Luttazzi su Grillo

 

Quando nessun giornalista se ne era ancora accorto, Luttazzi nel 2007 faceva notare che Grillo aveva già, di fatto, un partito, traendone una serie di conclusioni profetiche. Inoltre si diceva certo che la stampa avrebbe strumentalizzato il suo intervento. Ci pensò il Corriere della sera e Luttazzi replicò per le rime.

Il cosa e il come (Luttazzi, 11 settembre 2007)

Su Beppe Grillo ho tutta una serie di riserve che riguardano il cosa e il come. Spunti per una riflessione, niente di più: Grillo è ormai un tesoro nazionale come (fatevi da soli il paragone: è la “democrazia dal basso”) e a caval donato non si guarda in bocca. Certo non mi auguro che finisca come Benigni, a declamare Dante in braccio a Mastella. (Il Benigni di vent’anni fa si sarebbe fatto prendere in braccio da Mastella solo per pisciargli addosso. E una volta l’ha fatto! Bei tempi.)

Avvertenza ai figli di buona donna

I figli di buona donna che allignano nei bassifondi della repubblica mediatica saranno tentati di strumentalizzare questo post (“LUTTAZZI CONTRO GRILLO”) per dare addosso in modo becero a Grillo, come hanno già fatto inventandosi il suo insulto a Marco Biagi durante il V-day. L’alternativa è che me ne stia zitto per evitare l’ennesimo circo: ma dovete ammettere che il tema è troppo interessante; e tacere sarebbe, in fondo, come subire il ricatto dei figli di buona donna. Se questa precauzione non dovesse bastare, vorrà dire che chi ne approfitterà finirà dritto dritto in uno speciale elenco dei bastardi che mi stanno sulle palle. (Sul quaderno apposito ho già scritto “Volume 1”.)

Il cosa

In soldoni, la proposta di legge per cui Grillo ha raccolto trecentomila firme al primo V-day mi sembra che faccia acqua da tutte le parti.

Primo, perché un parlamentare con più di due legislature è una persona la cui esperienza può fare del bene al Paese. Pensiamo a gente del calibro di Berlinguer o di Pertini (talenti che non ci sono più, ma questo è un problema che non risolvi con una legge, ci vorrebbe il voodoo). Grillo li manderebbe a casa dopo due legislature, in automatico, perché “i politici sono nostri dipendenti”. Le accuse di populismo che gli vengono rivolte sono qui fondatissime, specie quando le rigetta usando non argomenti che entrino nel merito, ma lo sfottò, che è sempre reazionario. (“Gli intellettuali con il cuore a sinistra e il portafoglio a destra hanno evocato il qualunquismo, il populiamo, la demagogia, uno con la barba ha anche citato, lui può farlo, Aristofane, per spiegare il V-day.” Non è “uno con la barba”: è il sindaco di Venezia Massimo Cacciari, filosofo, che ha espresso civilmente il suo parere contrario, argomentando.)

Due, perché chi è condannato in primo e secondo grado non lo è ancora in modo definitivo. In Italia i gradi di giudizio sono tre. Il problema da risolvere è la lentezza della giustizia. I magistrati devono avere più mezzi, tutto qui. (“Tutto qui” è ovviamente l’understatementdel secolo.)

C, perché poter esprimere la preferenza per il candidato ha dei pro e dei contro che si bilanciano (come capita nel modo attuale). In passato, ad esempio, poter esprimere la preferenza non ha impedito ai partiti di far eleggere chi volevano (collegi preferenziali eccetera). Né ha impedito alla gente di scegliere, col voto di preferenza, degli autentici filibustieri. L’illusione alimentata da Grillo è che una legge possa risolvere la pochezza umana. Questa è demagogia.

Il come

Non è solo il cosa. E’ soprattutto il COME. Un esempio: dato che Di Pietro ha aderito alla sua iniziativa, Grillo ha detto:-Di Pietro è uno per bene.- Brrr. Quindi chi non la pensa come Grillo non lo è? Populismo.

L’anno scorso, a Padova, gli “amici di Grillo” avevano riempito il palazzetto (dove avrei fatto il mio monologo) con volantini WANTED che mostravano la foto dei politici condannati. Li ho fatti togliere spiegandone la demagogia: gli amici di Grillo puri e buoni contro i nemici cattivi. Quando arriva Django?

