potente contro demagoghi e tiranni?

Ovvio. Quanto sarebbe durato Hitler se Woody Allen avesse fatto monologhi su di lui? Adesso che ci penso: quanto sarebbe durato Woody Allen?

Perché ce l’hai con la religione?

Le religioni sono pericolose. Non puoi correggere un’istituzione quando è una religione. Guardate come i musulmani lapidano le loro donne. Non potrebbero farla franca, se non fosse per motivi religiosi. L’odio viene da qualche meandro profondo, ma le religioni gli danno una cornice nobile. Ecco perché sono pericolose. Sono assurde. Gli ebrei non mangiano carne di maiale. Una legge rituale vecchia di 5000 anni, quando non era stata ancora inventata la salsa Worchester. Quanto al cattolicesimo, il messaggio è: la sofferenza eterna attende tutti coloro che mettono in discussione l’amore infinito di Dio. Credi o muori. Grazie Signore per tutta questa scelta.

Quali sono i tuoi hobby?

Costruisco modellini di aeroplano usando il mio pene come colla.

By Daniele Luttazzi at 1 Nov 2005 – 14:48

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