Luttazzi a Raiperunanotte (aprile 2010)

 

Il 1 agosto 2013, giorno in cui la Cassazione ha confermato la condanna di Berlusconi a 4 anni di carcere per frode fiscale, Luttazzi ha postato su Twitter il suo intervento abbacinante a Raiperunanotte (aprile 2010). Il monologo toccò il picco d’ascolto dell’intera serata, raddoppiandone lo share per tutti i suoi 15 minuti, segnò su Twitter il record assoluto e tuttora imbattuto in Italia di 5700 tweets all’ora * e fu Trending Topic in Inghilterra. **

5700 tweets

** trending topic uk

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Nel suo blog troviamo questa nota molto interessante:

A proposito del mio monologo a Raiperunanotte:

1) Per tutta la durata del monologo, lo share di Raiperunanotte raddoppiò, balzando dall’8 al 16%; ma nessun giornale ne riferì, censurando il dato clamoroso. In aggiunta, Repubblica definì il monologo una “caduta di gusto”, l’Unità mi diede del maschilista (Lidia Ravera) e arrivò a sostenere che ero come Berlusconi (Francesco Piccolo), mentre il Corriere della sera titolò: “Luttazzi incita all’odio”.

2) Il primo video di quel monologo totalizzò su Youtube più di 800mila download. In un giorno solo! Non solo nessun giornale diede la notizia, ma dopo tre giorni quel video venne rimosso con un pretesto.

3) Nessun giornale, del resto, aveva riportato la frase con cui Santoro, in conferenza stampa, annunciò la serata: “Il clou sarà l’intervento di Daniele Luttazzi”. Accortosi della censura selettiva, Santoro ripetè la frase nella seconda conferenza stampa una settimana dopo. Anche questa volta i giornali la ignorarono. Damnatio memoriae.

E un altro pezzo del puzzle è sistemato.

Da Micromega un commento sul monologo e sulle reazioni che suscitò:

Il caso Luttazzi
di Andrea Scanzi (30 marzo 2010)

Il caso Luttazzi. Emblematico anche quello. Uno dei massimi momenti televisivi degli ultimi dieci anni. Quindici minuti di monologo, semplicemente, perfetto. Qualsiasi politico e politologo, con un minimo di intelligenza e libertà di pensiero, avrebbe capito – dagli applausi scroscianti – che era quella l’aria che tirava nell’opposizione. Che c’era bisogno di qualcuno che cavalcasse la protesta, l’indignazione, il dolore per sedici anni di berlusconismo che stanno minando dalle fondamenta il paese (consegnandolo alla famosa e inedita “guerra civile fredda”). Qual è stata invece la reazione dell’intellighenzia, del micheleserrismo e dell’eugenioscalfarismo? La scomunica, l’ennesima. Da una parte si è accentuata la portata volgare della metafora dell’inculata (dimenticandosi che “buco del culo” lo diceva anche De André) e dall’altra si è deliberatamente frainteso (come sempre si è fatto pure con Grillo, vedi i due V-Day) il significato del monologo. Ripensate all’intervento di Luttazzi: qual è stato il momento che più ha ricevuto applausi? Quello della seconda fase anale, laddove Luttazzi stigmatizzava l’assenza di opposizione. Una dura critica al Pd, accolta con il boato del Paladozza (e di chi guardava il programma). Tale messaggio “eversivo” non poteva passare. Ecco quindi, puntuale, la mitraglia degli opinionisti veltronisti e bersanisti. Lidia Ravera ha straparlato di femminismo, Francesco Piccolo ha accomunato Luttazzi a Berlusconi (certo, e io sono Galeazzo Ciano). C’è stato perfino chi ha parlato di “elogio dello stupro” (??) e “inneggiamento all’odio” (???). Sì, buonanotte. Badate bene: non sono piccoli segnali. La volgarità luttazziana è un pretesto così scontato che ci sono arrivati perfino Facci e Gasparri. E’ un altro il dato saliente: la puntuale mitraglia, in difesa del fortino piddino, della sempiterna intellighenzia salottiera, che continua a volerci spiegare cosa pensiamo dall’alto di una miopia connivente e interessata. Con questi leader non vinceremo mai. Ma neanche con questi “intellettuali”.

Però Luttazzi è volgare. Luttazzi è volgare per chi ha così tanto guardato Zelig e Dandini da arrivare a credere che la satira sia quella di Checco Zalone e Neri Marcorè. Ecco: Neri Marcorè è il comico perfetto per il Pd. Così bravo che, quando lo guardi, te lo dimentichi subito.