Lenny Bruce sosteneva, a ragione, che chi fa satira non è migliore dei suoi bersagli. Se parli alla pancia, certo che riempi le piazze, ma non è “democrazia dal basso”: è flash-mobbing. (1)

Ambiguità

Grillo si guarda bene dallo sciogliere la sua ambiguità di fondo: che non è quella di fare politica (satira e teatro sono politici da sempre, anche se oggi  c’è bisogno di scomodare Luciano Canfora per ricordarcelo) (-Canforaaaa!-), ma quella di ergersi a leader di un movimento politico volendo continuare a fare satira. E’ un passo che Dario Fo non ha mai fatto. La satira è contro il potere. Contro ogni potere, anche quello della satira. La logica del potere è il numero. Uno smette di fare satira quando si fa forte del numero di chi lo segue. Grillo il problema manco se lo pone. (2) La demagogia è così naïf. Lo sa bene Bossi, che ieri gli ha pure dato dell’esagerato: perché una cosa sono i fucili, una cosa ben diversa è il vaffanculo.

Se uno ha un progetto (le idee) e una struttura (i meet-up) è già a capo di un partito. Nulla di male, ma non è più satira. Il leader politico dice ai seguaci cosa devono fare. L’artista satirico lascia il suo pubblico libero di decidere sul da farsi. Scusate, ma c’è tutta la differenza di questo mondo. Scegli, Beppe! Magari nascesse ufficialmente il tuo partito! I tuoi spettacoli diventerebbero a tutti gli effetti dei comizi politici e nessuno dei tuoi fan dovrebbe più pagare il biglietto d’ingresso. Ooooops! (3)

-I partiti sono il cancro della democrazia,- dice Grillo, servendosi di una cavolata demagogica che era già classica all’epoca di Guglielmo Giannini. Come quell’altra, secondo cui “in Italia nulla è cambiato dall’8 settembre del 1943”. Buonasera.

Adesso Grillo esalta la democrazia di Internet con la stessa foga con cui dieci anni fa sul palco spaccava un computer con una mazza per opporsi alla nuova schiavitù moderna inventata da Gates: la gente applaudiva estasiata allora, così come applaude estasiata ora. Si applaude l’enfasi.

Il marketing di Grillo ha successo perché individua un bisogno profondo: quello dell’agire collettivo. Senza la dimensione collettiva, negata oggi dallo Stato e dal mercato, l’individuo resta indifeso, perde i suoi diritti, non può più essere rappresentato, viene manipolato. E’ questo il grido disperato che nessuno ascolta. La soluzione ai problemi sociali, economici e culturali del nostro Paese può essere solo collettiva. A questo punto diventerebbe semplice, anche per Grillo, dire:-Non sono il vostro leader. Pensate col vostro cervello. Siate voi il cambiamento che volete vedere nel mondo.- (4)

Note (da La guerra civile fredda, 2009)

1) Grillo e Di Pietro sono entrambi clienti della Casaleggio Associati, agenzia di marketing web che si ispira all’attività del Bivings Group. Quella che Grillo spaccia per “democrazia dal basso” in realtà è una campagna di manipolazione dell’opinione pubblica che segue strategie di guerrilla advertisingteasing (il blog, le inserzioni a pagamento sui quotidiani); guerrilla (meet-up, V-day); consolidating (liste civiche col bollino blu, Movimento di liberazione nazionale).

2) Il populismo è cercare consensi usando luoghi comuni di facile presa. Quando la folla si raduna in piazza per un motivo diverso dall’arte, chi sale sul palco è lì a cercare un consenso in vista di un obiettivo: raccogliere firme (V-day, piazza Navona). Diventa un’attività partitica: l’oratore si fa leader di una massa, si fa forte della forza (partitica) che il numero gli dà. (Grillo:-Il V-day è servito a contarci.-) Più facile raggiungere l’obiettivo se si usano luoghi comuni: questo il rischio, che poi in effetti si è verificato. Grillo ha fatto firmare proposte balenghe usando argomenti facili (con le proposte del V-day 2, fra l’altro, quotidiani indipendenti come “il manifesto” finiscono per chiudere e restano in edicola solo i quotidiani dei grossi gruppi industriali. Chi glielo ha spiegato quel giorno alla gente in piazza? Non certo Grillo: lui voleva far firmare più gente possibile. E con lui tutti in coro: “Vaffanculo!” Al “manifesto” ?!?) Va inoltre considerato che il pubblico stesso è colpevole del populismo dell’oratore, quando lo accetta e lo sollecita con ovazioni. Psicologia della folla: c’è un piacere nel demandare a un leader la responsabilità delle scelte. Regressione all’infanzia. Non si deve confondere questo atteggiamento con quello dell’artista e del suo pubblico. Ogni artista vuole raggiungere il pubblico più ampio possibile, ma non per dirgli cosa fare: solo per comunicare la sua arte. Come la piazza favorisce il populismo, il teatro favorisce l’arte: la trasformazione personale, promossa nel pubblico dall’arte, viene lasciata libera. Il populismo plagia il pubblico, l’arte lo rispetta.

