Jack Folla contro Aldo Grasso

Anche LA7 decapita Luttazzi (e Aldo Grasso olia la mannaia)
di Jack Folla (Diego Cugia)

Da bambino credo che Aldo Grasso sognasse di diventare un martire o un eroe. Non c’è niente di male, ma se si fosse contenuto, immaginandosi più banalmente che da grande avrebbe fatto il pompiere, oggi, sbagliando anche questa autoprofezia, il critico televisivo del Corriere della Sera sarebbe certamente un piromane. “Forse il martirio mediatico dà alla testa” titola la sua poco ardita critica a Daniele Luttazzi, scritta beninteso il giorno dopo che il direttore di La7 ha censurato e chiuso il programma di Daniele per una battuta (di buono o cattivo gusto non ha la minima importanza) sul “collega” di rete Giuliano Ferrara. Purtroppo Grasso non è diventato un martire né Peppino Garibaldi, e quando un autore satirico viene sbattuto fuori senza tanti complimenti, il critico che da bambino sognava di diventare un eroe (o di far ridere la gente, come Daniele Luttazzi) salta sul carro del vincitore e se potesse, si sostituirebbe a Antonio Campo dell’Orto, direttore di quella piccola oasi di libertà che sembrava La7 fino a l’altroieri, per ghigliottinare personalmente il già decapitato comico.

Parafrasando il suo stesso titolo “Forse il martirio mediatico degli altri dà alla testa al critico.” Grasso non si è mai dimesso da nulla, e invoca sempre le dimissioni altrui. Credo sognasse di diventare da grande un pompiere più ricco di Bill Gates, o altre astruse onnipotenze infantili, che so, un autore di satira che dopo aver messo il Re a nudo riceva la sera una carezza paterna dal Re medesimo. Dico questo, perché, da anni e anni, Grasso non fa altro che parlare di soldi degli altri (ma non guadagnano abbastanza al Corrierone?) e a prendersela con i censurati, prima appiccicando loro l’etichetta di martire o di esiliato e poi sbeffeggiandoli con un cattivo gusto principesco, perché lo fa solo quando non hanno più un microfono o una telecamera. Quel che Grasso scrive di Luttazzi, potrebbe essere il proprio epitaffio: “Martire con gli stipendi che continuano a correre…Approfittatore che sale sul carro degli eroi.”

Ma parliamo di cose serie. Dopo l’editto bulgaro del capocomico Berlusclown, Luttazzi era l’unico dei tre ad essere rimasto senza schermo. La7, con un’operazione di autopromozione mediatica furba (la rete che non censura) gli aveva dato mani libere sul suo “Decameron”. Ma, come scrive il critico della parrocchietta perbenista milanese, “quando un direttore ti dice che puoi dire o scrivere quello che vuoi…” (e ci mancherebbe pure, sta scritto nella Costituzione) “ti devi sentire responsabilizzato due volte: uno per quello che scrivi o dici, due per dimostrare di meritare tanta fiducia”. Ma vi rendete conto fratelli? Stomachevole.

La satira è scorretta per definizione, una satira perbenista e trombona non sarebbe satira ma, appunto, una critica finto-spettinata alla Grasso. La satira deve utilizzare il linguaggio più antagonista, irriverente e scorretto possibile. C’è uno storico pregiudizio e un grottesco equivoco alla base dell’incapacità nazionale (non popolare, Pasquino insegna) di digerire una satira libera come quella di Luttazzi. Per spiegarmi farò ricorso a un luogo comune che viene lanciato come un’accusa dalla casta politico-giornalistica nei confronti di quei due o tre autori satirici che sopravvivono in Italia, tendente a dimostrare che “anche loro” non sarebbero “puri”. Il luogo comune è “sputi nel piatto in cui mangi”, ed è stata usata persino sul sottoscritto perché dissento da Berlusconi e pubblico libri con la “sua” Mondadori. L’equivoco grottesco è un concetto servile che dimora nel Dna di un Paese abituato da secoli a essere invaso e colonizzato, anche ideologicamente. Sto dicendo che in Italia c’è un partito che viene prima di tutti gli altri ed è quello della pagnotta, della bistecca, o per dirla alla Grasso, del suo pingue stipendio al Corrierone, il quale ingaggio o pagnotta giustificherebbe una non belligeranza col “padrone” e sarebbe imprescindibile da ogni altro valore o considerazione morale. Io, in quanto Jack Folla, dovrei scrivere sui muri con lo spray, al massimo su un tatzebao, e Luttazzi non potrebbe fare satira sull’elefantino Ferrara perché –dice l’enfant poco terribile Grasso– ciò dimostrerebbe “un vizio, tipicamente italiano, da basso impero, la mancanza di etica aziendale, di spirito di appartenenza: non si attaccano le persone con cui si lavora.

E’ stupefacente come Grasso non si renda conto che ha scritto un’apologia del servo. Che non si attacchino le persone con cui si lavora e per le quali si lavora è molto peggio che il “basso impero”: è mafia. La radio di Peppino Impastato, il coraggio di essere liberi a “cento passi” dalla Voce del Padrone, sono la dimostrazione (pagata con la propria pelle) che l’autentico giornalismo e la vera satira non hanno nulla da spartire col perbenismo giudicante di Grasso e dei milioni di elettori del partito della pagnotta. A tutti costoro, non sorge neanche il dubbio che esistano rari uomini che pur di fare una sola battuta, il problema del piatto non se lo pongono proprio. Non sono martiri né eroi, sono semplicemente liberi. Liberi di scegliersi il piatto che preferiscono, di mangiarci e anche di sputarci dopo aver mangiato (e fatto guadagnare il proprio editore o produttore televisivo, non dimentichiamolo). Questi uomini non sono né meglio né peggio dei Grasso & Compagnia regnante, sono altro, diversi, senza mordacchia e senza catene. Sono il contrario dei carabinieri ma indossano la divisa della satira e tengono allertata la democrazia. Luttazzi è stato censurato, quest’è. Mi spiace per Antonio Campo Dall’Orto, che sono sicuro sia una persona perbene, ma forse doveva pensarci su prima, non dopo. A Roma si dice, con volgare efficacia, “fare il frocio col culo degli altri”. Dopo l’editto bulgaro, l’editto di Campo dell’Orto ce lo potevamo risparmiare. Compresa la visione del bambino eterno Grasso che batte istericamente i suoi piedini sulle colonne del Corriere.

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