Da Dagospia, la micidiale risposta di Luttazzi alle ennesime accuse di volgarità:

Luttazzi replica  

Lettera a Dagospia. 30 marzo 2010

A parte la maleducazione giornalistica di farmi passare sempre per uno che fa le cose senza accorgersi di cosa sta facendo (Piccolo sull’Unità è in buona compagnia con Sofri e Serra, che su Repubblica usarono lo stesso argomento all’epoca della chiusura forzata di Decameron, e con Scalfari, che lo usò nel 2001 per commentare il caso Satyricon); e lasciando perdere i ceffi matricolati alla Aldo Grasso; colpisce lo svarione sul maschilismo e sulla volgarità, che accomuna di nuovo Repubblica (e Unità) al Giornale (c’è chi ha notato anche l’eloquente silenzio del manifesto): parlano del dito (la tecnica) per non parlare della luna (la mia satira sugli italiani, su questo Paese, su Berlusconi, sull’opposizione, sul giornalismo, e le risate roboanti che sono seguite a ogni battuta, dentro il Paladozza e in tutte le piazze collegate).

Mi tocca ricordare allora che la tecnica satirica esibisce il corpo alle prese con la propria fisiologia. Sempre. In questo modo azzera le gerarchie di valori e di potere: qui sta la sua forza liberatoria.

La satira è un genere piccante, non esiste satira gentile, e per questo può urtare certe sensibilità non avvezze al suo linguaggio. Nè deve per forza piacere a tutti. D’altra parte, se avessero letto qualche mio libro, si sarebbero accorti che, come la tradizione insegna, metto in scena corpi sia maschili che femminili, e la figura più ridicola è proprio quella del mio personaggio.

Ho notato che sono le donne (alcune) a sentirsi più colpite dall’esplorazione satirica di umori e pratiche sessuali; ma reagire con una difesa ideologica di genere (“la sua satira degrada le donne”) quando si tratta di normale tecnica satirica (la satira, con la sua volgarità giocosa, degrada l’essere umano per generare una visione rinnovata sul mondo) costituisce un abbaglio tanto frequente quanto indiziale. Se si viene urtati da una scena satirica, è utile interrogarsi sul perchè, senza proiettare sull’artista il proprio turbamento. Lì c’è un nodo (psicologico e/o culturale) che andrebbe sciolto. Chi lo ha già fatto, ride.

Più in dettaglio: la mia satira immerge il pubblico nella cosa trattata, in modo che il pubblico faccia l’esperienza degli effetti (ad esempio, il maschilismo berlusconiano). Il cortocircuito è attribuire a me l’ideologia della scena che descrivo (maschilista). Così mi si sottovaluta parecchio, però.

Divertente, comunque, vedere in quanti, adesso, si affannano a distorcere il monologo di quella serata, e per i motivi più diversi. Purtroppo per loro, quel monologo è in rete. E sfolgora.

In conclusione: siamo un Paese in cui il capo del governo va a prostitute e i preti violentano bambini, ma il vero problema è la volgarità della satira.

Daniele Luttazzi

Sul manifesto, Ida Dominijanni, pur con formula dubitativa, aveva preso proprio la cantonata stigmatizzata da Luttazzi (attribuire a lui l’ideologia sessista berlusconiana messa in scena). Lettrici e lettori correggono il tiro:

Se la comicità inciampa nel sessismo

il manifesto, 26 marzo 2010

Nella serata “RAIperunanotte” condotta da Santoro il 25 marzo scorso c’è stato un intervento di Daniele Luttazzi che ha suscitato una polemica che ancora continua.  

Paolo Bonazzi 

Care compagne/i, rivolgo questa lettera in particolare alle donne del Manifesto per avere un conforto. Durante la diretta di Raiperunanotte io e la mia compagna ci siamo sbellicati dalle risate per il monologo di Daniele Luttazzi, che personalmente ritengo il più grande comico satirico in Italia. Scopro poi che tale monologo ha sollevato parecchie ire e critiche da parte di molte donne per il noto riferimento alla pratica di sesso anale quale analogia con l’Italia di ieri e di oggi: 1. Berlusconi forza l’opinione pubblica usando tutta la sua potenza mediatica; 2. Berlusconi penetra il consenso trovando una mediocre e condiscendente opposizione; 3. il popolo penetrato gode. La pratica di sesso anale, insomma, è puro sessismo e parlarne, anche come metafora comica, è da machisti. Non mi sto a concentrare sul fatto che sia anche un atto omosessuale maschile, e che d’altronde gli esempi riportati da Luttazzi all’acme del monologo riguardavano solo uomini (Saccà), i più servili e sottomessi in questa metafora.

