Luttazzi e i fumetti (2007)

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Nel ‘93 hai tradotto per le Edizioni Telemaco di Daniele Brolli #$@&! L’antologia di Lloyd Llewellyn di Daniel Clowes. Nell’introduzione,  mostri di avere gusti precisi e grande competenza sul  mondo dei comics. Ora, siccome i lavori di Clowes erano un oggetto di culto per un pubblico di eletti, potresti dirmi come ci sei arrivato? Chi ti ha introdotto al mondo dei fumetti? 

Mio zio Fonso, che era un appassionato collezionista dei maestri. Grazie alla sue raccolte, a 8 anni conoscevo già tutti i classici editi in Italia negli anni cinquanta e sessanta: Topolino, Flash Gordon, il principe Valiant, l’Uomo mascherato, Mandrake, Rip Kirby. Tra le sue riviste ricordo Il Vittorioso e Il Giorno per ragazzi con le mirabolanti avventure di Dan Dare. E ancora gli albi di Blake & Mortimer, Diabolik, Valentina ( ! ), Michel Vaillant e Linus. Mia madre invece mi comprava il Giornalino delle edizioni Paoline: Caprioli, Toppi, De Luca, Battaglia, Landolfi. Avevo già i miei disegnatori preferiti (Alex Raymond, Mac Raboy, Milton Caniff e Jacovitti). Verso i 14 anni (siamo negli anni settanta ), compaiono in edicola i fumetti Marvel, primo vero shock culturale della mia generazione. Colleziono Uomo Ragno, Devil, Thor e Fantastici Quattro e più tardi Capitan America: ogni testata fino al numero 60-70. Mi innamoro di Jack Kirby, John Romita, Gene Colan, John Buscema e Jim Steranko. Alla fine degli anni settanta, Alterlinus mi fa conoscere i francesi di Metal Hurlant (Moebius, Druillet) e Andrea Pazienza, mentre Il Male, Cannibale e Frigidaire si incaricano del secondo shock culturale, più profondo e duraturo: mi imbatto nei lavori indimenticabili di Tamburini, Liberatore, Scozzari e Mattioli. Più tardi conosco quelli del gruppo Valvoline, Igort, Carpinteri, Giacon, Brolli, Mattotti, Jori. Uno dei vantaggi di abitare in Romagna era la possibilità di frequentare Bologna, e in particolare la mecca del fumetto, Alessandro Distribuzioni. E’ lì che comincio a leggere The Comics Journal e ad aggiornarmi periodicamente sulla produzione fumettistica mondiale. Compro regolarmente Eightball, l’albo di Daniel Clowes. In tutta Italia, all’epoca, eravamo solo in due a conoscerlo: io e Daniele Brolli, che poi lo avrebbe editato proponendomi la traduzione.

Il Male, Cannibale e Frigidaire. Si trattava di pubblicazioni che proponevano delle visioni satiriche della politica e della società ferocissime e assolutamente inedite per il nostro Paese.  In che modo ti hanno influenzato?

Di quei maestri mi divertiva lo splendore amorale. I loro personaggi sono come gli eroi dell’antica Grecia narrati da Omero. La società borghese si fonda su una pretesa di eticità, ma genera solo ironia e cinismo. Che poi sono le malattie infantili dell’alienazione. Viceversa gli eroi omerici, così come Zanardi, Pompeo e Ranxerox, sono eroi tragici. Il loro mondo non è etico, ma nobile: non si divide fra buoni e cattivi, quanto fra forti e deboli, belli e brutti, vincitori e vinti, favoriti dagli dei o maledetti. Le azioni non sono giudicate dal punto di vista morale. In questo modo, l’esposizione alla  possibilità di sconfitta è massima, la pietà è assente, la grazia diventa visibile e terribile.  Questo però è l’unico mondo in cui è possibile la tragedia. Un personaggio come Pompeo è nella cultura italiana uno dei pochissimi personaggi tragici, ovvero al di là della falsa moralità borghese. Cannibale ci esortava a essere integri perché la vita non fa prigionieri. Oggi si spaccia per satira la parodia di Marzullo, che è invece la cosa più reazionaria che si possa fare. Marzullo è una maschera della divisione di classe su cui poggia l’unità reale del modo di produzione capitalista. Bisogna esserne consapevoli, altrimenti non fai che oliare l’ingranaggio che ci sta stritolando tutti. La satira non può permettersi di essere naif, ora che il potere si è fatto invisibile. Come insegna Virilio, il potere è ormai nel controllo della velocità degli scambi: di merci, di informazioni e di tecnologia. Cannibale e poi Frigidaire visualizzavano, in anticipo su tutti, la tragica disperazione, l’alienazione di chi non ha accesso al controllo della velocità, cioè al controllo  della propria vita.

Quali altri autori apprezzi in modo particolare?

