Su “Lolito”

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Lolito, Luttazzi e gli editori codardi
di bobryder, 10/3/2013

La censura. Il plagio. L’esilio. Ancora la censura. E di nuovo il plagio. Deprimente paese l’Italia per chi vuole, liberamente, fare satira. E ancora più melanconica la situazione di chi voglia pubblicare un romanzo senza essere famoso o senza propizi e compiacenti. Se poi il libro in questione è davvero un gioiellino sfizioso e sofisiticato, scorrevole, nonostante il dipanarsi della storia per quasi 500 pagine, allora state sicuri che il romanzo resterà nei cassetti. La censura, di nuovo,ostinata. Perchè, c’è da credere,trattandosi in questo caso di un autore celebre e sinistrorso (benché plenipotenziario di una comicità anarchica) sarebbe stato, a prescindere dalla qualità del lavoro, approvato repentinamente. Ma questo bel tomo ha il difetto di essere stato scritto da un ossuto tomo, famoso alle cronache per aver sputtanato Berlusconi in tv, mangiato merda finta,successivamente insultato uno dei più grandi giornalisti italioti, quindi raccontato di sesso anale come metafora del Paese in autunno, insomma uno con cui è meglio non aver a che fare.

Figuriamoci poi se il volume,cicciotto e ingombrante, tratta,parodizzandole, delle smargiassate sessuali con minorenni di un ex premier, ben riconoscibile e, soprattutto, reiteratamente citato. Ecco che le porte si chiudono, i coraggiosi editori si fanno vili, magari si negano al telefono, la loro polverosa indipendenza sparisce del tutto, le loro sicumere letterarie si fanno sempre più allampanate.

E lasciamoli fare; lasciamoli pubblicare le cazzatelle di Volo e Giordano; se proprio vogliono lascino la loro verve a misurarsi con i cieli mocciani e gli scomodi testi dei comici nostrani, quelli da prima serata. Luttazzi, invece, non è un comico da prime time, né mai lo sarà. E’ sempre stato un tipetto dissacrante, l’irriverente orpello alla comicità rassicurante. Con questo suo “Lolito” -una parodia- intruppa pure nel mestiere di romanziere. Senza tentennamenti né concessioni alla strizzatina umoristica. Certo nel libro non mancano le battute, soprattutto debitrici dello stile marxista -nel senso dei Fratelli omonimi- ma la cifra del gioco è ben altra.

C’è la ripresa, solo ambientata nel nostro settentrione, del Nabokov più celebre, c’è la forza ardita e incosciente di sperimentazioni linguistiche e narrative che credevamo morte ammazzate da tonnellate di decenni di pubblicazione dell’ovvio. E poi c’è lui, Lolito, l’indomito cazzaro, il pruriginoso avventuriero, il luciferino -ossimoro- pervertito.

Dati questi elementi avrebbe lasciato basiti, piuttosto, che pagine del genere fossero state pubblicate da tipi un tempo coraggiosi, come Feltrinelli o Garzanti. Invece Lolito non ce l’ha fatta. E’ rimasto lì, paria dell’universo letterario tricolore, eroe incolume ma avvilito di editorie vigliacche e ruffiane.

Fortunatamente “Il fatto quotidiano” si è sostituito alla mancanza di risolutezza di cui sopra, pubblicando il Luttazzi. Prima edizione esaurita, 25.000 copie. Segue ristampa. La censura. Il plagio. Ancora la censura. L’esilio.

Ora questo libro rushdiano (per chi l’ha censurato, non per chi ne beneficierà) è qui sul mio comodino, e su quello di altre migliaia di italiani ancora non schiavi del perbenismo scapigliato. La resurrezione laica è avvenuta. Lasciamo alle grandi case editrici (prima fra tutte quella di proprietà dell’ex presidente del consiglio) il ciarpame che meritano. Umpf.

Uno di quei libri, Lolito, che dispiace finire, come stelle comete troppo presto scese a terra, incolumi però. Oh, sì, incolumi.