3) Quattro mesi dopo questo post, nel gennaio 2008, sono nate dai meet-up le liste civiche col bollino blu di Beppe Grillo. In buona sostanza, Grillo alimenta la politica dei meet-up tramite monologhi cui assistono, a pagamento, i membri del meet-up. E’ il cane che si ciuccia il pisello. Contenti loro. 2 giugno 2009, elezioni amministrative. Grillo: ”Prima io facevo spettacoli, e adesso faccio dei comizi, che sono leciti e consentiti dalla legge. Per depistare e farci spendere di più, dicono che se ci sono io non è un comizio, è spettacolo. Ah ah ah ah. E’ spettacolo e allora devi spendere molto di più, devi avere i vigili del fuoco, la sicurezza. Allora devo fare comizi che non siano spettacoli. Quindi devo vietare alla gente di ridere o di ridere di nascosto. Pazzesco.” Pazzesco? No: sono gli effetti paradossali dell’ambiguità. Ce n’è uno più esiziale: il satirico Grillo, sia in spettacolo che in comizio, si guarda bene dal fare satira sulle sue liste civiche o sul proprio programma elettorale. Inevitabile: la satira esprime un punto di vista; e se è vero che ogni punto di vista è opinabile, non per questo è necessariamente pregiudiziale; ma lo diventa se fai attivismo partitico. Il satirico che fa attività di partito non è più credibile come satirico.

4) Al V-day di Bologna, la lista dei parlamentari condannati viene proiettata sui maxi-schermi usando il sistema operativo Windows XP (evidente anche dal logo dello start in basso a sinistra sui maxi-schermi), lo stesso sistema operativo che Grillo, più avanti nella serata, sputtanerà allo scopo di esaltare i software liberi. Basta poco per perdersi in un bicchiere d’acqua.

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Pornografia intellettuale (13 settembre 2007)

Come volevasi dimostrare, qualcuno ha pensato bene di strumentalizzare il mio intervento di due giorni fa a proposito del V-day. E’ il Corriere della sera, distintosi già in passato in operazioni di dileggio del sottoscritto. Il giornalista Lorenzo Salvia scrive: “Quello che ( Luttazzi ) teme è essere confuso e fuso con il comico genovese che, forse, in caso di alleanza gli ruberebbe la scena.” Questa frase è talmente squallida che non si commenta neanche da sola.
Non mi piace quando qualcuno mi attribuisce i suoi luoghi comuni; se poi lo fa ricorrendo all’argomento del tornaconto personale si inserisce da solo nella categoria dei pornografi intellettuali. Io non scrivo a vanvera. Uso le parole con criterio. Le mie riflessioni e le mie riserve sono circostanziate a certe cose dette da Beppe e soprattutto al modo con cui ha scelto di dirle. Proprio quando le intenzioni sono buone occorre fare attenzione al modo: il rischio è di danneggiarle.
Scrive Salvia che preferisco rimanere in seconda linea. Nient’affatto. Preferisco rimanere un artista. L’arte non è mai stata una “seconda linea”, e chi lo pensa rivela il deserto culturale che lo informa. Certo, l’arte non è lo sfogo di pancia. Ha tempi più lunghi. Ma è inesorabile. Devo davvero ricordare chi osò parlare per primo in tv di certi argomenti nel marzo del 2001? Tutto il resto è venuto dopo. “L’espresso” mi mise in copertina e titolò: “Vota Luttazzi”. E’ la lusinga del potere. Mi spiace, il mio stile è diverso.
Salvia poi sorvola sulla chiusa del mio post dove descrivo le ragioni positive del V-day. Che sono più profonde del semplice “Libertà è partecipazione” di Gaber ricordato oggi da Grillo. Il malessere è reale, il sistema sordo, la soluzione complessa. Ci vorranno molto tempo, molta pazienza e molta consapevolezza: qualità che purtroppo l’isteria elettrica del web non possiede. (Molte delle repliche in rete, che per fortuna non esprimono la totalità dei fan di Beppe, mostrano purtroppo a quale tasso di fanatismo può portare il populismo che i commentatori più diversi hanno evidenziato.)