Io l’ho trovata esilarante, ben conoscendo il linguaggio forte ed i ritmi incalzanti dell’attore che ha cercato sempre di farci ridere sui nostri disagi e tabù sessuali. Ritengo che la sottomissione della donna nella società moderna ed in questo nostro paese non vada cercata nelle camere da letto, dove agiscono altre dinamiche e desideri. Credo sia sessista la comicità di certi innocui monologhi di Zelig, in cui la donna è dipinta come una scassapalle che pensa solo a far shopping e a torturare il marito rientrato da una faticosa – solo per lui – giornata lavorativa. E che dire dei balletti che mettono in scena un lesbismo che è ovviamente quello che abita i nostri desideri onanistici maschili? E le pubblicità e i video musicali? Gli esempi sono infiniti. Fate caso a quante volte non viene rappresentato il sesso, ma una pura violenza. Uno stupro che la donna agogna dal suo padrone. Luttazzi non ha parlato di questo.

Personalmente porto avanti, insieme alla mia compagna, un rapporto basato sulla totale uguaglianza, frutto non già di concessioni, ma di reciproche responsabilità, riconosciute e condivise, rivendicate, quando serve. Mi piace che questo aspetto della mia vita sia coerente con le mie idee politiche di uguaglianza e libertà, e mi piace che questa dinamica mi dia piacere. Non sono un forzato dell’uguaglianza. Ora, ho profondo rispetto per chiunque si sia sentita offesa e mi sto ponendo delle domande. Vorrei però chiedere a chi c’era, Norma Rangeri, o anche a chi ha sempre parlato di questi argomenti, Ida Dominijanni, o a voi del Manifesto se di tali risate mi devo vergognare. Tengo in enorme conto le vostre opinioni e saprò farne tesoro. Ma mi chiedo: davvero la sottomissione, l’ineguaglianza di genere ed il sessismo derivano dalle pratiche sessuali – anche estreme – e queste pratiche ne sono una perversa estensione in camera da letto? Non sono invece indice di un potere e di uno sfruttamento che ha mercificato l’oggetto del desiderio come conseguenza del suo essere socialmente inferiore?

Davvero è colpa del sesso e del piacere che può derivare da pratiche di sottomissione che sono tante, intersessiste e di infinita fantasia?

Risponde Ida Dominijanni

Caro Paolo,

il confine fra pratiche sessuali, immaginario sessuale e ruoli sessuali è molto poroso: è vero che bisogna sforzarsi di tenerli distinti, ma è falso che possiamo separarli con un taglio netto. Sono del tutto d’accordo con te che le pratiche sessuali vanno tenute distinte dal sessismo sociale, e che se il secondo va combattuto alle prime va lasciata la massima libertà; ma è pur vero, d’altra parte, che da un anno combattiamo contro un certo uso sessista, o certe ricadute sociali sessiste, di un certo immaginario sessuale, berlusconiano ed evidentemente non solo berlusconiano. A questo si aggiunge, nel caso che tu poni, il modo in cui tutto questo viene messo in scena, e la necessità di garantire da una parte la libertà d’espressione di un artista, dall’altra la libertà di critica del pubblico (due libertà ugualmente sacrosante).

Personalmente non ho niente contro l’idea di mettere in scena il rapporto sociale sadomasochista con un monologo sul sesso anale; mi domando però come mai in quel monologo il sesso anale venisse rappresentato naturalmente come atto sessuale di un uomo violento sul corpo di una donna sottomessa.

Come tu stesso dici, c’erano altre rappresentazioni possibili, e non credo che questa sia stata scelta a caso. Ma se la rappresentazione del rapporto sociale sadomasochista prende naturalmente la forma di un rapporto violento di un uomo su una donna, io non mi diverto affatto e ci trovo, sì, la doppia traccia della normatività eterosessuale e del sessismo.

Ma si tratta, ovviamente, di valutazioni personali.

Marina Pierani, inezie essenziali, 7 aprile 2010

QUANTO A ME: io ho per Daniele Luttazzi una grande stima, lo considero il vero scrittore satirico del nostro tempo, il nostro Marziale, il nostro Giovenale. Né la mia stima si è spostata di un’acca dopo il suo monologo. Anche se mi ha procurato disagio. Mi sono chiesta perché. Sono abituata a riconoscere la violenza verbale con cui Luttazzi ci parla del sesso sbattendoci in faccia i nostri tabù e non mi ha mai turbata. Trovo perfetta la metafora dell’Italia di oggi sodomizzata da un Presidente del Consiglio in un rapporto sado-maso.