Herriman (Krazy Kat) e Winsor McCay (Little Nemo). Fra gli autori moderni non posso non ricordare Bill Kriegstein, Jules Feiffer, Art Spiegelman, Bill Sienkiewicz, Howard Chaykin, Frank Miller, Harvey Kurtzman, John Kricfalusi (Ren & Stimpy), Charles Burns, i fratelli Hernandez (Love and Rockets) e F.C. Ware ( Jim Corrigan). Inoltre, tutto quello che nella loro vita hanno realizzato i cartoonist Tex Avery (il genio della MGM) e Stephen Bosustow (Gerald McBoing Boing e Mr.Magoo  mi rende felice come una pasqua. Fra i vignettisti prediligo Jaro Fabry, E. Simms Campbell, Irwin Kaplan e Gahan Wilson. Fra gli illustratori di copertine per paperback, in assoluto Robert McGinnis.

E che mi dici del tuo conterraneo Magnus? Che ricordo hai di questo narratore immenso? Lo hai seguito nei suoi lavori personali come “Lo Sconosciuto” o “I Briganti”? E, a proposito di comicità a fumetti, leggevi “Alan Ford”? Apprezzavi l’umorismo di Max Bunker?

Magnus mi piace moltissimo, soprattutto nei suoi lavori personali (“Lo Sconosciuto”, “I Briganti”, “La Compagnia della forca”, “Le 110 pillole”, “Nekron”). Max Bunker è perfetto per un tredicenne, poi stufa.

Se ti dicessi che in tempi recenti nell’universo della DC Comics Lex Luthor è diventato da qualche anno presidente degli Stati Uniti, ti fischierebbero le orecchie? Ricordo che in un tuo libro antologico del 1999 – “Adenoidi” – comparve un bizzarro pastiche intitolato “Martini contro Galactus”. Era un testo scritto nel 1994, in cui ti divertivi a imbastire dei grotteschi cross-over in cui il cardinale Martini si alleava con Silver Surfer e altri supereroi Marvel per sconfiggere i rappresentanti del Male (Mefisto; Galactus il divoratore di mondi, ecc.). E a un certo punto tiravi in ballo anche l’Uomo Ragno del 2099. Praticamente era una parodia del modo “fumettizzato” in cui la chiesa cattolica spesso tende a dipingere un già di per sé assurdo conflitto metafisico tra le forze del Bene e quelle demoniache. Qual è il tuo attuale rapporto con il genere supereroistico? Ti diverti a seguirlo oggi come allora?

I fumetti della DC Comics li ho sempre trovati troppo infantili per i miei gusti. Quelli della Marvel non li leggo più da tempo, ma ogni tanto chiedo agli amici che ci lavorano a che punto sono le vicende dei personaggi più importanti. Trovo orripilante che si siano messi a riscrivere gli inizi di quelli più famosi, allo scopo di conquistare il pubblico più giovane.

Be’, se gli esponenti dell’attuale governo hanno cercato di ostracizzarti, dopo questa dichiarazione i fan di Superman, Batman e Co. vorranno mettere addirittura una taglia sulla tua testa! Eppure hai detto che tra i tuoi cartoonist preferiti c’è Frank Miller, l’autore de “Il ritorno del Cavaliere Oscuro” e “Ronin”, prodotti della DC Comics. Per non parlare poi di capolavori come “Watchmen” e “V for Vendetta”, scritti dall’inglese Alan Moore sempre per la stessa casa editrice. Ti riferivi forse alle storie prodotte negli anni Sessanta e Settanta? Quelle, per intenderci, pubblicate tanti anni fa dalla Cenisio?

Certo, mi riferivo alla DC Comics anni Sessanta e Settanta. Miller e Moore sono fra i miei preferiti. Ho letto tutto quello che hanno fatto. “Elektra Assassin” di Miller e Sienkiewicz (Marvel) per esempio, è un gioiello.

Il tuo recente “Capolavori” è una raccolta di sketch e di ritratti a mano libera realizzati con una linea sottile e delicata (e adesso che mi hai svelato chi sono i tuoi vignettisti e illustratori preferiti, percepisco meglio le influenze del tuo stile). Hai mai pensato – vista la tua passione per il medium delle nuvolette – di scrivere e disegnare anche storie a fumetti?

Una serie a fumetti l’ho disegnata: “Le avventure dei Pezzati”. Era per il mensile “Giochiamo”, organo ufficiale dei lupetti Agesci (Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani), a metà degli anni Ottanta. La serie venne interrotta sul più bello perché poco ortodossa. Non ho più fatto fumetti da allora, ma non ho mai smesso di disegnare. Da piccolo mi ero ripromesso di imparare a disegnare bene e posso dire di esserci riuscito. Quando disegno, il tempo si ferma e torno alla mia infanzia. E’ un piacere meraviglioso e profondo.

In che senso “Le avventure dei Pezzati” era “poco ortodossa” ?

I Pezzati cadevano in un fiume contaminato dalle sostanze chimiche versate dall’azienda di un proprietario privo di scrupoli. E questo li trasformava in super-eroi con super-poteri. Temporaneamente. Giusto il tempo necessario per dare una bella lezione all’industriale, che fra l’altro era il padre di Silvia, una dei Pezzati. La storia prevedeva un lieto fine, ma è rimasta incompleta.

Su quale personaggio dei comics ti piacerebbe lavorare, realizzandone magari uno one-shot?

Su Silver Surfer, il mio preferito fra tutti.

 

 

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