Resta infine l’ambiguità dell’artista satirico che fa anche il leader di un movimento. Se uno ha un progetto (le idee) e una struttura (i meet-up) è già a capo di un partito. Nulla di male, ma non è più satira.

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Discorsetto di inizio anno (2006)
(…) Su questo blog ( nella chat, nelle lettere ) alcuni di voi ultimemente invocano un mio aiuto su decisioni politiche (movimenti di controinfo, lotte ecc.) ed elettorali ( chi votare? ). Addirittura c’è anche chi ha pensato di coinvolgermi per usare la mia notorietà come “testimonial” durante azioni sul territorio.

Io diffido della massa e del suo bisogno di un capogruppo, di un leader. Strano che accada sul web: la rete è orizzontale e interconnessa. Sono i partiti politici ad avere una struttura piramidale top-down. Per un cybernauta, la pretesa dei leader di ergersi a capo dovrebbe essere irritante. Figuriamoci fomentarla. Eppure.

La satira, per definizione, è contro il potere. Contro ogni potere. E’ una combinazione di ribellione e irriverenza e mancanza di rispetto per l’autorità.

Come si uccide la satira? Dandole potere. Per questo l’attenzione che i media riservano alla satira va temuta come una malattia incurabile. O come un elogio di Marcello Dell’Utri.

(Daria Bignardi:-Chi stima fra i giovani giornalisti?- Dell’Utri:-Luca Sofri e Filippo Facci.-)

Un autore satirico deve saper resistere alla tentazione del potere. Certo, ogni battuta contiene una piccola verità, è questa che ci fa sorridere; ma se cominci a pensare che il tuo compito di autore satirico sia quello di “dire la verità”, hai già ceduto alla tentazione del potere.

A poco a poco, quasi senza accorgertene, ti dimentichi della satira e finisci per concentrarti sulla “denuncia”. Che fra l’altro è un giochino più facile ( la satira è un’arte, la denuncia la sanno fare tutti ) e dà soddisfazioni più grossolane.

Mammamaria, in chat, ha commentato:-Daniele non è un leader.- Alcuni hanno obiettato, altri convenuto. A nessuno è venuta in mente la terza ipotesi: che in realtà c’è chi non vuole esserlo, un leader.

E’ una lusinga ( quella del potere ) che identificai quando l’Espresso mise la mia foto in copertina all’epoca di Satyricon e a cui cerco di resistere il più possibile. ( Oggi mi ha cercato Conti del Corriere della Sera. Non risponderò. )

La satira è esercizio di libertà. La libertà è qualcosa che tu hai già, non sono altri a dartela. Per questo, nessuno può vantarsene (come fa sempre Berlusconi:-Nelle mie reti c’è la massima libertà!-). Per questo ha commesso un grosso errore chi è andato da Celentano a farsi dare il microfono.

La libertà al massimo possono togliertela. Foucault, il pensatore del potere, sottolineava come il potere si nutra proprio della libertà degli uomini.

A un leader viene riconosciuta di solito una eccellenza particolare, fra i cui connotati uno dei più importanti è l’assenza di contraddizioni. -E’ senza macchia!-

La satira, che è libertà, è il contrario: la sua forza è proprio la contraddizione, il riconoscere che la natura umana è contraddittoria. E’ la lezione di Lenny Bruce: un autore satirico non è migliore dei suoi bersagli. Nessuno è senza macchia. Quando Bruce attaccava il card. Spellman, gli strali erano un tutt’uno col racconto della propria miseria umana, ne erano il sottotesto costante.

Come direbbe Foucalt, non esiste un fuori dal potere.

Ma anche se non siamo padroni di noi fino in fondo, possiamo cercare di resistere al dominio. Chi crede di essere migliore; e addita il malcostume altrui con piglio da Savonarola; e accetta investiture popolari (la “democrazia dal basso”, massì); e si fa leader; e lascia che l’establishment dell’informazione lo tratti come tale; chi accetta tutto questo ha già ceduto alla tentazione del potere.

Talia, dea della comicità, dopo un po’ lo abbandona. Alla lunga, il satiro potente finisce nella polvere, come tutti i potenti.

Il vostro compito? Aiutare me, e gli altri che potrebbero cascarci, a non cedere a questa lusinga. La satira dev’essere contro ogni potere, anche contro il potere della satira.

Il card. Spellman è morto, Lenny Bruce vive.

(Ho provato questo discorsetto per tre settimane davanti al mio cane. Per cui quando ho finito non applaudite. Venite qui ad annusarmi il pacco.)

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