Eppure il mio disagio era autentico. Solo che non risiedeva né in una suscettibilità al vocabolario sessuale che non mi è mai appartenuta né ad una lettura critica della scelta simbolica di Luttazzi. Ci ho messo un po’ a capire che Luttazzi mi svelava una verità chiamandola con un nome che non le avevo mai dato, che avrei trovato volgare e sbrigativo, quasi da sfogo liberatorio se lo avessi letto in forma di commento su qualche blog, e che invece era esattamente quello che una metafora deve essere: un lampo di luce accecante e veritiero. Luttazzi non ha tratteggiato la situazione dell’Italia con squisiti concetti politologici, con analisi magari sarcastiche ma sempre sul piano discorsivo. No, egli l’ha rappresentata plasticamente con una immagine forte, che si è imposta ai miei occhi con tutta la sua violenza. Questo mi ha dato disagio: guardare il mio paese e riconoscerlo in quella scena. Vedere la nostra situazione colta in una essenza radicale, quella del sesso. Quando ho capito questo, ho anche capito che il mio disagio è stato, alla fine, il segno più evidente di quanto la comicità di Luttazzi sia dirompente, crudele, feroce sia cioè vera satira che ci mostra senza edulcorazioni la realtà e sceglie per farlo quello che più ci si appiccica sgradevolmente alla pelle, quello che meglio ci schiaffeggia, quello che ci fa ridere con una smorfia agra sulla bocca.

Altro che i comici all’acqua e sapone che ci fan ridere lisciandoci il pelo!

Quindi posso dire che rispetto le donne che si sono sentite offese, ma sto con il signor Bonazzi e mi pongo rispetto alla scelta di rappresentare un rapporto tra un uomo e una donna e non tra gay in una posizione assolutamente opposta rispetto a quella di Ida Dominijanni.

Riflettendoci su ho capito, ho quasi pre-sentito che, se Luttazzi avesse scelto di rappresentare un rapporto tra due uomini il mio disagio sarebbe stato maggiore e di natura diversa e mi avrebbe, sì, rivoltata.

Perché un rapporto anale sado-maso tra un uomo e una donna appartiene alla varietà dei desideri e delle fantasie e non connota definitivamente nessuno se non per la durata dell’atto; non caratterizza una categoria umana, non addita nessuno come esemplare; è solo una scelta tra pratiche sessuali -tutte ammesse per me quando liberamente scelte dai partecipanti secondo le loro fantasie e i loro desideri.

Tereza, 7 aprile 2010 11:45

Bellissimo tema, e grande tu a sceglierlo e a proporlo.

Mi sento di condividere in pieno il tuo punto di vista e di aggiungere che la rappesentazione fatta da Luttazzi è estremamente feroce solo perché estremamente vera, una rappresentazione che rimanda all’idea del sesso vissuto come esercizio di potere=sopraffazione=gioco rigido e prestabilito delle parti, qualcosa che abita ben fermo e ben chiaro nella testa e nella mentalità di chi ci governa, qualcosa che appartiene più che mai alla cultura dei vari super-macho oggi al potere.

Solo una cultura e una mentalità così, così fascista per dirlo con le parole che servono, può scrivere equazioni così perfette, così crudeli, così feroci, facendo coincidere partiche sessuali e affermazioni di supremazia quando non addirittura violenza e sopraffazione.

Il sesso, liberamente scelto, condiviso, sia esso etero o omo, non fa differenza, non conosce dinamiche di potere che vadano oltre, che diventino rappresentazioni e incarnazioni di vissuti ideologici.

Sì, Luttazzi ha scelto una metafora, non una pratica sessuale.

Sicuramente in molti lo avranno letto diversamente e non è difficile immaginare “chi”.

giorgio, 8 aprile 2010 00:24

Concordo totalmente.

Posso aggiungere che un mio carissimo amico (per inciso omosessuale) ha studiato medicina a suo tempo insieme a Daniele Luttazzi e me lo ha descritto come una persona umanamente straordinaria oltreché realmente geniale.

Dolores, 8 aprile 2010 13:28

La metafora di Luttazzi sulla sodomizzazione è appunto satira. Non riesco a leggerci niente di sessista. Se la rappresentazione avesse interessato un rapporto omosessuale, non avrebbe avuto senso, dal momento che si presume che in quel caso il ruolo attivo o passivo sia scelto dagli interessati, cosa ovviamente non possibile nel caso di un uomo e una donna.

E la metafora credo stia appunto in questo, nella rappresentazione di un rapporto in cui gli equilibri tra le forze in gioco hanno assegnato solo ad una parte il potere e la possibilità di esercitarlo e all’altra parte (che avrebbe potuto comunque opporsi ed invece si è ingenuamente offerta fidandosi di future promesse…) è toccato invece il ruolo di strumento per soddisfare la voglia di scendere in campo di un cavaliere che ha offuscato a tal punto la mente del “candido” sodomizzato da fargli credere di star vivendo il migliore dei rapporti possibili nel migliore dei mondi possibili…

Saluti

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Chiudiamo con una simpatica nota di colore: la testimonianza “a caldo” di una ragazza che incontrò per caso Luttazzi in giro a Bologna qualche giorno dopo Raixunanotte:

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