“Sapere che si ha qualcosa di leggere prima di coricarsi è una delle sensazioni più piacevoli della vita” (Vladimir Nabokov)

° ° ° ° °

Daniele Luttazzi | Lolito. Una parodia.
di Andrea Sesta (18/3/2013)

Daniele Luttazzi era in silenzio da molto tempo, di certo covava qualcosa. Lolito: la parodia di Lolita, ma anche la cronaca della fine di un’epoca (che non è ancora finta, ahinoi). Ma al posto di Humbert c’è lui, Silvio Lolito Berlusconi, e al posto di Dolores (Lolita) c’è Beba-Barbara Borletti. Se conoscete il libro o avete visto il film potete immaginare gran parte della trama, che dal mio punto di vista è terziara. Perché prima ci sono due aspetti molto più rilevanti che desidero affrontare.

Il primo: questo libro respira. Rimaniamo sul piano del contenuto: lascio lì una riflessione, abbozzo un ragionamento e sarete voi, lettori creativi, a concluderlo (se vi interessa). Nella storia di Nabokov, Lolita è la sedotta che subisce e si lascia fare, nel romanzo di Luttazzi Lolito è il seduttore. Sarebbe come se, in una parodia dei Promessi Sposi, il personaggio di Lucia diventasse una sgualdrina lasciva e Don Rodrigo un monaco di clausura.

Eppure, questa inversione di nomi mostra problema serio: se Beba (la ragazzina con cui Lolito Berlusconi consuma innumeravoli amplessi – raccontati con dovizie di metafore tutte prese in prestito da altrettanti libri!) rappresenta l’Italia (per stessa ammissione di Luttazzi), allora Lolito, prendendone il nome della Lolita nabokoviana, rappresenta, oltre che il seduttore mascalzone, il sedotto. Dunque, che cos’è che seduce Berlusconi-Lolito? Che cos’ha l’Italia di così attrante? La sua immaturità, la sua puerile assenza di memoria: si lascia fare di tutto e gode mentre subisce. Lolito ci ha molestato, noi abbiamo goduto.

Il secondo: questo libro insegna. Qui passiamo al rapporto tra lettore e autore (e autori). 50 pagine di note, su 525 totali. In una nota viene preso in giro il lettore, in un’altra l’autore spiega lo stile di Nabokov, in un’altra ancora l’autore spiega i suoi trucchi e i suoi riferimenti. Potrebbe sembrare che Luttazzi si difenda dalle accuse di plagio. Ma dovrebbe difendersi se fosse sotto processo. In queste note, Luttazzi insegna cosa vuol dire scrivere un romanzo: prendere quello che già c’è e riproporlo. Ad esempio, lo sapevate che nel 1916 un tizio tedesco scrisse un racconto in cui un quarantenne si innamora della figlia minorenne della sua affittacamere: Lolita? Ovviamente Nabokov non ne fa menzione… il resto capitevelo da soli.

Terzo: la trama. Leggete il libro (a tratti, lo ammetto, un po’ complicato), divertitevi a riconoscere le intrusioni dell’autore, i suoi cambiamenti, tutti i suoi riferimenti: è una grandissima caccia al tesoro di citazioni rivelate e nascoste. La faziosità del protagonista e la faziosità del narratore, poi: in Lolito non si ride per quello che succede (non è una commedia) ma per quello che si dice e non dice (il lettore è chiamato nel gioco). Altrimenti che senso ha leggersi una parodia?

Daniele Luttazzi, Lolito. Una parodia, Il Fatto quotidiano, 525 pagine, 8,8 euri ben spesi

Nota di trasparenza: sono un fan di Luttazzi, scrivevo qualche battuta sul suo blog e continuo a farlo altrove con degli amici (che hanno molto più talento e mordacia del vostro carissimo), ma non è per questo che Lolito è il miglior libro della tradizione satirica italiana degli ultimi 50 anni.

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